Praga, Città Vecchia e Ghetto: eretici, orologi, Mozart e il Golem
Dalla Torre delle Polveri al convento di Sant'Agnese: il teatro del Don Giovanni di Da Ponte, le 27 croci, Jan Hus, la Cappella Italiana, le sinagoghe di Josefov e la statua di Kafka
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1. Torre delle Polveri e Casa municipale: la porta dei re
Náměstí Republiky 5, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Mettiti con le spalle ai tram di Náměstí Republiky e alza gli occhi: davanti a te c'è una torre scura, quasi nera, coperta di statue e pinnacoli come una cattedrale che ha perso la sua chiesa. Accanto, appoggiato a lei come un fratello minore vestito a festa, brilla un palazzo color crema e oro, con un grande mosaico sopra l'ingresso. Due edifici, quattro secoli di distanza, e un solo racconto: quello di come Praga ha cambiato padrone.
La torre si chiama Prašná brána, la Torre delle Polveri. Il re Vladislao II Jagellone ne posò la prima pietra nel 1475: doveva essere la porta di rappresentanza della Città Vecchia, proprio accanto alla residenza reale che sorgeva nel punto esatto in cui oggi c'è quel palazzo dorato. Ma nel 1484 il re, stanco delle sommosse dei praghesi, fece le valigie e si trasferì al Castello, dall'altra parte del fiume. Il cantiere si fermò, e la torre restò per secoli incompiuta, con un tetto provvisorio... finché nel Seicento qualcuno pensò bene di riempirla di polvere da sparo. Da lì il nome.
Eppure da quest'arco partiva lo spettacolo più grandioso che Praga potesse offrire: la Via Reale. Il giorno dell'incoronazione il nuovo re di Boemia entrava qui, attraversava la piazza della Città Vecchia, il Ponte Carlo e Malá Strana, e saliva fino alla cattedrale di San Vito. Oggi percorrerai un pezzo di quella strada, ma a modo tuo, con qualche deviazione tra eretici, orologi e rabbini.
Ora guarda la Obecní dům, la Casa municipale. È stata costruita tra il 1905 e il 1912 ed è uno dei manifesti più sfacciati dell'Art Nouveau in Europa: vetrate, ferro battuto, sale decorate da Alfons Mucha, una sala da concerto intitolata a Bedřich Smetana. Era il modo con cui i cechi, ancora sudditi di Vienna, dicevano al mondo: siamo una nazione, non una provincia. E il 28 ottobre 1918, proprio in questo edificio, venne proclamata l'indipendenza della Cecoslovacchia.
Il re che scappò dalla città e la nazione che se la riprese, a dieci metri l'uno dall'altra. Praga è così: niente si cancella, tutto si appoggia sopra. Adesso passa sotto l'arco della torre, imbocca la via Celetná e poi gira a sinistra verso il vecchio mercato della frutta, Ovocný trh. Ti aspetta un teatro verde e bianco dove un italiano ha cambiato la storia dell'opera.
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2. Teatro degli Stati e Carolinum: il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte
Železná 11, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Fermati nello slargo di Ovocný trh, l'antico mercato della frutta. Davanti a te c'è un teatro neoclassico verde pallido e bianco, con colonne e una scritta latina sul frontone; a pochi passi, una facciata gotica da cui sporge un bovindo di pietra, come un piccolo altare appeso al muro. Da una parte la musica, dall'altra la sapienza.
Il teatro è lo Stavovské divadlo, il Teatro degli Stati. Lo fece costruire il conte Franz Anton Nostitz, che lo inaugurò nel 1783 con un motto che è tutto un programma: Patriae et Musis, alla patria e alle Muse. Quattro anni dopo, il 29 ottobre 1787, su questo palcoscenico debuttò il Don Giovanni, e Mozart dirigeva in persona. Il libretto? Era di Lorenzo Da Ponte, nato a Ceneda, l'odierna Vittorio Veneto, in una famiglia ebrea convertita: abate, poeta, avventuriero, finirà i suoi giorni a New York, primo professore di letteratura italiana alla Columbia.
Perché Praga e non Vienna? Perché a Vienna Le nozze di Figaro avevano avuto un'accoglienza discreta, mentre qui erano diventate una febbre: le arie si fischiettavano per strada e si ballavano nelle taverne. Così l'impresario italiano del teatro, Pasquale Bondini, commissionò a Mozart un'opera nuova. Si racconta che l'ouverture sia stata scritta nella notte prima della prima, con l'inchiostro ancora fresco sulle parti dell'orchestra. E nel 1791, ancora qui, debuttò La clemenza di Tito, composta per l'incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia.
È uno dei pochissimi teatri ancora in piedi in cui Mozart abbia diretto davvero, ed è per questo che Miloš Forman ci girò le scene d'opera del suo Amadeus. Ma c'è di più: nel 1834, durante una commedia popolare, da questo palco risuonò per la prima volta una canzone, Kde domov můj, dov'è la mia patria. Oggi è l'inno nazionale ceco.
E l'edificio gotico col bovindo? È il Carolinum, il cuore dell'Università Carlo, fondata da Carlo IV nel 1348: la più antica università dell'Europa centrale. Nel 1409 ne diventò rettore un predicatore dal carattere di ferro, Jan Hus. Ricordati il nome, perché tra poco lo ritroverai in bronzo. Ora prendi la via Železná fino alla grande piazza, poi gira a destra nella stretta via Týnská, che corre dietro una chiesa dalle due torri nere: c'è un cortile nascosto.
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3. Cortile di Ungelt e chiesa di Týn: il calice degli hussiti
Týn 1, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Entra nel cortile lastricato di Ungelt e fai un giro su te stesso: facciate rinascimentali, portoni pesanti, un loggiato con tracce di affreschi. Sopra i tetti spuntano due torri gotiche scure, irte di guglie con le punte dorate, che sembrano uscite da una fiaba un po' cupa.
Questo cortile era la dogana medievale di Praga. Già nel XII secolo i mercanti stranieri arrivavano qui da tutta Europa con stoffe, spezie e metalli, pagavano il dazio, che nel tedesco dell'epoca si chiamava proprio Ungelt, e in cambio trovavano letto, stalla, magazzini e protezione. Era un recinto chiuso e sorvegliato, quasi una piccola città dentro la città. Se fossi passato da queste porte nel Trecento, avresti sentito parlare cinque lingue diverse nel giro di un minuto.
E ora le torri. Appartengono alla chiesa di Santa Maria di Týn, che per due secoli fu il simbolo della Boemia ribelle. Dopo il rogo di Jan Hus divenne la chiesa principale degli utraquisti, i suoi seguaci, che chiedevano la comunione con il pane e anche con il vino: il calice per tutti, non solo per i preti. Il re hussita Giorgio di Poděbrady fece mettere sulla facciata un grande calice dorato. Poi, nel 1620, la battaglia della Montagna Bianca cambiò tutto: vinsero gli Asburgo cattolici, il calice fu tolto e, si racconta, fuso per ricavarne l'oro della Madonna che ancora oggi brilla lassù, tra le due torri.
Guarda bene quelle torri: non sono gemelle, una è un po' più larga dell'altra, e i praghesi le chiamano Adamo ed Eva. E dentro la chiesa riposa un ospite illustre: Tycho Brahe, l'astronomo danese di Rodolfo II, morto a Praga nel 1601. Per secoli si è sussurrato che fosse stato avvelenato col mercurio. Nel 2010 gli scienziati hanno riaperto la tomba, analizzato capelli e ossa, e hanno concluso che no, il mercurio in dose letale non c'era.
Resta in piedi una versione più colorita, che risale a Keplero, suo assistente: durante un banchetto Tycho non volle alzarsi da tavola per non mancare di rispetto ai nobili, e la sua vescica... beh, non glielo perdonò. Probabilmente è più aneddoto che diagnosi. Ora esci dal cortile, aggira la chiesa e sbuca sulla grande piazza: cerca il municipio con l'orologio, e guarda bene dove metti i piedi.
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4. Piazza della Città Vecchia: l'Orologio astronomico e le 27 croci
Staroměstské nám. 1, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Sei sulla Staroměstské náměstí, la piazza della Città Vecchia, e probabilmente intorno a te c'è una folla col naso all'insù. Prima di guardare in alto, però, abbassa gli occhi sul selciato ai piedi della torre del municipio: vedrai delle croci bianche incastonate tra i ciottoli. Contale. Sono ventisette.
Segnano il luogo in cui, il 21 giugno 1621, furono giustiziati ventisette capi della rivolta dei ceti boemi: nobili, borghesi, perfino il medico e rettore dell'università Jan Jesenius, a cui prima tagliarono la lingua. Era la vendetta di Ferdinando II d'Asburgo dopo la Montagna Bianca. L'esecuzione durò ore e il boia, Jan Mydlář, dovette cambiare più di una spada. Le teste di dodici condannati furono appese in gabbie di ferro sulla torre del Ponte Carlo, e lì rimasero per dieci anni.
Adesso sì, alza lo sguardo. L'orologio astronomico, l'Orloj, funziona dal 1410 ed è considerato il più antico orologio astronomico al mondo ancora in attività. Non segna solo l'ora: il quadrante mostra la posizione del Sole e della Luna nello zodiaco, l'ora babilonese e quella dell'antica Boemia, che cominciava a contare dal tramonto. Allo scoccare di ogni ora la Morte, uno scheletro, tira una corda e rovescia la clessidra, e nelle finestrelle in alto sfilano gli apostoli.
La leggenda dice che il costruttore, il maestro Hanuš, fu accecato dai consiglieri perché non realizzasse un orologio altrettanto bello per un'altra città, e che lui, per vendetta, si infilò nel meccanismo e lo bloccò. È una storia splendida, ma falsa due volte: Hanuš lavorò all'orologio quasi un secolo dopo, e i veri autori furono l'orologiaio Mikuláš di Kadaň e l'astronomo Jan Šindel. Quanto agli apostoli, sono un'aggiunta molto più tarda: quelli di legno bruciarono nel maggio 1945, durante l'insurrezione di Praga, e quelli che vedi furono scolpiti dopo la guerra.
Al centro della piazza, intanto, ti osserva un gruppo di bronzo scuro: un uomo alto e magro, avvolto in un mantello, in mezzo a una folla di figure piegate. È Jan Hus, nel monumento inaugurato nel 1915, cinquecento anni dopo il suo rogo. Per capire davvero quell'uomo, però, devi andare dove parlava. Esci dall'angolo sud-ovest della piazza, attraversa la piccola Malé náměstí e scendi tra i vicoli fino a Betlémské náměstí.
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5. Cappella di Betlemme: dove predicava Jan Hus
Betlémské nám. 255/4, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Davanti a te c'è un edificio insolito per Praga: niente torri, niente cupole, solo un grande muro bianco con due timpani appuntiti, uno accanto all'altro, come due tende piantate in mezzo ai vicoli. È la Betlémská kaple, la Cappella di Betlemme. E non è una chiesa come le altre: è stata costruita per la parola.
Fu fondata nel 1391 da due cittadini praghesi con uno scopo preciso: predicare in ceco, la lingua del popolo, e non in latino. Poteva accogliere circa tremila persone, quasi tutte in piedi. Dal 1402 il predicatore era Jan Hus. Immaginalo sul pulpito mentre attacca la vendita delle indulgenze, la ricchezza del clero, la corruzione dei potenti, e ad ascoltarlo ci sono artigiani, studenti, mercanti... e perfino la regina Sofia, moglie del re Venceslao IV.
La Chiesa lo scomunicò, e nel 1414 Hus partì per il Concilio di Costanza con un salvacondotto dell'imperatore Sigismondo. Non servì a nulla. Fu arrestato, processato per eresia e il 6 luglio 1415 bruciato sul rogo. In Boemia la notizia accese un fuoco di altro genere: le guerre hussite, quindici anni in cui un esercito di contadini e artigiani respinse una crociata dopo l'altra. Un secolo prima di Lutero, qui la Riforma era già cominciata.
E adesso il colpo di scena: quello che vedi non è del tutto originale. Alla fine del Settecento la cappella fu in gran parte demolita, e sul suo posto sorsero case d'abitazione. A ricostruirla, tra il 1950 e il 1954, fu il regime comunista, che vedeva in Hus un rivoluzionario sociale ante litteram. L'architetto Jaroslav Fragner riutilizzò le mura superstiti e si basò su disegni antichi, e sulle pareti interne sono stati riportati brani dei suoi scritti.
Un'ultima curiosità: a Hus si attribuisce anche un trattato sull'ortografia ceca, quello che avrebbe introdotto i segni sopra le lettere, come in č o ř. Ogni volta che vedi un háček su un cartello di Praga, insomma, potresti guardare un pezzetto della sua eredità. Ora risali verso nord per la via Liliová fino alla Karlova, la strada più affollata della città: cerca un enorme complesso barocco e, schiacciata tra i palazzi, una piccola cappella dall'aria familiare.
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6. Clementinum e Cappella Italiana: la Praga degli italiani
Klementinum 190, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Sei sulla via Karlova, e accanto a te si allunga una facciata barocca che sembra non finire mai. Prima di cercare l'ingresso, però, fermati davanti a una piccola cappella ovale, stretta tra i palazzi, con un'iscrizione latina e un'aria stranamente familiare. Il tuo istinto ha ragione: questa cappella parla italiano.
È la Vlašská kaple, la Cappella Italiana dell'Assunzione, costruita tra il 1590 e il 1600 per la comunità degli italiani di Praga. Chi erano? Muratori, scalpellini, stuccatori, architetti, molti arrivati dai laghi lombardi e ticinesi, chiamati da imperatori e nobili a rifare la città in stile rinascimentale e poi barocco. Erano così numerosi da fondare una confraternita, un ospedale a Malá Strana e perfino da dare il nome a una strada, la Vlašská, la via degli Italiani. E quell'antico ospedale oggi ospita l'Istituto Italiano di Cultura.
La cappella fa parte del Clementinum, l'immenso collegio dei gesuiti. Arrivarono a Praga nel 1556, chiamati da Ferdinando I d'Asburgo per riportare al cattolicesimo una città che era rimasta hussita nell'anima. E costruirono in grande: dopo il Castello, il Clementinum è il complesso edilizio più vasto di Praga. Per fargli posto furono abbattute decine di case, giardini e alcune chiese.
Il tesoro sta dentro. La Biblioteca barocca, terminata nel 1722, è una sala di legno scuro e oro, con globi terrestri e celesti e un soffitto affrescato che sembra aprirsi sul cielo. Sopra tutto si alza la Torre astronomica: dal 1775 qui si registrano ogni giorno temperatura e pressione, senza interruzioni, ed è una delle serie meteorologiche più lunghe del mondo. Un tempo, a mezzogiorno, un uomo sulla torre agitava una bandiera, e da quel segnale tutta Praga regolava gli orologi.
Pensa a quante lingue convivevano in questo isolato: gli italiani che pregavano nella loro cappella, i gesuiti che insegnavano in latino, i praghesi che, sottovoce, continuavano a pensare in ceco. Ora raggiungi la piazza dei Crociati, Křižovnické náměstí, ma senza salire sul ponte: gira a destra e segui il lungofiume verso nord. Dopo pochi minuti vedrai un palazzo neorinascimentale color sabbia, affacciato sulla Moldava, con una fila di statue sul tetto.
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7. Rudolfinum e piazza Jan Palach: musica e memoria
Alšovo nábř. 79/12, 110 00 Praha 1-Josefov, Czechia
Eccolo, con la facciata rivolta alla Moldava e al Castello dall'altra parte del fiume: il Rudolfinum. Colonne, balaustre, scalinate, e sul tetto una fila di statue di compositori che sembrano lì apposta per controllare se l'orchestra, dentro, suona intonata.
Fu costruito tra il 1876 e il 1885 dagli architetti Josef Zítek e Josef Schulz, e porta il nome dell'arciduca Rodolfo, l'erede al trono d'Asburgo che morirà poi a Mayerling. Era pensato come una casa delle arti, con sale da concerto e gallerie sotto lo stesso tetto. Il 4 gennaio 1896, nella grande sala che oggi porta il suo nome, Antonín Dvořák diresse il primo concerto della Filarmonica Ceca. E dopo il 1918, per una ventina d'anni, qui si riunì il parlamento della giovane Cecoslovacchia.
Poi arrivarono gli anni bui, e da quegli anni nasce una storia che lo scrittore praghese Jiří Weil trasformò in un romanzo, Mendelssohn è sul tetto. Agli operai viene ordinato di togliere dalla balaustra la statua di Mendelssohn, compositore di origine ebraica. Ma nessuno sa quale sia. Allora decidono di cercare quella con il naso più grande... e per poco non buttano giù Richard Wagner.
È satira amara, ma dietro c'è una verità: in quegli anni dalla vita di Praga si cancellava tutto ciò che era ebraico, prima i nomi, poi le persone. Ed è proprio verso il quartiere ebraico che stai per andare. Prima, però, guarda la piazza su cui ti trovi: porta il nome di Jan Palach, lo studente di filosofia che nel gennaio 1969 si diede fuoco in piazza Venceslao per protestare contro l'occupazione sovietica. La sua facoltà è proprio l'edificio qui accanto.
Dopo la Rivoluzione di velluto il Rudolfinum è tornato a essere ciò per cui era nato, la casa della Filarmonica Ceca, con un'acustica tra le più amate d'Europa. Se vedi passare qualcuno con la custodia di un violoncello sulle spalle, sai dove sta andando. Ora lasciati il fiume alle spalle, imbocca la via 17. listopadu e poi gira nella via Široká: dietro un muro grigio cominceranno a spuntare le lapidi del vecchio cimitero.
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8. Sinagoga Pinkas e Antico cimitero ebraico
Široká 3, 110 00 Praha 1-Josefov, Czechia
Sei in via Široká, davanti a un muro grigio. Dietro, appena visibili, si accalcano lapidi inclinate, storte, appoggiate l'una all'altra come denti in una bocca troppo piccola. Accanto c'è una sinagoga dalla facciata sobria, quasi timida. Respira piano: questo è uno dei luoghi più intensi d'Europa.
La Sinagoga Pinkas fu costruita nel 1535 dalla famiglia Horowitz. Oggi non è più un luogo di preghiera ma un memoriale. Sulle pareti interne sono scritti a mano, uno per uno, i nomi di 77.297 ebrei di Boemia e Moravia uccisi nella Shoah, con la data di nascita e l'ultima data conosciuta della loro vita. Al piano superiore sono esposti i disegni dei bambini rinchiusi nel ghetto di Terezín, nati durante le lezioni clandestine della pittrice Friedl Dicker-Brandeis. Lei e la maggior parte di quei bambini non tornarono.
Dopo l'invasione sovietica del 1968 il regime chiuse la sinagoga, ufficialmente per problemi di umidità, e lasciò che i nomi si sbiadissero sui muri. Furono riscritti da capo solo negli anni Novanta, dopo la caduta del comunismo. Anche la memoria, a Praga, ha dovuto aspettare il suo turno.
Dietro la sinagoga si apre l'Antico cimitero ebraico. Fu usato dalla prima metà del Quattrocento fino al 1787, e lo spazio non bastò mai: il ghetto non poteva allargarsi e la tradizione ebraica non permette di spostare i defunti. Così si aggiungeva terra e si seppelliva sopra, strato dopo strato, rialzando le vecchie lapidi. Si dice che in certi punti gli strati siano fino a dodici. Le pietre visibili sono circa dodicimila, e la più antica, quella del poeta Avigdor Kara, è del 1439.
Tra quelle pietre riposa anche il rabbino Judah Loew ben Bezalel, il Maharal, morto nel 1609: grande studioso, filosofo, maestro... e, secondo la leggenda, creatore del Golem. Sulla sua tomba i visitatori lasciano sassolini e bigliettini con un desiderio. Ora prosegui lungo Široká, gira a sinistra in Maiselova e cerca un edificio basso con un frontone di mattoni a gradini: è la casa del Golem.
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9. Sinagoga Vecchia-Nuova: la soffitta del Golem
Červená 2, 110 00 Praha 1-Josefov, Czechia
Ecco la Staronová synagoga, la Sinagoga Vecchia-Nuova: un blocco gotico basso, un po' più in giù rispetto al livello della strada, con un frontone di mattoni a gradini che sale come una scala verso il cielo. Ha più di settecento anni ed è la più antica sinagoga d'Europa in cui si prega ancora.
Il nome è già un piccolo enigma. Si chiama Vecchia-Nuova perché, quando fu costruita intorno al 1270, era la sinagoga nuova; poi ne sorsero altre e diventò la vecchia. Ma c'è una spiegazione più poetica: in ebraico al tnai, cioè a condizione, suona simile ad altneu, il suo nome tedesco. E la leggenda dice che le pietre delle fondamenta furono portate dagli angeli dal Tempio di Gerusalemme, a condizione di restituirle quando il Tempio sarà ricostruito.
E poi c'è lui. La leggenda racconta che il rabbino Loew, per proteggere il ghetto dalle persecuzioni, plasmò un gigante con l'argilla della Moldava e lo animò mettendogli in bocca un foglietto con il nome di Dio. Il Golem lavorava, sorvegliava, difendeva. Ma un venerdì sera il rabbino dimenticò di togliergli il foglietto prima dello Shabbat, e il gigante impazzì, devastando il quartiere. Loew lo fermò, gli tolse la vita e ne portò i resti nella soffitta di questa sinagoga. Guarda il muro esterno: quei pioli di ferro che salgono verso una porticina in alto non sembrano portare da nessuna parte... o forse sì.
Negli anni Venti il giornalista praghese Egon Erwin Kisch salì lassù per verificare, e raccontò di aver trovato soltanto polvere e travi. Ma la leggenda è più forte dei giornalisti. Messa per iscritto solo nell'Ottocento, ha conquistato i romanzi di Gustav Meyrink, il cinema, l'immaginario di mezzo mondo. E viene da pensarci quando si scopre che la parola robot, per creature artificiali che finiscono per ribellarsi, è nata proprio a Praga, nel 1920, in un dramma di Karel Čapek.
Prima di andare, girati verso il palazzo rosa con la torretta: è il Municipio ebraico. Sotto il normale quadrante ce n'è un secondo, con le lettere ebraiche al posto dei numeri. E siccome l'ebraico si legge da destra a sinistra, le sue lancette girano al contrario. Ora scendi lungo Maiselova verso sud, oltre l'incrocio con Široká: un po' arretrata rispetto alla strada c'è la sinagoga di un uomo che prestava denaro all'imperatore.
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10. Sinagoga Maisel: il banchiere di Rodolfo II
Maiselova 10, 110 00 Praha 1-Josefov, Czechia
Sei in Maiselova, la via che porta il nome di un uomo straordinario. Un po' arretrata rispetto alla strada vedi una sinagoga chiara, neogotica, con finestre ad arco acuto e merletti di pietra, quasi una chiesa dell'Ottocento. L'aspetto inganna: la sua storia comincia tre secoli prima.
Mordechai Maisel fu il sindaco della città ebraica di Praga ai tempi di Rodolfo II, e uno degli uomini più ricchi d'Europa. Prestava denaro all'imperatore per le guerre contro gli Ottomani, commerciava, finanziava, e con le sue ricchezze trasformò il ghetto: fece lastricare le strade, costruì un ospedale, un bagno rituale, case per i poveri, e all'inizio degli anni Novanta del Cinquecento questa sinagoga privata, con un permesso speciale dell'imperatore. Si diceva che fosse la più bella del quartiere.
Quando Maisel morì, nel 1601, senza figli, il fisco imperiale confiscò gran parte della sua fortuna, nonostante i privilegi che gli erano stati promessi. Il grande banchiere di Rodolfo finì così, spogliato dal suo stesso protettore. La sinagoga bruciò poi nel grande incendio del ghetto del 1689, e quella che vedi è il frutto di un rifacimento tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
Proprio in quegli anni Praga decise il risanamento del vecchio ghetto, che dal 1850 si chiamava Josefov in onore dell'imperatore Giuseppe II, quello delle leggi di tolleranza. Interi isolati di vicoli malsani furono rasi al suolo, e al loro posto nacquero palazzi eleganti e la via Pařížská. Del vecchio quartiere sopravvissero soltanto sei sinagoghe, il municipio e il cimitero. Ecco perché passeggi tra edifici Liberty con le sinagoghe incastonate in mezzo, come pietre antiche in un anello moderno.
Oggi la sinagoga fa parte del Museo ebraico, e le sue collezioni hanno una storia dolorosa. Durante la guerra, gli oggetti di culto di oltre centocinquanta comunità di Boemia e Moravia, svuotate dalle deportazioni, furono raccolti qui e catalogati da studiosi ebrei, che poi furono deportati a loro volta. Si è raccontato a lungo che i nazisti volessero un museo di una razza estinta; oggi gli storici pensano piuttosto che l'idea venisse dagli stessi curatori, per salvare il salvabile. Ora torna a Široká, gira a destra e seguila fino in fondo: dietro una statua bizzarra brilla una facciata moresca.
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11. Sinagoga spagnola e statua di Kafka
Vězeňská 1, 110 00 Praha 1-Josefov, Czechia
Prima la statua: un uomo piccolo, col cappello, seduto a cavalcioni sulle spalle di un abito vuoto, una giacca senza testa che cammina da sola. È Franz Kafka, nella scultura di Jaroslav Róna inaugurata nel 2003 e ispirata a un suo racconto giovanile, Descrizione di una battaglia. Dietro di lui, una sinagoga che sembra arrivata direttamente dall'Alhambra.
Kafka nacque nel 1883 a due passi da qui, all'angolo della piazza della Città Vecchia, e passò quasi tutta la vita in un raggio di poche strade. Scriveva in tedesco, era ebreo, viveva in una città ceca dell'impero austriaco: tre identità, e in nessuna si sentiva del tutto a casa. In una lettera giovanile scrisse che Praga non ti lascia andare, che questa piccola madre ha gli artigli. E infatti lui da Praga non se ne andò quasi mai.
Ora la Sinagoga spagnola. Fu costruita nel 1868 sul luogo della più antica casa di preghiera del quartiere, la Scuola Vecchia. Il nome viene dallo stile moresco, che richiama la Spagna islamica: dentro, pareti e cupola sono coperte di arabeschi dorati, verdi e rossi, senza un centimetro libero. Era la sinagoga del rito riformato, con l'organo e il coro, frequentata dalla borghesia ebraica che voleva essere fedele alla tradizione e moderna allo stesso tempo.
E c'è un dettaglio da quiz: František Škroup, il compositore di Kde domov můj, la canzone del Teatro degli Stati diventata inno nazionale, fu per alcuni anni organista della comunità che pregava proprio in questo luogo, nella sinagoga che c'era prima. L'inno dei cechi, scritto da un uomo che suonava l'organo in sinagoga: Praga ama queste sorprese.
Le tre sorelle di Kafka, Elli, Valli e Ottla, furono deportate e uccise nella Shoah. Lui era morto di tubercolosi nel 1924 e non lo seppe mai. Restano i suoi libri, che aveva chiesto all'amico Max Brod di bruciare, e che Brod, per fortuna di tutti noi, non bruciò. Ora l'ultimo tratto: segui Dušní verso nord, poi la via U Milosrdných, fino a un complesso di pietra chiara vicino all'ansa del fiume. Lì ti aspetta una principessa.
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12. Convento di Sant'Agnese di Boemia: la principessa e Chiara d'Assisi
U Milosrdných 17, 110 00 Praha 1-Staré Město, Czechia
Sei arrivato in un angolo silenzioso della Città Vecchia, vicino all'ansa della Moldava. Davanti a te si stendono edifici gotici semplici e chiari, con finestre strette e un'abside slanciata. Niente oro, niente stucchi. È il convento di Sant'Agnese di Boemia, e qui finisce la tua passeggiata, con una donna che disse di no a un imperatore.
Agnese era figlia del re Ottocaro I di Boemia, della dinastia dei Přemyslidi. Da ragazza fu promessa in sposa più volte, e tra i pretendenti ci fu perfino l'imperatore Federico II di Svevia. Lei rifiutò tutti. All'inizio degli anni Trenta del Duecento fondò qui un ospedale e un convento di clarisse, e nel 1234 vi entrò lei stessa, lasciando la corte per una vita di povertà.
Ed ecco un filo che porta dritto in Italia. Agnese scriveva a Chiara d'Assisi, e Chiara le rispondeva. Si conservano quattro lettere di Chiara ad Agnese: parlano di povertà, di libertà interiore, di uno specchio in cui guardarsi ogni giorno. Le due donne non si incontrarono mai, eppure tra Assisi e Praga corse per quasi vent'anni un'amicizia fatta solo di pergamena e di fiducia.
Agnese morì nel 1282, e per secoli il popolo la venerò come santa, ma la canonizzazione non arrivava mai. Nacque così una profezia: quando Agnese sarà santa, la Boemia starà bene. Il 12 novembre 1989 Giovanni Paolo II la proclamò santa, a Roma. Cinque giorni dopo, il 17 novembre, a Praga cominciò la Rivoluzione di velluto, e in poche settimane il regime comunista cadde. Coincidenza, certo... ma prova a dirlo a un praghese.
Oggi il convento, uno dei primi edifici gotici di Praga, ospita la collezione d'arte medievale della Galleria Nazionale: Madonne dorate, polittici, santi dai volti severi. È il posto giusto per chiudere una giornata cominciata davanti a una torre per la polvere da sparo e passata tra re, eretici, rabbini, musicisti e scrittori. Praga ti ha mostrato il suo cuore antico. E domani, se vuoi, la strada dei re continua: dall'altra parte del fiume, su fino al Castello.