Hofburg e cuore imperiale di Vienna: Sisi, gli Asburgo e la cripta dei cuori

Dalla piazza dove finì il Sacro Romano Impero alla Cripta dei Cappuccini: gli appartamenti di Sisi, i Lipizzani, una biblioteca da fiaba e un'Italia nascosta ovunque, da Metastasio a Canova

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  1. 1. Am Hof: dove l'Impero finì con un annuncio dal balcone

    Schulhof 1, 1010 Wien, Austria

    Mettiti al centro di questa piazza larga e un po' storta, con la colonna della Madonna che svetta nel mezzo, e gira lo sguardo verso la chiesa dalla facciata bianca, con la grande terrazza sopra il portale. Sembra fatta apposta per affacciarsi e parlare alla folla... e infatti è proprio quello che è successo, due volte, in due momenti in cui la storia d'Europa ha cambiato direzione. Benvenuto Am Hof, che vuol dire semplicemente «alla corte».

    Il nome non è un caso. Prima che gli Asburgo costruissero la loro gigantesca Hofburg, qui c'era la residenza dei Babenberg, i duchi che governarono l'Austria nel Medioevo. Intorno al 1155 il duca Enrico II, detto Jasomirgott, portò la sua corte in questo punto, e Vienna diventò una capitale. Del castello non resta nulla di visibile, ma la piazza ne conserva la forma e il nome, come un'impronta lasciata nel fango e mai cancellata.

    Primo balcone: Pasqua del 1782. Papa Pio VI arriva a Vienna, un viaggio che nessun papa faceva da secoli, per convincere l'imperatore Giuseppe II a frenare le sue riforme, che chiudevano conventi e mettevano la Chiesa sotto il controllo dello Stato. Dalla terrazza di questa chiesa il papa benedice una folla immensa. Giuseppe lo accoglie con tutti gli onori, lo ascolta con pazienza... e poi non cambia una virgola. Pio VI torna a Roma a mani vuote.

    Secondo balcone: 6 agosto 1806. Un araldo esce sulla stessa terrazza e legge un proclama: l'imperatore Francesco II depone la corona del Sacro Romano Impero. Dopo circa mille anni, dall'incoronazione di Carlo Magno, l'impero più longevo della storia europea si spegne così, con una lettura pubblica in una piazza di Vienna. Napoleone aveva già ridisegnato la mappa del continente, e Francesco, che due anni prima si era proclamato imperatore d'Austria, salvò almeno quel titolo.

    E la colonna al centro? È la Mariensäule, voluta da Ferdinando III per ringraziare la Vergine perché gli svedesi, durante la Guerra dei Trent'anni, non avevano preso la città. Quella che vedi è la versione in bronzo del 1667: ai suoi piedi, angioletti in armatura combattono contro la peste, la guerra, la fame e l'eresia. Ora prendi la stradina chiamata Heidenschuss, attraversa la Herrengasse e infilati nella Landhausgasse: in fondo c'è la Minoritenplatz, con una chiesa che parla italiano.

  2. 2. Minoritenkirche: la chiesa degli italiani e il Cenacolo di Napoleone

    Minoritenplatz 2a, 1010 Wien, Austria

    Davanti a te c'è una chiesa gotica dall'aria severa, grigia, con un campanile curioso: sale snello e poi si interrompe di colpo, come se qualcuno gli avesse tagliato la punta. Ed è più o meno così. Il racconto più diffuso vuole che la cuspide sia stata danneggiata dai cannoni ottomani durante l'assedio del 1683 e mai più ricostruita. Da allora il campanile porta questo cappello piatto, con una certa dignità.

    I frati minori, i francescani, arrivarono a Vienna già nel Duecento, e la chiesa che vedi prese forma soprattutto nel Trecento. Ma per te, italiano a Vienna, la data importante è il 1784. Fu allora che Giuseppe II, l'imperatore riformatore che chiudeva conventi a raffica, affidò questa chiesa alla Congregazione italiana. Da più di due secoli è la chiesa nazionale degli italiani, dedicata a Maria della Neve, e qui la messa si celebra ancora nella nostra lingua.

    Entra, e su una parete della navata ti si para davanti un'Ultima Cena gigantesca, lunga circa nove metri: è la copia del Cenacolo di Leonardo. Solo che non è dipinta. È un mosaico fatto di tessere minuscole di vetro colorato, così fitte che da qualche passo di distanza sembrano pennellate. Lo commissionò Napoleone nel 1806 al mosaicista romano Giacomo Raffaelli, che ci lavorò per anni nel suo laboratorio di Milano.

    Il problema è che quando il mosaico fu pronto, intorno al 1814, Napoleone non era più in condizione di appenderlo da nessuna parte. Era all'Elba. Così l'opera, pesante una ventina di tonnellate, cercava un compratore, e la acquistò l'imperatore Francesco I d'Austria: l'uomo che Napoleone aveva sconfitto più volte e di cui aveva sposato la figlia. Il trofeo del vincitore diventò il souvenir dello sconfitto e da metà Ottocento è appeso qui.

    Fermati un momento davanti a quei volti. I colori dell'originale, a Milano, sono fragili e consumati dai secoli, mentre il vetro non sbiadisce. C'è chi dice, un po' per provocare, che qui a Vienna si legga la composizione di Leonardo con una chiarezza sorprendente. Esci, passa accanto al Ballhausplatz e cammina verso il Volksgarten: andiamo a trovare una donna che Vienna ama ancora, e che un italiano le ha portato via.

  3. 3. Volksgarten: il monumento a Sisi e il tempio di Canova

    Volksgarten, Dr.-Karl-Renner-Ring, 1010 Wien, Austria

    Passa il cancello e lasciati avvolgere dal verde: il Volksgarten, d'estate, è un'esplosione di rose, con le aiuole tirate a lucido e le panchine sempre occupate. In un angolo più appartato, quasi nascosta tra gli alberi, c'è una figura di marmo bianco seduta, con la testa leggermente inclinata e lo sguardo perso lontano. È Elisabetta, l'imperatrice che il mondo conosce come Sisi.

    Questo giardino esiste per merito, o per colpa, di Napoleone. Nel 1809, lasciando Vienna, le sue truppe fecero saltare una parte delle fortificazioni proprio davanti alla Hofburg. Invece di ricostruire i bastioni, gli Asburgo decisero di piantare un parco, aperto al pubblico nel 1823: da qui il nome, giardino del popolo. Al centro misero un tempietto dorico, copia di un tempio di Atene, progettato da Pietro Nobile, architetto nato nel Canton Ticino.

    Quel tempio, il Theseustempel, fu costruito per custodire una sola statua: Teseo che uccide il centauro, di Antonio Canova. Era nata da una commissione napoleonica per Milano. Finita quella stagione, l'imperatore Francesco la comprò e la fece mettere qui, come una gemma nel suo scrigno. Oggi il gruppo di marmo domina lo scalone del Kunsthistorisches Museum, ma il tempio è rimasto, vuoto e perfetto, come un astuccio che ricorda ancora la forma del suo gioiello.

    E torniamo a Sisi. Il 10 settembre 1898, sul lungolago di Ginevra, un anarchico italiano, Luigi Lucheni, la colpì al petto con una lima affilata. Lei fece ancora qualche passo, salì sul battello, poi crollò. Aveva sessant'anni. Lucheni cercava un sovrano da colpire, e lei era lì, quasi senza scorta. Vienna rimase sotto choc, e questo monumento, inaugurato nel 1907, è il lutto di una città che non aveva mai capito fino in fondo la sua imperatrice.

    Guarda come l'hanno scolpita: non sul trono, non con la corona, ma seduta, stanca, come una donna in viaggio. Forse è proprio così che avrebbe voluto essere ricordata, lontano dalla corte che detestava. Ora attraversa il giardino verso sud, passa davanti al Theseustempel ed esci sulla grande spianata davanti alla Neue Burg: è l'Heldenplatz, la piazza degli eroi.

  4. 4. Heldenplatz: un principe sabaudo e il balcone del 1938

    Heldenplatz, 1010 Wien, Austria

    Fermati ai piedi di questo cavallo di bronzo impennato, con il cavaliere che punta il bastone di comando verso l'orizzonte, e guarda la piazza che si apre intorno a te: un prato immenso, la curva maestosa della Neue Burg, e in lontananza le guglie del municipio. È uno spazio pensato per far sentire piccoli. E ci riesce benissimo.

    Il cavaliere è un mezzo italiano: il principe Eugenio di Savoia. Nato a Parigi nel 1663, di famiglia sabauda, respinto da Luigi XIV che non lo voleva nel suo esercito, passò al servizio degli Asburgo e diventò il più grande generale della sua epoca. Combatté nel 1683 per liberare Vienna dall'assedio ottomano, vinse i turchi a Zenta, batté più volte i francesi. E firmava in tre lingue in una volta sola: Eugenio von Savoie. Italiano, tedesco, francese. Un europeo prima dell'Europa.

    Dall'altra parte della piazza c'è l'arciduca Carlo, il primo a sconfiggere Napoleone in campo aperto, ad Aspern, nel 1809. Le due statue sono dello stesso scultore, Anton Dominik Fernkorn, e quella di Carlo è un piccolo prodigio: il cavallo si regge soltanto sulle zampe posteriori, tonnellate di bronzo in equilibrio. La Neue Burg, invece, non fu mai finita: doveva essere solo metà di un gigantesco foro imperiale, ma l'Impero finì prima del cantiere.

    Ora alza gli occhi verso la terrazza della Neue Burg. Il 15 marzo 1938, tre giorni dopo l'ingresso delle truppe tedesche, Adolf Hitler parlò da lassù davanti a una folla enorme e annunciò l'annessione dell'Austria al Reich. Le immagini di quella piazza piena di braccia alzate hanno pesato per decenni sulla coscienza del Paese. Nelle stesse settimane, per gli ebrei viennesi cominciavano le umiliazioni pubbliche, i saccheggi, gli arresti, e poi le deportazioni.

    Oggi l'Heldenplatz ospita concerti, manifestazioni, e ogni 26 ottobre la festa nazionale. È una piazza che ha imparato, lentamente, a convivere con la propria memoria. Ora cammina verso l'ala più antica e più bassa del palazzo e passa sotto il grande portone ad arco: sbucherai in un cortile chiuso, In der Burg, il cuore della vecchia reggia.

  5. 5. In der Burg: gli Appartamenti imperiali e il Museo di Sisi

    Hofburg, Michaelerkuppel, 1010 Wien, Austria

    Eccoti nel cortile In der Burg, chiuso da ali di palazzo costruite in epoche diverse. Al centro, su un alto piedistallo, un imperatore vestito da antico romano ti osserva con aria paterna: è Francesco I, il nonno di Francesco Giuseppe. A scolpirlo fu un lombardo, Pompeo Marchesi, e infatti l'Asburgo sembra un senatore appena uscito dal Foro, toga compresa.

    Dietro le finestre di queste ali ci sono gli appartamenti dove vissero Francesco Giuseppe ed Elisabetta. Quelli di lui sono quasi spartani, per un imperatore: si alzava prestissimo, verso le quattro del mattino, restava alla scrivania per ore a firmare pratiche su pratiche, e dormiva in un semplice letto di ferro. Regnò dal 1848 al 1916, sessantotto anni. Visse come il primo impiegato del suo stesso impero.

    Le stanze di lei raccontano un'altra storia. Nel suo spogliatoio c'erano anelli e una spalliera per la ginnastica, una cosa quasi scandalosa per un'imperatrice dell'Ottocento. Sisi faceva esercizio ogni giorno, seguiva diete ferree e dedicava ore ai capelli, così lunghi da arrivarle quasi alle caviglie. Si racconta che per lavarli, con uova e cognac, servisse un'intera giornata.

    Il Museo di Sisi, aperto nel 2004, prova a separare la donna dal mito. Il mito è quello dei film con Romy Schneider: la principessa giovane, romantica e felice. La donna fu un'altra: fuggiva da Vienna per mesi, viaggiava senza sosta, soffriva la corte e il protocollo. Perse due figli: la piccola Sofia, morta a due anni, e Rodolfo, morto a Mayerling nel 1889. Da quel giorno vestì quasi sempre di nero.

    Un dettaglio che quasi nessuno nota: sulla facciata dell'Amalienburg, una delle ali del cortile, ci sono un orologio, una meridiana e un quadrante che segue le fasi della luna. Il tempo dell'impero, misurato in tre modi diversi. Adesso cerca, su un lato del cortile, una porta dipinta di rosso, nero e oro: è lo Schweizertor, la porta degli svizzeri. Attraversala.

  6. 6. Schweizerhof e Schatzkammer: corone, un unicorno e la culla del Re di Roma

    Hofburg, Schweizerhof, 1010 Wien, Austria

    Sei appena passato sotto la porta più colorata di Vienna, rossa, nera e oro, con lo stemma degli Asburgo, e ora sei nel cortile più antico di tutta la Hofburg. Lo Schweizerhof ha le sue radici nel Duecento: qui sorgeva un castello quadrato con quattro torri agli angoli, e se guardi lo spessore di certi muri senti ancora la fortezza medievale nascosta sotto gli intonaci.

    Il nome viene dalle guardie svizzere che nel Settecento sorvegliavano questa parte del palazzo, un po' come quelle del papa in Vaticano. La porta fu decorata così sotto Ferdinando I, verso la metà del Cinquecento. In un angolo del cortile c'è la Burgkapelle, la cappella gotica di corte: è lì che la domenica, durante la messa, canta il Coro dei ragazzi di Vienna, erede di un coro di corte fondato da Massimiliano I nel 1498.

    Ma la vera meraviglia è dietro quelle porte: la Schatzkammer, il Tesoro imperiale. Lì dentro c'è la corona del Sacro Romano Impero, un ottagono d'oro tempestato di pietre e perle, nato probabilmente nella seconda metà del X secolo. C'è la corona personale di Rodolfo II, del 1602, diventata poi la corona dell'Impero austriaco. E c'è un corno di unicorno lungo più di due metri, che per secoli fu considerato un tesoro inestimabile.

    Il segreto dell'unicorno è che si tratta del dente di un narvalo, una balena dei mari artici. Nessuno lo sapeva, o nessuno voleva saperlo. Poco lontano c'è un oggetto che per un italiano ha un sapore particolare: la culla d'argento dorato del figlio di Napoleone e di Maria Luigia d'Austria, nato nel 1811 con il titolo di Re di Roma. Fu un dono della città di Parigi. Il bambino la usò poco: crebbe qui, a Vienna, come un principe austriaco, e morì a ventun anni a Schönbrunn.

    Nel 1938 i nazisti trasferirono le insegne del Sacro Romano Impero a Norimberga, che Hitler voleva trasformare nella città simbolo del regime. Tornarono a Vienna solo all'inizio del 1946, riportate dagli americani. Ora ripassa sotto lo Schweizertor, attraversa di nuovo In der Burg e passa sotto la grande cupola verde: dall'altra parte c'è la Michaelerplatz, e ti aspetta un poeta romano.

  7. 7. Michaelerplatz: Metastasio, il giovane Haydn e la cupola di corte

    Michaelerplatz, 1010 Wien, Austria

    Volta le spalle alla cupola verde della Hofburg e guarda la piazza: al centro uno scavo recintato mostra resti romani e fondamenta medievali, poi la chiesa di San Michele con il suo campanile appuntito, e accanto un palazzo signorile con un passaggio verso il Kohlmarkt. È la Michaelerhaus. E in questa casa, a metà Settecento, abitava una coppia di inquilini davvero improbabile.

    In uno degli appartamenti viveva Pietro Metastasio, nato a Roma nel 1698: il poeta cesareo, cioè il librettista ufficiale della corte imperiale. Arrivò a Vienna nel 1730 e non se ne andò più, per oltre cinquant'anni. I suoi drammi per musica, come la Didone abbandonata o L'Olimpiade, furono messi in musica centinaia di volte da compositori di tutta Europa. Per mezzo secolo, alla corte degli Asburgo, la lingua dell'opera fu l'italiano, e la parola del teatro era la sua.

    E in una soffitta dello stesso edificio, gelida d'inverno, viveva un ragazzo povero, cacciato dal coro del Duomo dopo che gli era cambiata la voce: Joseph Haydn. Grazie a Metastasio trovò lavoro come insegnante della giovane Marianna Martínez, che abitava nella casa, e conobbe il compositore napoletano Nicola Porpora. Haydn gli fece da accompagnatore e quasi da servitore, e in cambio imparò la composizione e l'italiano. Anni dopo raccontò che da Porpora aveva appreso i veri fondamenti del mestiere.

    Metastasio morì a Vienna nel 1782 ed è sepolto nella cripta di San Michele, qui accanto, l'antica parrocchia della corte. In quella cripta riposano centinaia di viennesi, alcuni ancora con i loro abiti, conservati dall'aria secca. Guarda il portale della chiesa: sopra l'ingresso precipita un gruppo di angeli ribelli, cacciati dall'arcangelo Michele. È la caduta degli angeli, scolpita nel Settecento dal vicentino Lorenzo Mattielli.

    E la cupola verde alle tue spalle? Fu completata solo alla fine dell'Ottocento, seguendo progetti barocchi rimasti in un cassetto per un secolo e mezzo. Di fronte, il palazzo liscio e senza decorazioni di Adolf Loos, del 1911, fece arrabbiare mezza Vienna. Ora infilati nella Reitschulgasse, la strada che corre lungo il fianco della Hofburg: tra pochi passi sentirai odore di cavalli.

  8. 8. Scuola d'equitazione spagnola: i Lipizzani e la Stallburg

    Reitschulgasse 2, 1010 Wien, Austria

    Fermati nella Reitschulgasse e tendi l'orecchio: a volte, dalle finestre basse della Stallburg, arriva uno sbuffo, un nitrito, il fruscio degli zoccoli sulla paglia. Sì, nel cuore di Vienna, a due passi da gioiellerie e caffè, abitano dei cavalli. E non cavalli qualunque: i lipizzani della Scuola d'equitazione spagnola, che si vanta di essere la più antica scuola di equitazione classica ancora in attività.

    Spagnola, a Vienna? Il nome viene dai cavalli di razza spagnola, allora i più apprezzati d'Europa, che gli Asburgo importarono nel Cinquecento. Nel 1580 l'arciduca Carlo fondò un allevamento a Lipizza, vicino a Trieste, oggi in Slovenia, e da lì prese il nome la razza dei lipizzani. Un dettaglio che sorprende tutti: i puledri nascono scuri, quasi neri, e diventano bianchi lentamente, tra i sei e i dieci anni.

    La Stallburg, l'edificio accanto a te, fu costruita a metà Cinquecento come residenza per il futuro imperatore Massimiliano II, e solo più tardi diventò scuderia. Il suo cortile interno, con tre piani di arcate, è uno dei gioielli del Rinascimento viennese. Dall'altra parte della strada c'è la Winterreitschule, il maneggio d'inverno costruito tra il 1729 e il 1735 per Carlo VI da Joseph Emanuel Fischer von Erlach: una sala bianca e luminosa, con colonne e lampadari, dove i cavalli danzano sulla musica.

    Quella sala ha visto feste, caroselli per il Congresso di Vienna e perfino, nel 1848, le sedute del primo parlamento austriaco eletto. Ma il momento più drammatico arrivò alla fine della Seconda guerra mondiale. Il direttore della scuola, Alois Podhajsky, aveva portato gli stalloni fuori Vienna, mentre le giumente dell'allevamento erano finite in Boemia. Nella primavera del 1945 l'esercito americano, con il consenso del generale Patton, mise in salvo i cavalli.

    Durante gli allenamenti del mattino i cavalieri quasi non si vedono muovere: comunicano con il peso del corpo e con gesti minimi delle mani. Un lipizzano impiega anni per imparare le figure più difficili, come la capriola, il salto in cui si stacca da terra con tutte e quattro le zampe. Prosegui fino in fondo alla Reitschulgasse: si apre una piazza elegante con un imperatore a cavallo nel mezzo. È la Josefsplatz.

  9. 9. Josefsplatz e Prunksaal: la biblioteca dell'imperatore

    Josefsplatz 1, 1010 Wien, Austria

    Entra nella Josefsplatz e fermati vicino alla statua equestre: un imperatore vestito da romano, a cavallo, con il braccio teso come a benedire la piazza. È Giuseppe II, il figlio di Maria Teresa, il secolo dei Lumi seduto sul trono. Intorno a te palazzi chiari e ordinati, e nessuna vetrina: sembra rimasta ferma al Settecento, e infatti qui nel 1949 si girarono alcune scene del Terzo uomo.

    Giuseppe II fu un riformatore instancabile: abolì la servitù della gleba, concesse la tolleranza religiosa a protestanti ed ebrei, chiuse centinaia di conventi. Inventò perfino una bara riutilizzabile, con il fondo apribile, per risparmiare legno. Quella trovata scatenò una tale protesta che dovette ritirarla dopo pochi mesi. Gli viene attribuito un motto che lo riassume bene: tutto per il popolo, niente attraverso il popolo.

    Ora cerca l'ingresso della Biblioteca nazionale, sulla piazza. Dietro quella facciata si nasconde il Prunksaal, la sala di gala della biblioteca imperiale, costruita tra il 1723 e il 1726 per Carlo VI. È lunga quasi ottanta metri, con una cupola affrescata da Daniel Gran, scaffali di noce su due piani, scalette di legno e grandi globi, tra cui quelli del veneziano Vincenzo Coronelli. Quando entri, il silenzio e l'odore di carta antica ti arrivano addosso come un'onda.

    Al centro, sotto la cupola, la statua di Carlo VI è circondata da una biblioteca dentro la biblioteca: quella del principe Eugenio di Savoia, il condottiero che hai incontrato all'Heldenplatz. Eugenio era un lettore vorace, collezionava libri rari e li faceva rilegare in pelle, con colori diversi a seconda dell'argomento, almeno così si racconta. Dopo la sua morte, nel 1736, l'imperatore acquistò la raccolta, circa quindicimila volumi, ed eccoli lì.

    Prima di lasciare la piazza, guarda il palazzo con il portale sorretto da figure femminili dall'aria severissima: è il Palais Pallavicini, che porta il nome di una famiglia di origine genovese. Ancora Italia, ovunque ti giri. Ora dirigiti verso l'angolo della piazza dove comincia la Augustinerstraße: lì, quasi incastrata nel palazzo imperiale, c'è una chiesa gotica dalla facciata semplicissima.

  10. 10. Augustinerkirche: nozze imperiali e la cripta dei cuori

    Augustinerstraße 3, 1010 Wien, Austria

    Da fuori non dice quasi niente: una facciata grigia, stretta tra i palazzi, che quasi scompare lungo la Augustinerstraße. Entra, e l'impressione cambia: una navata gotica alta e bianca, piena di luce. Questa era la chiesa parrocchiale della corte, e qui gli Asburgo celebravano i matrimoni più importanti. Maria Teresa ci sposò Francesco Stefano di Lorena nel 1736. Francesco Giuseppe ci sposò Elisabetta il 24 aprile 1854.

    E qui, nel 1810, si celebrò il matrimonio più strano di tutti: quello di Napoleone con l'arciduchessa Maria Luigia, figlia dell'imperatore Francesco e futura duchessa di Parma. Lo sposo però non c'era. Fu un matrimonio per procura: all'altare, al posto di Napoleone, stava l'arciduca Carlo, proprio il generale che l'anno prima lo aveva battuto ad Aspern. Immagina la scena, e le facce degli invitati.

    Ora cerca, lungo una navata laterale, una piramide di marmo bianco con una porta buia spalancata, verso cui avanza un corteo di figure in lutto. È il monumento funebre dell'arciduchessa Maria Cristina, figlia prediletta di Maria Teresa, scolpito da Antonio Canova e terminato nel 1805. Nessuna croce, nessun santo: solo il passaggio silenzioso verso il buio. Lo stesso schema fu poi usato dai suoi allievi per la tomba di Canova ai Frari, a Venezia.

    E poi c'è il segreto della chiesa: la Herzgruft, la cripta dei cuori. In una piccola cappella sono allineate cinquantaquattro urne, e ognuna contiene il cuore di un Asburgo. Dal Seicento in poi la famiglia seguì un rito preciso: il corpo nella Cripta dei Cappuccini, le viscere nelle catacombe del Duomo di Santo Stefano, il cuore qui, nella chiesa di corte. Tre sepolture per una sola persona.

    Perché dividere un corpo così? Era un gesto di devozione, ma anche di potere: un sovrano era troppo importante per riposare in un solo luogo. L'ultimo cuore arrivò nel 1878, quello dell'arciduca Francesco Carlo, il padre di Francesco Giuseppe. Esci e scendi lungo la Augustinerstraße: davanti a te si alza un bastione con un palazzo sopra, l'Albertina. Cerca l'ingresso del giardino che si apre ai suoi piedi.

  11. 11. Burggarten: il giardino dell'imperatore e Mozart tra i fiori

    Burggarten, Opernring, 1010 Wien, Austria

    Davanti a te c'è un Mozart di marmo bianco su un alto piedistallo, elegantissimo, con la parrucca e il mantello, e ai suoi piedi, nell'aiuola, una chiave di violino disegnata con i fiori. È la foto che vogliono tutti, e c'è sempre qualcuno in posa. Ma guarda oltre gli alberi: vedi quella lunga serra di vetro e ferro? È la Palmenhaus, costruita all'inizio del Novecento, una cattedrale liberty per le piante tropicali.

    Questo era il giardino privato dell'imperatore, creato dopo il 1809 sul terreno liberato dalle mura che i francesi avevano fatto saltare, proprio come il Volksgarten. Ma qui il popolo non entrava. Era un angolo riservato alla famiglia imperiale, con serre, viali e piante rare, e Francesco I, appassionato di botanica, amava occuparsene di persona. Il pubblico poté varcare i cancelli solo dopo la fine della monarchia, nel 1919.

    Il monumento a Mozart, di Viktor Tilgner, fu inaugurato nel 1896 non qui, ma sulla vicina Albertinaplatz. Danneggiato dalla guerra, nel 1953 fu restaurato e spostato in questo giardino. Mozart, in vita, a corte non ebbe mai il posto che sognava: Giuseppe II lo stimava, ma la carica di maestro di cappella imperiale andò a un italiano, Antonio Salieri, nato a Legnago.

    E qui bisogna rendere giustizia a Salieri. La voce che avesse avvelenato Mozart per invidia circolò a Vienna negli ultimi anni di vita di Salieri, fu ripresa da Puškin e poi dal film Amadeus, ma non ha alcuna base storica. Salieri fu un compositore stimatissimo e un maestro generoso: tra i suoi allievi ci furono Beethoven, Schubert e il giovane Liszt, e spesso insegnava gratis a chi non poteva pagare. Morì a Vienna nel 1825, con il nome macchiato da una calunnia.

    Prima di andare, guarda in alto verso l'Albertina, il palazzo sul bastione. Fu la residenza di Maria Cristina, la figlia prediletta di Maria Teresa, e di suo marito Alberto di Sassonia-Teschen, che fondò una delle più grandi collezioni di grafica del mondo, quella della famosa Lepre di Dürer. Esci verso l'Albertinaplatz e prendi la Tegetthoffstraße: in pochi minuti sei al Neuer Markt, davanti a una chiesetta di frati cappuccini.

  12. 12. Kaisergruft: la Cripta dei Cappuccini, dove riposano gli Asburgo

    Tegetthoffstraße 2, 1010 Wien, Austria

    Ecco la chiesa dei Cappuccini, così modesta che potresti passarle davanti senza notarla: una facciata semplice, quasi povera, su un lato del Neuer Markt. Sotto i tuoi piedi, invece, c'è la Kaisergruft, la cripta imperiale. In queste sale sotterranee riposano circa centocinquanta membri della famiglia Asburgo, tra cui dodici imperatori e diciotto imperatrici. Il potere più grande d'Europa, custodito dai frati più poveri.

    Fu l'imperatrice Anna, moglie dell'imperatore Mattia, a volere questa chiesa e questa cripta. Morì nel 1618, e i lavori furono completati negli anni successivi. Da allora quasi ogni Asburgo è sceso quaggiù. Nella sala più spettacolare c'è il doppio sarcofago di Maria Teresa e di suo marito Francesco Stefano, un capolavoro rococò di Balthasar Ferdinand Moll: i due sposi sono scolpiti sul coperchio, uno di fronte all'altra, come se si risvegliassero insieme nel giorno del giudizio.

    Non lontano c'è una tomba che, a rigore, non dovrebbe esserci: quella della contessa Karoline Fuchs, la governante di Maria Teresa, l'unica persona estranea alla famiglia sepolta qui. Maria Teresa le era così legata da volerla accanto per sempre. E poco più in là ci sono Francesco Giuseppe, Sisi e il figlio Rodolfo, riuniti nella morte come non lo furono quasi mai in vita.

    La cripta accoglie gli Asburgo anche in tempi recenti. Nel 2011 vi fu sepolto Otto d'Asburgo, figlio dell'ultimo imperatore Carlo, con il rito antico. Il corteo bussa alla porta e un frate, da dentro, chiede chi chiede di entrare. Alle prime due risposte, che elencano titoli e onori, la porta resta chiusa. Solo alla terza, quando si risponde semplicemente un uomo mortale e peccatore, la porta si apre. È forse la lezione più bella di tutto il giro.

    E un ultimo filo che ci riporta all'Italia: il figlio di Napoleone e di Maria Luigia, il Re di Roma di cui hai visto la culla nel Tesoro, riposò qui per più di un secolo, finché nel 1940 Hitler fece trasferire le sue spoglie a Parigi, agli Invalides, vicino al padre. Così si chiude il cerchio: dalla piazza dove finì il Sacro Romano Impero alla cripta dove riposano i suoi ultimi sovrani. Il Duomo di Santo Stefano, che custodisce le loro viscere, è a cinque minuti di cammino.