Venezia, Dorsoduro dell'arte: dalla Salute all'Accademia, da Veronese a Peggy Guggenheim
Dalla Punta della Dogana al Ponte dei Pugni: Tiziano e Tiepolo, uno squero di gondole, le Zattere al sole, il soffitto più grande di Venezia e i campi degli studenti
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1. Punta della Dogana e la Salute
Punta della Dogana, Dorsoduro 2, 30123 Venezia VE, Italy
Vieni fino in fondo, dove la fondamenta finisce in uno spigolo di pietra e davanti hai solo acqua: da una parte la bocca del Canal Grande e San Marco, dall'altra il Canale della Giudecca, e di fronte l'isola di San Giorgio. Sopra la tua testa, sulla torre della Dogana, due atlanti di bronzo reggono una sfera d'oro, e in cima una figura gira col vento: è la Fortuna, che a Venezia fa anche da banderuola.
Qui c'era la Dogana da Mar: le navi che entravano in città si fermavano a questa punta a dichiarare le merci e pagare i dazi. L'edificio che vedi, basso e triangolare come la prua di una nave, fu costruito nel Seicento, tra il 1677 e il 1682, su progetto di Giuseppe Benoni. E dal 2009, dopo un restauro dell'architetto giapponese Tadao Ando, i vecchi magazzini sono uno spazio per l'arte contemporanea: cemento liscio dentro mura di mattoni di tre secoli e mezzo.
Adesso girati. La cupola enorme che ti sovrasta è Santa Maria della Salute. Nel 1630 la peste uccise in poco più di un anno circa un terzo dei veneziani, e il Senato promise alla Madonna una chiesa se la città fosse stata salvata. Vinse il concorso Baldassare Longhena, che non aveva ancora trent'anni: pianta ottagonale, una corona di volute gigantesche, che i veneziani chiamano orecchioni, e una cupola che cambiò il profilo della città. La consacrarono nel 1687, cinque anni dopo la morte del suo architetto.
Dentro, nella sacrestia, ci sono tele di Tiziano e le Nozze di Cana di Tintoretto, del 1561, con una lunghissima tavola che fugge in prospettiva. E sotto i tuoi piedi, si dice, oltre un milione di pali di legno conficcati nel fango reggono tutto questo marmo. Venezia, in fondo, è una foresta capovolta.
Ogni 21 novembre, per la Festa della Salute, si monta un ponte di barche sul Canal Grande e i veneziani vengono qui ad accendere una candela, e poi a mangiare la castradina, un piatto di montone affumicato che ricorda i rifornimenti dalla Dalmazia durante la peste. Ora torna indietro lungo la fondamenta, passa accanto alla Salute e infilati nelle calli verso ovest: cerca un palazzo bianco, basso, rimasto a un piano solo.
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2. Collezione Peggy Guggenheim: il palazzo a un piano
Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701, 30123 Venezia VE, Italy
Dalla calle vedi solo un muro bianco, un cancello e qualche albero che sporge dal giardino. Ma dall'altra parte, sul Canal Grande, c'è uno dei palazzi più strani di Venezia: lungo, bianco, basso, con un solo piano sopra l'acqua. È Palazzo Venier dei Leoni, e la sua stranezza è proprio quello che manca.
I Venier cominciarono a costruirlo a metà Settecento, sognando un palazzo enorme, più grande dei vicini. I lavori si fermarono al piano terra e non ripresero più: troppi soldi, troppa ambizione, una famiglia in declino. Il nome dei Leoni viene forse dalle teste di leone di pietra lungo la base verso il canale... o, secondo una leggenda di quartiere, da un leone vero tenuto in giardino.
Nel 1949 il palazzo incompiuto lo comprò un'americana, Peggy Guggenheim. L'anno prima aveva esposto la sua collezione alla Biennale, e Venezia l'aveva conquistata. Qui visse per trent'anni, tra quadri di Pollock, Magritte, Kandinskij, Max Ernst, che era stato suo marito, e una schiera di cagnolini. Teneva la casa aperta ai visitatori, e girava per la città sulla sua gondola privata, l'ultima, si dice, di proprietà di un privato.
Sulla terrazza verso il canale c'è una statua di Marino Marini, L'angelo della città: un cavaliere nudo a braccia aperte, decisamente e visibilmente felice di vedere il Canal Grande. La leggenda racconta che quella parte del cavaliere fosse svitabile, e che Peggy la togliesse quando passavano le processioni o le barche delle suore. Vera o no, è la storia che ogni veneziano ti racconta.
Peggy morì nel 1979, e le sue ceneri riposano in un angolo del giardino, accanto alle lapidi dei suoi cani, che lei chiamava i suoi bambini. Il palazzo a cui mancavano i piani divenne così uno dei musei più amati d'Italia. Ora prosegui per le calli verso ovest, seguendo il Canal Grande, fino a sbucare in Campo della Carità, ai piedi del ponte di legno dell'Accademia.
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3. Gallerie dell'Accademia
Campo della Carità, Dorsoduro 1050, 30123 Venezia VE, Italy
Sei in Campo della Carità, ai piedi del Ponte dell'Accademia, con il suo arco di legno che scavalca il Canal Grande. Davanti a te c'è una facciata classica, bianca, con una scritta in alto: dietro, in quello che era un complesso di chiesa, convento e confraternita, c'è la più grande raccolta di pittura veneziana al mondo.
Questi edifici erano della Scuola Grande di Santa Maria della Carità, la più antica delle Scuole Grandi, e della chiesa e del convento accanto. Con Napoleone le confraternite e molti conventi furono soppressi, e qui fu trasferita l'Accademia di Belle Arti. Le sale si riempirono dei quadri tolti alle chiese chiuse, e nel 1817 la galleria aprì al pubblico: un museo nato, in un certo senso, da un saccheggio ordinato.
Ma c'è una sala in cui il tempo non si è mosso. Nella vecchia sala dell'Albergo della Scuola c'è ancora la Presentazione della Vergine al Tempio di Tiziano, dipinta tra il 1534 e il 1538 proprio per quella parete. La bambina sale da sola una scalinata enorme, piccola e luminosa, mentre sotto una vecchia vende uova come se niente fosse. E guarda in basso: le porte della sala sono state aperte dentro il quadro, che le ha accettate come un muro qualunque.
Poi c'è il quadro che fece arrabbiare l'Inquisizione. Nel 1573 Paolo Veronese dipinse un'Ultima Cena immensa, piena di soldati tedeschi, nani, buffoni, un cane, un servo col naso che sanguina. Fu convocato dal Sant'Uffizio per spiegare tanta irriverenza. Lui rispose che i pittori si prendono le libertà dei poeti e dei matti... e invece di cambiare il quadro, cambiò il titolo: Convito in casa di Levi.
Qui c'è anche La Tempesta di Giorgione, il quadro più misterioso di Venezia: un soldato, una donna che allatta, un fulmine, e nessuno sa davvero che cosa racconti. E nel gabinetto dei disegni si conserva l'Uomo vitruviano di Leonardo, che si mostra raramente perché la luce lo consuma. Ora imbocca il Rio Terà Antonio Foscarini, la strada dritta che parte dal campo, e seguila fino in fondo, dove la città si apre sull'acqua larga delle Zattere.
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4. Le Zattere e i Gesuati di Tiepolo
Fondamenta Zattere ai Gesuati, Dorsoduro, 30123 Venezia VE, Italy
Eccoti sulle Zattere: una lunga fondamenta al sole, larga, affacciata sul Canale della Giudecca, con le navi che passano lente e, dall'altra parte dell'acqua, la facciata bianca del Redentore di Palladio. Alle tue spalle si alza una chiesa chiara, con colonne e statue: sono i Gesuati.
Il nome Zattere viene dalle zattere di tronchi che scendevano dai boschi delle Alpi lungo i fiumi e venivano scaricate qui: Venezia, città senza alberi, era costruita con il legno di intere montagne. E attento a non confonderti: i Gesuati non sono i Gesuiti. Erano un piccolo ordine religioso soppresso nel Seicento, e la chiesa passò ai domenicani, che la ricostruirono da capo nel Settecento affidandola a Giorgio Massari.
Entra e alza gli occhi. Il soffitto lo affrescò Giambattista Tiepolo alla fine degli anni Trenta del Settecento, con l'Istituzione del Rosario. C'è una scalinata dipinta che sale verso il cielo, la Madonna tra le nuvole, e figure che sembrano scivolare fuori dalla cornice, con gambe e mantelli che sporgono nel vuoto. È il trucco preferito di Tiepolo: farti dimenticare che sopra di te c'è solo un muro.
Su un altare laterale c'è un'altra sua pala, la Madonna con tre sante domenicane, Caterina da Siena, Rosa da Lima e Agnese, una luce argentata che sembra venire da dentro la tela. Poco più avanti, un altare di Giovan Battista Piazzetta e una Crocifissione di Tintoretto. Massari e Tiepolo lavoravano spesso insieme, come una coppia affiatata: l'architetto costruiva lo spazio, il pittore lo apriva verso il cielo.
Fuori, fai come i veneziani: due passi lenti sulle Zattere, al sole, magari con un gelato, che qui è quasi un rito della domenica. Poi cammina verso ovest lungo la fondamenta fino al primo rio, il Rio di San Trovaso. Prima del ponte, gira a destra lungo la riva e guarda dall'altra parte dell'acqua: c'è una casa di legno con i balconi, che sembra scappata da un paese di montagna.
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5. Squero di San Trovaso: dove nascono le gondole
Squero di San Trovaso, Rio di San Trovaso, Dorsoduro, 30123 Venezia VE, Italy
Guarda dall'altra parte del rio: una casa di legno scuro con i ballatoi e i gerani, una rampa in pendenza che scende nell'acqua, e sopra, gondole capovolte come grandi pesci neri tirati in secca. Se sei fortunato senti il rumore di una pialla, o vedi qualcuno che scalda il legno per piegarlo. È lo Squero di San Trovaso, dove si costruiscono e si riparano gondole da secoli.
Perché una casa così, da montagna, in mezzo a Venezia? Molti maestri d'ascia venivano dal Cadore e dalle valli delle Dolomiti, gli stessi posti da cui arrivava il legname, e si costruirono il cantiere come le case di casa loro. Un tempo gli squeri erano decine; oggi se ne contano pochi, e questo è uno dei più antichi ancora in attività.
Una gondola è un'opera d'arte che nessuno firma. È lunga circa undici metri, fatta di centinaia di pezzi e di diversi tipi di legno, rovere, larice, abete, olmo, ciliegio, ognuno scelto per un lavoro preciso. E soprattutto è storta: il lato sinistro è più largo del destro, così che il gondoliere, remando da una parte sola, la tenga dritta. Un'asimmetria calcolata a occhio da generazioni di artigiani, prima di qualsiasi computer.
E perché nera? Nel Cinquecento le famiglie ricche facevano a gara a chi avesse la gondola più sfarzosa, tra ori, sete e intagli, e la Repubblica intervenne con leggi contro il lusso. Il nero, da allora, è rimasto. Guarda anche il ferro di prua: la tradizione dice che i sei denti sono i sei sestieri, e quello rivolto all'indietro la Giudecca... ma ogni gondoliere ha una sua versione, e tutte sono belle.
Un tempo il rumore delle pialle e dei martelli degli squeri era la colonna sonora di interi quartieri, come oggi lo sono le valigie a rotelle. Oggi, pochi artigiani tengono in vita un mestiere che non si impara sui libri. Ora torna sulle Zattere e cammina verso ovest lungo l'acqua, fino quasi in fondo, poi risali il rio di San Sebastiano: ti aspetta la chiesa che un solo pittore ha dipinto quasi da solo.
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6. San Sebastiano: la chiesa di Veronese
Campo San Sebastiano, Dorsoduro, 30123 Venezia VE, Italy
Davanti a te c'è una facciata bianca e composta, su un campo tranquillo vicino al rio, dove passano più studenti che turisti. Niente fa pensare a cosa c'è dentro. Eppure questa è una delle chiese più straordinarie di Venezia: un intero edificio dipinto, quasi da solo, da un unico pittore. Paolo Veronese.
Paolo Caliari veniva da Verona, da cui il soprannome, e arrivò a Venezia poco più che ventenne, all'inizio degli anni Cinquanta del Cinquecento. In città comandavano Tiziano e Tintoretto, e per un giovane di provincia farsi strada era difficile. A dargli fiducia fu il priore di questa chiesa, un veronese come lui, che gli affidò prima il soffitto della sacrestia e poi, a poco a poco, tutto il resto.
Alza gli occhi sulla navata. Il soffitto racconta le Storie di Ester, la regina ebrea che salvò il suo popolo, dipinte nel 1556: cavalli che si impennano sopra la tua testa, visti dal basso, con la pancia e gli zoccoli, e personaggi vestiti di sete come nobili veneziani. Veronese costringe il tuo collo a fare quello che fanno i suoi cavalli: alzarsi verso il cielo.
Per più di un decennio continuò a tornare qui: le pareti della navata, le ante dell'organo, il coro, le storie di San Sebastiano, il soldato romano trafitto dalle frecce. E quando morì, nel 1588, volle essere sepolto proprio qui, nella sua chiesa. Cerca, vicino all'organo, la lapide e il busto che lo ricordano. Pochi artisti hanno avuto la fortuna di riposare dentro il proprio capolavoro.
Nel tempo l'umidità e il sale hanno minacciato anche queste tele, e negli ultimi decenni lunghi restauri hanno restituito i colori, i rosa, i verdi acidi, i gialli che fecero la fama di Veronese. Quando esci, attraversa il ponte verso nord, passa per il Campo dell'Angelo Raffaele e segui la Fondamenta del Soccorso lungo il rio. In pochi minuti arrivi a una scuola dove un altro genio, due secoli dopo, ha dipinto un cielo.
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7. Scuola Grande dei Carmini: il cielo di Tiepolo
Campo dei Carmini, Dorsoduro 2617, 30123 Venezia VE, Italy
La facciata davanti a te è elegante e un po' severa, tutta pietra d'Istria e marmo, con colonne e finestre ad arco. Sembra la casa di una famiglia nobile, invece era la sede di una confraternita: la Scuola Grande dei Carmini, a pochi passi da Campo Santa Margherita. Le facciate si attribuiscono a Baldassare Longhena, l'architetto della Salute.
I confratelli erano devoti alla Madonna del Carmelo e al suo scapolare, quel piccolo pezzo di stoffa che si portava sul petto come segno di protezione. La tradizione racconta che la Vergine lo consegnò a un frate carmelitano inglese, Simone Stock, promettendo la salvezza a chi lo avesse indossato. Era un'idea semplice e potente, e la confraternita divenne ricca e numerosa, tanto da essere elevata al rango di Scuola Grande nel Settecento.
Sali lo scalone, con gli stucchi che si arrampicano sulla volta, ed entra nel salone del piano di sopra. Alza gli occhi: al centro del soffitto c'è Giambattista Tiepolo, che ci lavorò per circa dieci anni, dal 1739. La Madonna, in alto, porge lo scapolare a Simone Stock, e intorno angeli che volano, sorreggono, cadono, in uno spazio che sembra non avere fine. Il cielo di Tiepolo non è azzurro piatto: è aria, luce, vento.
Nel salone, di solito, trovi degli specchi da tenere in mano: guardando il riflesso puoi studiare il soffitto senza spezzarti il collo. È un piccolo trucco veneziano, e funziona. Si dice che i confratelli furono così soddisfatti del lavoro da accogliere Tiepolo tra loro come confratello. Per un pittore, era un modo per entrare nella vita della città, non solo nelle sue chiese.
Quando Napoleone sciolse quasi tutte le confraternite, la Scuola dei Carmini fu una delle pochissime a sopravvivere, ed esiste ancora oggi. Per questo quello che vedi è ancora al suo posto, sui muri per cui fu pensato, e non in un museo. Ora esci e fai pochi passi: davanti a te si allarga il campo più vivo di Dorsoduro, Campo Santa Margherita.
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8. Campo Santa Margherita
Campo Santa Margherita, Dorsoduro, 30123 Venezia VE, Italy
Ecco Campo Santa Margherita: lungo, irregolare, con le panchine, i bambini che giocano a pallone, i banchi del pesce la mattina e gli studenti seduti per terra la sera. Al centro, tutto solo, c'è un piccolo edificio rettangolare, come un'isola in mezzo al campo.
Quell'edificio isolato era la Scuola dei Varoteri, la confraternita dei pellicciai, costruita qui nel Settecento: un mestiere intero, con la sua sede in mezzo al campo, come una piccola casa delle corporazioni. In fondo al campo, invece, c'è la chiesa di Santa Margherita, chiusa al culto da tempo e oggi usata dall'università: del suo campanile, abbattuto nell'Ottocento, resta solo la base, con un drago scolpito. Santa Margherita, secondo la leggenda, uscì viva dalla pancia di un drago.
Questo è il campo degli universitari di Ca' Foscari, e la sera diventa un salotto all'aperto. Qui lo spritz è di casa: la storia vuole che, nell'Ottocento, i soldati austriaci trovassero il vino veneto troppo forte e ci facessero spruzzare dell'acqua, spritzen in tedesco. Poi sono arrivati il bitter e il seltz, e il resto è storia di ogni aperitivo italiano.
Ma prima del bicchiere, se hai tempo, entra nella chiesa dei Carmini, accanto alla scuola da cui vieni. Dentro ci sono due capolavori che quasi nessuno va a cercare. Il San Nicola in gloria di Lorenzo Lotto, del 1529, con sotto un paesaggio di mare, città e pastori così vero che sembra una finestra. E l'Adorazione dei pastori di Cima da Conegliano, con la sua luce limpida del primo Rinascimento.
È la magia di Dorsoduro: un Lotto a dieci passi da un bancone, un Tiepolo sopra la testa di chi va a fare la spesa. L'arte qui non sta chiusa in una vetrina, convive con la vita di tutti i giorni. Ora attraversa il campo verso nord, lascialo dall'estremità opposta e prendi la calle che porta a una chiesa con la facciata di mattoni grezzi, mai finita: San Pantalon.
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9. San Pantalon: il soffitto di Fumiani
Campo San Pantalon, Dorsoduro, 30123 Venezia VE, Italy
La facciata davanti a te è di mattoni grezzi, mai rivestita di pietra, come se i muratori fossero andati a pranzo trecento anni fa e non fossero più tornati. Nessuno, da fuori, immaginerebbe niente. Entra, e prima di guardarti intorno alza subito gli occhi.
Sopra di te il soffitto è sparito. Al suo posto c'è un'architettura dipinta che sale e sale, colonne, archi, balconate affollate di gente, e in cima il cielo dove il martire Pantaleone viene accolto in gloria. Lo dipinse Gian Antonio Fumiani, tra il 1680 e il 1704, su decine di tele cucite e montate insieme: più di quattrocento metri quadrati, uno dei soffitti su tela più grandi del mondo.
Fumiani ci lavorò per più di vent'anni, e intorno alla sua morte nacque una leggenda. Si racconta che, finito il soffitto, sia salito un'ultima volta sull'impalcatura per guardare l'opera da vicino, e che sia caduto, morendo proprio sotto il suo cielo. La storia è quasi certamente inventata: Fumiani morì nel 1710, anni dopo aver finito. Ma è sepolto qui, in questa chiesa, e ai veneziani la leggenda piace di più della verità.
Ora abbassa lo sguardo e cerca, in una cappella laterale, un quadro più piccolo: il Miracolo di San Pantaleone di Paolo Veronese, del 1587. Il santo medico guarisce un bambino malato, e intorno tutto è calmo, scuro, raccolto. È una delle ultime opere di Veronese, morto l'anno dopo: dopo i cavalli e le sete di San Sebastiano, qui c'è un vecchio pittore che parla sottovoce. E nella cappella del Sacro Chiodo c'è perfino una Incoronazione della Vergine di Antonio Vivarini e Giovanni d'Alemagna, del Quattrocento.
Tre secoli di pittura veneziana in una chiesa che i turisti attraversano per sbaglio, cercando una scorciatoia. Quando esci, prendi le calli verso est, in direzione del Canal Grande: in pochi minuti sei nel cortile di un palazzo gotico enorme, all'angolo più bello del canale. È Ca' Foscari.
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10. Ca' Foscari: il palazzo della volta de canal
Ca' Foscari, Dorsoduro 3246, 30123 Venezia VE, Italy
Sei davanti a Ca' Foscari, la sede dell'università: dall'altra parte di questo palazzo il Canal Grande fa una curva larghissima, e dalle sue finestre lo si vede in entrambe le direzioni, verso Rialto e verso l'Accademia. I veneziani chiamano questo punto la volta de canal, la svolta del canale. Il palazzo, con le sue finestre gotiche ricamate di marmo, fu costruito per stare esattamente su quella curva, per farsi vedere da tutti.
Lo volle il doge Francesco Foscari, a metà Quattrocento. Fu doge per trentaquattro anni, dal 1423 al 1457, più di chiunque altro nella storia della Repubblica. Ma la sua vecchiaia fu una tragedia: il figlio Jacopo fu processato più volte ed esiliato, e morì lontano. Nel 1457 il Consiglio dei Dieci costrinse il vecchio doge ad abdicare, e lui morì pochi giorni dopo. Byron ne fece un dramma, Verdi un'opera, I due Foscari.
Il palazzo ospitò anche ospiti illustri: nel 1574 il giovane re di Francia, Enrico III, fu accolto qui con feste che Venezia ricordò per anni. Poi i Foscari decaddero, il palazzo si svuotò, e dal 1868 è la sede di una scuola superiore di commercio, diventata l'Università Ca' Foscari. Oggi tra quelle finestre gotiche si fanno lezioni di economia, lingue orientali e storia dell'arte.
E dentro c'è un tocco del Novecento: negli anni Trenta e poi negli anni Cinquanta, l'architetto veneziano Carlo Scarpa ridisegnò alcuni ambienti del palazzo, tra cui l'aula magna. Legno, vetro, metallo, accostati con una delicatezza quasi giapponese ai muri del Quattrocento. È il miglior esempio di come a Venezia il moderno possa entrare in un palazzo antico senza fargli violenza.
Una volta all'anno, la prima domenica di settembre, questo punto diventa il centro del mondo veneziano: davanti al palazzo si monta la machina, il palco galleggiante dell'arrivo della Regata Storica, e le barche si giocano la vittoria proprio sulla curva. Ora torna sulla calle e prosegui pochi passi lungo il canale, verso sud: un altro palazzo enorme, bianco e barocco, ti aspetta con dentro tutto il Settecento veneziano.
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11. Ca' Rezzonico: il Settecento veneziano
Ca' Rezzonico, Fondamenta Rezzonico, Dorsoduro 3136, 30123 Venezia VE, Italy
Ti trovi davanti a Ca' Rezzonico: un palazzo enorme, bianco, barocco, con la facciata sul Canal Grande carica di colonne e di teste scolpite. Da questa parte, dal rio, vedi l'ingresso di terra, più modesto. Ma dentro c'è l'unico posto di Venezia dove puoi camminare dentro il Settecento come se fosse ancora vivo.
Il palazzo lo cominciò Baldassare Longhena, lo stesso della Salute, a metà Seicento per la famiglia Bon. Ma i Bon finirono i soldi a metà strada, e il cantiere rimase fermo per decenni. Lo comprarono i Rezzonico, una famiglia di mercanti arrivata da poco nel patriziato, che chiamò Giorgio Massari a finirlo. E nel 1758 la fortuna dei Rezzonico arrivò al massimo: Carlo Rezzonico divenne papa, con il nome di Clemente XIII.
Proprio quell'anno, per il matrimonio di un giovane Rezzonico, Giambattista Tiepolo affrescò un soffitto: l'Allegoria nuziale, con gli sposi su un carro trainato da cavalli nel cielo. E nelle altre sale trovi le scenette di Pietro Longhi, piccole come fotografie di famiglia: il rinoceronte esposto al pubblico durante il carnevale, dame e cavalieri in maschera, nobili alla toeletta. Poi Guardi, Canaletto, Rosalba Carriera: tutta la Venezia che ballava mentre la Repubblica si avviava alla fine.
Al piano più alto c'è una sorpresa. Sono gli affreschi che Giandomenico Tiepolo, figlio di Giambattista, dipinse per sé, nella villa di famiglia in campagna, staccati e portati qui nel Novecento. Il più famoso si chiama Il Mondo Novo: una folla vista di spalle che si accalca per guardare dentro una scatola ottica. Non vediamo le loro facce, solo nuche e cappelli... è il Settecento che volta le spalle a se stesso.
Nel 1889 in questo palazzo, ospite del figlio che lo aveva acquistato, morì il poeta inglese Robert Browning. Dal 1936 è il museo del Settecento veneziano. Ora esci, passa per il Campo San Barnaba, dietro il palazzo, e cerca un piccolo ponte sul rio, a pochi passi, con delle impronte bianche sul gradino più alto. È l'ultima tappa, e la più rissosa.
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12. Ponte dei Pugni e Campo San Barnaba
Ponte dei Pugni, Fondamenta Gherardini, Dorsoduro, 30123 Venezia VE, Italy
Sali sul Ponte dei Pugni e guarda per terra, sul colmo: ci sono quattro impronte di piedi in pietra bianca, incastonate nei gradini, due da una parte e due dall'altra. Non sono un'opera d'arte, sono il segno di una guerra. Qui, per secoli, i veneziani si sono presi a pugni davanti a tutta la città.
Venezia era divisa in due fazioni: i Castellani, dalla parte orientale della città, e i Nicolotti, da quella occidentale, che avevano qui a Dorsoduro una delle loro roccaforti. Si sfidavano sui ponti, e questo era uno dei campi di battaglia preferiti. Due campioni mettevano i piedi su quelle impronte, e poi via: pugni, spinte, squadre intere che si lanciavano all'assalto. Il ponte allora non aveva parapetti, e chi perdeva finiva dritto nel rio, tra le risate della folla sulle fondamenta e sulle barche.
Non era solo un gioco. Le battaglie potevano diventare violentissime, con bastoni e coltelli, feriti e morti. Dopo uno scontro particolarmente sanguinoso, all'inizio del Settecento, la Repubblica proibì le guerre dei pugni. Le impronte sono rimaste, come un fossile di quella Venezia popolare e manesca che la Repubblica tollerava, e in fondo usava per sfogare le tensioni.
E il cinema ha amato questo angolo. Proprio nel vicino Campo San Barnaba, nel film Tempo d'estate del 1955, Katharine Hepburn cade all'indietro in un canale, e si racconta che si sia presa un'infezione all'occhio che non guarì mai del tutto. E la facciata della chiesa di San Barnaba, nel 1989, diventò l'ingresso di una biblioteca in Indiana Jones e l'ultima crociata.
Hai cominciato alla Punta della Dogana, sotto la Fortuna che gira col vento, e sei passato tra Tiziano, Veronese, Tiepolo, Fumiani, Peggy e i suoi cani, gli squeri e le Zattere al sole. Finisci su un ponte di pugni, perché a Dorsoduro l'arte non è mai stata lontana dalla vita, anche quella più rumorosa. Siediti in Campo San Barnaba, ordina un'ombra e guarda le barche passare sotto il ponte... la passeggiata è finita, Venezia continua.