Firenze dal Duomo alla Signoria: la Cupola, il frate ribelle e il ponte che sopravvisse
Dal Battistero di Dante alla Cupola del Brunelleschi, da Savonarola in San Marco al rogo in Piazza della Signoria, fino agli Uffizi e al Ponte Vecchio: la storia di Firenze raccontata da un fiorentino
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1. Battistero di San Giovanni: il bel San Giovanni di Dante
Piazza San Giovanni, 50122 Firenze FI, Italy
Mettiti davanti alla porta che guarda il Duomo, quella dorata, con la gente accalcata come sotto un palco prima di un concerto. Sei davanti al Battistero di San Giovanni, un ottagono di marmo bianco e verde che sembra disegnato col righello, ed è l'edificio che ogni fiorentino sente più suo.
Per secoli a Firenze tutti erano convinti che fosse un antico tempio romano dedicato a Marte, trasformato poi in chiesa. Non era così: le forme che vedi sono romaniche, e la consacrazione documentata è del 1059. Ma la leggenda serviva, perché regalava alla città un'origine antica, quasi imperiale. Fino all'Ottocento qui venivano battezzati tutti i bambini cattolici nati in città, poveri e ricchi, Medici compresi. Dante lo chiamava il mio bel San Giovanni, e da esule sognava di tornarci per ricevere la corona d'alloro di poeta. Non ci tornò mai.
Ora le porte. Nel 1401 l'Arte di Calimala, la corporazione dei mercanti di panni, bandì un concorso per la seconda porta di bronzo, e tra i concorrenti c'erano due giovani orafi: Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi. Vinse Ghiberti, che ci mise più di vent'anni a finirla. Poi gli affidarono subito un'altra porta, quella che hai davanti, e ci lavorò fino al 1452. Si racconta che Michelangelo la giudicasse degna di essere la porta del Paradiso, e il nome le è rimasto. Brunelleschi, ferito nell'orgoglio, si dedicò all'architettura... e da quella sconfitta, vedrai, nacque la cupola.
Quella che vedi però è una copia. Il 4 novembre 1966 l'Arno in piena invase Piazza del Duomo, e la forza dell'acqua strappò diversi riquadri dalla porta. Furono recuperati nel fango, e cominciò un restauro lunghissimo: gli originali oggi sono al sicuro nel Museo dell'Opera, che incontreremo più avanti. Guarda anche le due colonne di porfido ai lati dell'ingresso. Furono un dono dei pisani nel XII secolo, e la leggenda dice che erano colonne magiche, consegnate apposta già rovinate e coperte da un panno: da lì il vecchio sfottò tra le due città, fiorentini ciechi e pisani traditori.
Se la porta è aperta, alza gli occhi verso l'interno: la cupola è coperta di mosaici d'oro del Duecento, con un Giudizio Universale e un Satana enorme che divora i dannati, roba che spaventava i bambini fiorentini da generazioni. Adesso costeggia la cattedrale sul lato sinistro, quello a nord, e fermati davanti alla porta con la Madonna chiusa dentro una mandorla di marmo.
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2. La Cupola del Brunelleschi dalla Porta della Mandorla
Piazza del Duomo, 50122 Firenze FI, Italy
Sei davanti alla Porta della Mandorla, sul fianco nord della cattedrale: nel timpano la Madonna sale al cielo dentro una cornice a forma di mandorla, e più su, molto più su, la cupola ti cade quasi addosso, rossa, con le sue otto costole di marmo bianco che corrono verso la lanterna.
Il problema era questo. Santa Maria del Fiore fu cominciata nel 1296 su progetto di Arnolfo di Cambio, e il vuoto ottagonale sopra l'altare era largo più di quaranta metri. Nessuno sapeva come chiuderlo. Per costruire una cupola, allora, si faceva un'enorme armatura di legno, la centina, su cui appoggiare i mattoni finché la malta non faceva presa. Ma travi così lunghe non esistevano, e per decenni il progetto rimase lì, approvato e impossibile.
Nel 1418 l'Opera del Duomo bandì un concorso, e alla fine l'ebbe vinta Filippo Brunelleschi, l'orafo che aveva perso la sfida delle porte del Battistero. La sua idea sembrava una follia: costruire senza centina. Due calotte, una dentro l'altra, mattoni disposti a spina di pesce che si reggono a vicenda mentre salgono, e macchine per sollevare i pesi inventate da lui, mosse da buoi. Il Vasari racconta che per convincere i giudici sfidò i rivali a far stare in piedi un uovo su un tavolo, e lui ci riuscì ammaccandone la punta.
I lavori della cupola durarono dal 1420 al 1436, e in quell'anno la cattedrale fu consacrata da papa Eugenio IV. La cupola pesa decine di migliaia di tonnellate, i suoi mattoni si contano a milioni, ed è ancora oggi la più grande cupola in muratura mai costruita. La palla di rame dorato in cima alla lanterna fu issata nel 1471 dalla bottega del Verrocchio, dove allora lavorava un ragazzo di nome Leonardo. Intorno al 1600 un fulmine la fece precipitare, e dietro l'abside un disco di marmo nel lastricato segna ancora il punto in cui cadde.
Brunelleschi è sepolto lì dentro, nella cripta della sua cattedrale: un onore rarissimo per un artigiano, e la sua tomba fu ritrovata solo nel 1972. Ora girati verso nord: la strada dritta che parte dalla piazza è Via dei Servi. Percorrila tutta, e ogni tanto voltati, perché la cupola che si allontana tra i palazzi è una delle viste più belle di Firenze. In fondo ti aspetta una piazza con un portico che sembra una lezione di geometria.
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3. Spedale degli Innocenti e Piazza della Santissima Annunziata
Piazza della Santissima Annunziata, 50121 Firenze FI, Italy
Entra nella piazza e fermati vicino alla statua del granduca a cavallo: alla tua destra corre un portico leggero, nove arcate su colonne sottili, con dei medaglioni azzurri in cui ci sono neonati in fasce. È lo Spedale degli Innocenti, e molti storici lo considerano il primo edificio del Rinascimento.
Lo progettò Brunelleschi a partire dal 1419, negli stessi anni in cui si giocava la partita della cupola. Lo pagò l'Arte della Seta, una delle corporazioni più ricche, e lo scopo era chiaro: accogliere i bambini abbandonati. Guarda le proporzioni: l'altezza delle colonne, la larghezza delle arcate, la profondità del portico sono legate da rapporti semplici, misurati in braccia fiorentine. È la geometria degli antichi messa al servizio di un ospizio per orfani, e funziona ancora.
Sotto il portico c'era la ruota, una specie di finestra girevole. La madre che non poteva tenere il figlio lo appoggiava lì, faceva girare la ruota e se ne andava senza essere vista. Spesso lasciava con il bambino un segno, una mezza medaglia, un nastro, sperando di tornare un giorno a riprenderlo con l'altra metà. La ruota rimase in funzione fino al 1875. Il primo bambino accolto, nel 1445, fu una bambina, battezzata Agata Smeralda. E se in Toscana conosci qualcuno che si chiama Innocenti o Nocentini, il suo cognome con buona probabilità nasce da qui.
I medaglioni con i neonati sono di Andrea della Robbia, aggiunti qualche decennio dopo, e sono diventati il simbolo dell'istituto. La piazza intera è un piccolo capolavoro di coerenza: il portico di fronte fu costruito un secolo più tardi copiando apposta quello del Brunelleschi, perché lo spazio sembrasse un unico disegno. In fondo c'è la basilica della Santissima Annunziata, dove per tradizione molte spose fiorentine portano il loro bouquet alla Madonna dopo le nozze.
Il cavaliere di bronzo al centro è il granduca Ferdinando I de' Medici, ultima grande statua del Giambologna, completata dal suo allievo Pietro Tacca. Guarda anche le due fontane con i mostri marini: sono di Tacca, e sembrano un po' fuori posto in tanta compostezza, come due parenti eccentrici a un pranzo di famiglia. Ora esci dalla piazza dall'angolo a sinistra della basilica, per Via Cesare Battisti: in due minuti arrivi in Piazza San Marco, dove un frate cambiò la storia della città.
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4. San Marco: il convento di Cosimo e di Savonarola
Piazza San Marco 3, 50121 Firenze FI, Italy
Davanti a te c'è una chiesa dalla facciata sobria, e alla sua destra l'ingresso di un convento: è San Marco, dei frati domenicani. Sembra un posto tranquillo, quasi addormentato, con gli studenti che attraversano la piazza e gli autobus che girano intorno al giardino. Eppure da queste celle è partita una delle tempeste più violente della storia di Firenze.
Tutto comincia con Cosimo de' Medici, detto il Vecchio. Dal 1437 fa ricostruire il convento dal suo architetto di fiducia, Michelozzo, e paga quasi tutto lui. In cambio si riserva una cella doppia, dove ritirarsi a pregare e a pensare. Le pareti le affresca un frate pittore, il Beato Angelico: un'Annunciazione in cima alle scale e, in ogni cella, una scena sacra diversa su cui il frate doveva meditare. Cosimo ci fa aprire anche una biblioteca con i codici dell'umanista Niccolò Niccoli, consultabile dagli studiosi: una delle prime biblioteche pubbliche d'Europa.
Mezzo secolo dopo, il priore del convento è un frate ferrarese, Girolamo Savonarola. Predica contro il lusso, contro i Medici, contro il papa Borgia, e Firenze lo ascolta trattenendo il fiato. Quando nel 1494 i Medici vengono cacciati, la sua parola diventa quasi legge. Nel 1497 i suoi seguaci, che i nemici chiamano piagnoni, raccolgono specchi, gioielli, libri, dipinti, carte da gioco e strumenti musicali e li bruciano in Piazza della Signoria: è il famoso falò delle vanità.
Poi il vento cambia. Nell'aprile del 1498 la folla assalta il convento, e i frati suonano a martello la loro campana, che chiamavano la Piagnona. Savonarola viene arrestato, torturato, e il 23 maggio giustiziato proprio in Piazza della Signoria. E la campana? Fu punita anche lei, come un colpevole in carne e ossa: calata dal campanile, portata in giro per la città su un carro, frustata dal boia ed esiliata fuori dalle mura. Anni dopo tornò a casa, e oggi la puoi vedere nel museo del convento.
Adesso prendi Via Ricasoli, la strada dritta che scende verso la cupola. Quasi subito incontri la Galleria dell'Accademia, dove sta il David vero di Michelangelo: la riconosci dalla fila. Noi proseguiamo fino a Piazza del Duomo e giriamo dietro l'abside, dove un museo custodisce gli originali di molto di quello che hai visto finora.
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5. Museo dell'Opera del Duomo: gli originali e la Pietà spezzata
Piazza del Duomo 9, 50122 Firenze FI, Italy
Sei dietro la cattedrale, davanti a un edificio che da fuori non dice quasi niente: è il Museo dell'Opera del Duomo. L'Opera è l'istituzione che dal 1296 costruisce, ripara e custodisce la cattedrale, ed esiste ancora oggi. Questo museo è la sua cassaforte, e vale ogni minuto che ci passi dentro.
In una sala altissima c'è una ricostruzione a grandezza naturale della prima facciata del Duomo, quella di Arnolfo di Cambio, rimasta incompiuta e demolita nel 1587. Le statue che la decoravano sono tornate al loro posto, come le vedevano i fiorentini del Trecento. Davanti, come se il tempo si fosse fermato, ci sono le porte originali del Battistero, compresa la Porta del Paradiso, restaurata dopo l'alluvione e protetta in una teca con l'aria controllata.
Poi c'è la Pietà Bandini. Michelangelo la scolpì da vecchio, pensandola per la propria tomba, e il Nicodemo che sorregge il Cristo avrebbe il suo stesso volto. Un giorno la prese a martellate e la spezzò in più punti. Il Vasari parla di un marmo difettoso e dell'insoddisfazione di un uomo che aveva ormai quasi ottant'anni. Un allievo la ricompose, e oggi la guardi sapendo che il suo autore aveva provato a distruggerla.
C'è anche la Maddalena di Donatello, in legno, scavata dal digiuno, coperta solo dai capelli: un'immagine così dura che ancora oggi mette a disagio. E ci sono i resti del cantiere della cupola: carrucole, attrezzi, modelli in legno, perfino la maschera funebre di Brunelleschi. Un dettaglio che amo: proprio negli spazi di lavoro dell'Opera, qui accanto, il giovane Michelangelo scolpì il David tra il 1501 e il 1504, da un enorme blocco di marmo che altri scultori avevano cominciato e poi abbandonato. Il gigante nacque in un cortile di cantiere, tra la polvere e gli scalpellini.
Adesso torna verso la facciata camminando lungo il fianco sud della cattedrale. Guarda le porte laterali, i marmi bianchi, verdi e rossi che si ripetono come la trama di un tessuto, e fermati ai piedi della torre quadrata che si stacca dalla chiesa: il campanile.
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6. Campanile di Giotto: il lavoro diventa sacro
Piazza del Duomo, 50122 Firenze FI, Italy
Mettiti a qualche passo dalla base del campanile e lascia salire lo sguardo: più di ottanta metri di marmo bianco di Carrara, verde di Prato e rosa della Maremma, con finestre che si fanno più larghe e leggere man mano che la torre sale. È un trucco ottico e anche un trucco statico: in alto il peso diminuisce, e la torre sembra respirare.
Lo cominciò Giotto nel 1334. Era il pittore più famoso d'Italia, non un architetto, ma la città lo nominò capomastro della cattedrale. Morì tre anni dopo, quando la torre era appena uscita da terra. Continuò Andrea Pisano, e la finì Francesco Talenti intorno al 1359, rinunciando alla guglia che forse Giotto aveva immaginato in cima. Per questo il campanile termina piatto, con una terrazza a cui si arriva salendo più di quattrocento gradini, senza ascensore.
Ora abbassa lo sguardo sulla base. Vedi quelle formelle esagonali? Raccontano la storia dell'umanità attraverso il lavoro: la creazione di Adamo ed Eva, e poi l'agricoltura, la tessitura, la navigazione, la medicina, l'astronomia, perfino il teatro. Per una città che viveva di lana, di banche e di botteghe, il lavoro era una cosa seria, degna di stare accanto a Dio. Quelle che vedi sono copie: gli originali, scolpiti in gran parte da Andrea Pisano, sono custoditi nel museo che hai appena lasciato.
E poi c'è la storia della O. Il Vasari racconta che un inviato del papa, in cerca di artisti, chiese a Giotto un disegno da portare a Roma come prova del suo talento. Giotto prese un pennello intinto nel rosso e, senza compasso, tracciò un cerchio perfetto con un solo giro del braccio. L'inviato pensò di essere preso in giro, ma a Roma capirono. Da allora in Toscana si dice più tondo dell'O di Giotto, e lo si dice soprattutto di una persona un po' tonta: noi fiorentini non perdiamo occasione.
Ora lascia il Duomo alle spalle e passa davanti alla piccola loggia del Bigallo, sull'angolo della piazza, dove un tempo venivano mostrati i bambini smarriti o abbandonati, perché qualcuno li riconoscesse. Poi imbocca Via Roma verso sud, attraversa la grande piazza con l'arco trionfale e prosegui per Via Pellicceria fino a Via Porta Rossa: lì, girando a destra, ti aspetta un palazzo alto con una loggia sul tetto.
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7. Palazzo Davanzati: dentro una casa medievale fiorentina
Via Porta Rossa 13, 50123 Firenze FI, Italy
Fermati davanti al palazzo alto e stretto di Via Porta Rossa, con tre grandi portoni ad arco al pianterreno, un grande stemma sulla facciata e, in cima, una loggia aperta come un balcone sul cielo. È Palazzo Davanzati, e dentro c'è una delle cose più rare di Firenze: una casa medievale vera, arredata come se i padroni fossero appena usciti.
Per arrivare fin qui sei passato da Piazza della Repubblica, l'antico foro romano, dove alla fine dell'Ottocento il Mercato Vecchio e il ghetto furono rasi al suolo. Lo costruirono a metà del Trecento i Davizzi, ricchi mercanti e banchieri, e nel 1578 lo comprò Bernardo Davanzati, uomo di lettere ed economista, che tradusse Tacito in un italiano asciutto e scrisse di monete e di cambi. I suoi discendenti ci abitarono fino all'Ottocento, quando la famiglia si estinse.
Dentro, guarda come si viveva. Al centro c'è un cortile stretto con un pozzo, ed è il lusso più grande della casa: il condotto sale fino all'ultimo piano, e con una carrucola ogni piano poteva tirare su l'acqua senza scendere in strada. Ci sono perfino i gabinetti ai vari piani, una comodità che allora pochissimi fiorentini potevano permettersi. E le pareti sono dipinte come stoffe: nella Sala dei Pappagalli corre un finto tessuto pieno di piccoli uccelli, ripetuti all'infinito.
Al piano più bello c'è una camera da letto affrescata con una storia d'amore francese, la Castellana di Vergy: un cavaliere, una dama, un segreto tradito e una fine tragica, raccontata scena per scena lungo le pareti. Si pensa che sia stata dipinta per un matrimonio di fine Trecento, tra un Davizzi e una ragazza della famiglia Alberti. Un bel romanzo da guardare ogni sera prima di dormire... anche se il finale non era proprio di buon augurio per due sposi.
Quando i Davanzati si estinsero, la casa decadde e fu divisa in appartamenti. La salvò un antiquario, Elia Volpi, che la comprò nel 1904, la restaurò, la riempì di mobili e oggetti d'epoca e nel 1910 la aprì come museo della casa fiorentina antica. Lo Stato la acquistò nel 1951. Guarda anche i ganci di ferro sulla facciata: servivano per appendere stoffe, gabbie per uccelli e lanterne nei giorni di festa. Ora prosegui su Via Porta Rossa verso est: dopo pochi passi trovi una loggia con un cinghiale di bronzo.
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8. Mercato Nuovo e il Porcellino: banchieri, debitori e una moneta
Piazza del Mercato Nuovo, 50123 Firenze FI, Italy
Eccoti sotto la loggia del Mercato Nuovo: un grande tetto su colonne, aperto su tutti i lati, con le bancarelle di borse, sciarpe e souvenir. Su un lato, una piccola folla aspetta il suo turno davanti a un cinghiale di bronzo con il muso lucidissimo, consumato da milioni di mani.
La loggia la volle Cosimo I a metà del Cinquecento, ed era il mercato dei beni preziosi: sete, broccati, oreficerie e soprattutto denaro. Qui lavoravano cambiavalute e banchieri, seduti dietro il loro banco, che a Firenze era semplicemente un tavolo. Ecco da dove viene la parola banca. E ricordati del fiorino d'oro, coniato dal 1252: per un paio di secoli fu una delle monete più affidabili d'Europa, accettata dai mercanti da Londra al Levante.
Al centro del pavimento cerca un disco di marmo con il disegno di una ruota. Secondo la tradizione qui si fermava il Carroccio, il carro da guerra della Repubblica, prima delle battaglie. E qui, si racconta, i debitori insolventi venivano umiliati in pubblico: con le brache calate, battevano il sedere sulla pietra davanti a tutti. Per questo la chiamano pietra dello scandalo. E quando un banchiere falliva, il suo banco veniva rotto: banca rotta, bancarotta.
Ora il Porcellino, che in realtà è un cinghiale. Lo fuse Pietro Tacca nel Seicento, copiando una statua antica di marmo delle collezioni medicee che oggi sta agli Uffizi. Quello che vedi è una copia moderna, perché il bronzo di Tacca è stato messo al riparo in un museo. Il rito lo conosci: gli strofini il muso per avere fortuna, poi gli appoggi una moneta in bocca e la lasci scivolare. Se cade dentro la grata, dice la tradizione, prima o poi tornerai a Firenze. I fiorentini lo fanno di nascosto, per non farsi vedere dai turisti.
Guarda anche gli stemmi e i tabernacoli sui palazzi intorno: questa era la zona più ricca della Firenze medievale, tra le sedi delle corporazioni e le case dei mercanti. Adesso prendi Via de' Lamberti, che parte dall'angolo nord della loggia verso est: dopo un centinaio di metri sei davanti a un edificio squadrato, alto come una fortezza, con statue in tutte le nicchie. Non sembra una chiesa... e infatti non nacque come chiesa.
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9. Orsanmichele e Via dei Calzaiuoli: il granaio diventato chiesa
Via dell'Arte della Lana, 50123 Firenze FI, Italy
Fai il giro dell'edificio e guarda le nicchie: quattordici, una diversa dall'altra, ciascuna con un santo di marmo o di bronzo che ti osserva dall'alto. È Orsanmichele, e se ti sembra più un magazzino che una chiesa, hai l'occhio giusto.
Il nome viene da orto di San Michele: qui c'era l'orto di un piccolo monastero. Nel Trecento il Comune ci costruì una loggia per il mercato del grano, con i depositi ai piani superiori. Se entri, guarda bene i pilastri: vedi ancora le aperture da cui il grano scendeva dai granai fino al piano terra. Poi un'immagine della Madonna dipinta su un pilastro cominciò a fare miracoli, la gente venne a pregare tra i sacchi di farina, e piano piano il mercato diventò una chiesa.
Le nicchie esterne furono assegnate alle Arti, e ognuna doveva riempire la sua con la statua del proprio patrono. Divenne una gara: chi spendeva di più, chi chiamava lo scultore migliore. L'Arte di Calimala chiese a Ghiberti un San Giovanni Battista di bronzo, finito intorno al 1416, il primo grande bronzo del Rinascimento. Gli armaioli ebbero da Donatello un San Giorgio giovane e teso, pronto alla battaglia. Il tribunale dei mercanti, la Mercanzia, commissionò al Verrocchio l'Incredulità di San Tommaso, con il santo che mette un piede fuori dalla nicchia.
Le statue che vedi oggi sono copie. Gli originali sono stati portati al chiuso per proteggerli da smog e intemperie, e molti si trovano nel museo dei piani alti, proprio negli antichi granai. Dentro c'è il tabernacolo dell'Orcagna, un trionfo di marmi, ori e mosaici costruito per incorniciare la Madonna venerata qui, negli anni dopo la peste del 1348, che uccise forse metà dei fiorentini. Lo pagarono in gran parte le offerte e i lasciti di chi era sopravvissuto, o di chi sapeva di non sopravvivere.
Ora sei su Via dei Calzaiuoli, la strada pedonale che collega il Duomo alla Signoria. Prende il nome dai calzaiuoli, gli artigiani che facevano e vendevano calze, e un tempo era stretta e storta, finché a metà Ottocento fu allargata. Seguila verso sud: dopo poco la strada si apre di colpo e ti ritrovi nella piazza politica più famosa d'Italia.
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10. Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi
Piazza della Signoria, 50122 Firenze FI, Italy
Fermati vicino alla grande fontana e guarda davanti a te: Palazzo Vecchio, una fortezza di pietra con i merli e una torre altissima messa fuori centro. Alla tua destra la Loggia dei Lanzi, piena di statue come un museo all'aperto, e intorno la piazza più politica d'Italia.
Il palazzo fu cominciato nel 1299 per ospitare i Priori, il governo della Repubblica, che ci vivevano chiusi dentro per i due mesi del loro mandato, lontani da pressioni e corruzioni. La torre è fuori asse per un motivo pratico: poggia sulla base di una torre più antica. E la piazza stessa nacque da una vendetta: qui sorgevano le case degli Uberti, la famiglia ghibellina più potente, che i guelfi vincitori rasero al suolo, e per molto tempo su quel terreno maledetto nessuno volle costruire. Ancora oggi il palazzo è il municipio di Firenze.
Ora guarda per terra, davanti alla fontana. C'è un disco di pietra con un'iscrizione. Segna il punto in cui il 23 maggio 1498 Girolamo Savonarola, il frate di San Marco, fu impiccato e bruciato insieme a due confratelli, nella stessa piazza in cui un anno prima i suoi avevano acceso il falò delle vanità. Ogni anno, il 23 maggio, la città lo ricorda con la Fiorita, e su quel disco si spargono petali di fiori.
La fontana è il Nettuno dell'Ammannati, un gigante di marmo bianco che i fiorentini chiamano il Biancone, e non per complimento: Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai sciupato, dicevano. Il David davanti alla porta è una copia: l'originale stette qui dal 1504 al 1873. Sotto la loggia, che deve il nome ai lanzichenecchi, i mercenari tedeschi della guardia di Cosimo I, c'è il Perseo di Benvenuto Cellini. Cellini racconta che durante la fusione il bronzo non scorreva, e lui buttò nella fornace tutti i piatti di peltro di casa per salvare la statua.
Un ultimo segreto. Sulla facciata del palazzo, all'angolo a destra dell'ingresso, cerca un profilo d'uomo inciso nella pietra. La leggenda lo attribuisce a Michelangelo, che l'avrebbe scolpito con le mani dietro la schiena per scommessa, o per prendere in giro un seccatore che lo tratteneva con le chiacchiere. Ora passa tra il palazzo e la loggia ed entra nel lungo cortile che scende verso il fiume: sono gli Uffizi.
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11. Uffizi: gli uffici diventati museo
Piazzale degli Uffizi 6, 50122 Firenze FI, Italy
Sei nel cortile degli Uffizi, un corridoio di pietra lungo e stretto che sembra disegnato apposta per spingere lo sguardo verso l'Arno. Ai lati, nelle nicchie dei pilastri, ti osservano le statue dei grandi toscani: Dante, Giotto, Machiavelli, Galileo, Leonardo, Michelangelo, e tanti altri che a Firenze consideriamo parenti stretti.
Il nome dice già tutto: uffizi, cioè uffici. Cosimo I li fece costruire dal 1560 dal suo architetto e pittore di corte, Giorgio Vasari, per riunire in un solo edificio le magistrature e le corporazioni della città, sotto il suo controllo diretto. Era burocrazia, non arte. Ma il figlio Francesco I trasformò l'ultimo piano in una galleria per statue antiche, quadri e curiosità, e da lì nacque uno dei musei più antichi del mondo.
Se oggi la Venere di Botticelli e la Primavera sono ancora qui, lo dobbiamo a una donna: Anna Maria Luisa de' Medici, l'ultima della dinastia. Nel 1737 la famiglia si estingueva e la Toscana passava ai Lorena. Lei firmò il Patto di Famiglia, con cui lasciava tutte le collezioni allo Stato toscano a una condizione: che non uscissero mai da Firenze e servissero al pubblico e alla curiosità dei forestieri. Senza quella firma, le sale sopra la tua testa sarebbero sparse in mezza Europa.
Sopra di te corre anche il Corridoio Vasariano. Vasari lo costruì nel 1565 in pochi mesi, per le nozze di Francesco I: un passaggio sopraelevato lungo circa un chilometro che collega Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti, oltre il fiume, così che la famiglia potesse attraversare la città senza mischiarsi alla folla. Dopo una lunga chiusura è stato riaperto ai visitatori nel dicembre 2024.
Prima di uscire verso il fiume, pensa a quello che è successo a pochi passi da qui, dietro l'angolo, in Via dei Georgofili. Nella notte del 27 maggio 1993 un'autobomba della mafia esplose accanto agli Uffizi: morirono cinque persone, tra cui due bambine, la Torre dei Pulci crollò e molte opere furono danneggiate. Una lapide li ricorda, e i fiorentini non l'hanno dimenticato. Ora esci sul lungarno e gira a destra: il ponte con le botteghe sospese sull'acqua è l'ultima tappa.
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12. Ponte Vecchio: orafi, guerra e alluvione
Ponte Vecchio, 50122 Firenze FI, Italy
Cammina fino a metà del ponte, dove le botteghe si interrompono e si apre una terrazza sull'Arno con il busto di un uomo barbuto. Intorno a te vetrine piene d'oro, e sopra le botteghe una lunga fila di finestrelle: è il Corridoio Vasariano, che ti passa sopra la testa.
In questo punto il fiume si attraversa fin dall'epoca romana, ma il ponte che vedi è del 1345, ricostruito dopo che la piena del 1333 aveva spazzato via il precedente. All'inizio le botteghe erano di macellai e di altri mestieri poco profumati, che buttavano gli scarti direttamente nell'acqua. Nel 1593 il granduca Ferdinando I, stanco del puzzo sotto il corridoio di famiglia, li cacciò tutti e lasciò il ponte agli orafi e ai gioiellieri. Il busto è di Benvenuto Cellini, il più famoso orafo fiorentino, messo qui nel 1901.
Nell'agosto del 1944, durante la ritirata, i tedeschi fecero saltare tutti i ponti di Firenze tranne questo. Per bloccarne gli accessi, però, minarono le case medievali alle due estremità, in Por Santa Maria e in Borgo San Jacopo, che furono ridotte in macerie. Perché lo risparmiarono non lo sappiamo con certezza: la versione più diffusa parla di un ordine di Hitler, che aveva visitato Firenze nel 1938, ma resta una tradizione più che un fatto documentato.
Ventidue anni dopo arrivò l'acqua. Il 4 novembre 1966 l'Arno salì fino a investire le botteghe del ponte, sfondò le imposte e trascinò via gioielli e attrezzi. Il ponte resse, mentre in tutta la città il fango riempiva chiese, biblioteche e case. Da tutto il mondo arrivarono giovani volontari a salvare libri e dipinti, e i fiorentini li chiamarono gli angeli del fango.
Guarda ora le botteghe dal parapetto: sporgono sull'acqua, appoggiate su mensole di legno, come cassetti tirati fuori da un mobile. Sono aggiunte di secoli diversi, e nessuna è uguale all'altra. Qui finisce la nostra passeggiata. Sei partito dal Battistero dove si battezzavano tutti i fiorentini, hai visto il rogo di un frate e la firma di una principessa, e arrivi sul ponte che nemmeno la guerra è riuscita a portare via. Resta un momento appoggiato alla balaustra, e guarda l'Arno scorrere sotto Firenze.