Amsterdam ebraica: dal quartiere di Spinoza e Rembrandt ai giardini della Plantage

Sinagoghe a lume di candela, isole di diamantai, lo sciopero che sfidò i nazisti e un muro di 102.000 nomi: la memoria viva del vecchio quartiere ebraico di Amsterdam e della Plantage

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  1. 1. Huis De Pinto: il palazzo all'italiana di un mercante sefardita

    Sint Antoniesbreestraat 69, 1011 HB Amsterdam, Netherlands

    Fermati davanti alla facciata bianca e ordinata, con le lesene, le cornici e una balaustra in cima che nasconde il tetto. In mezzo alle case di mattoni di questa strada sembra un piccolo palazzo trapiantato da Venezia o da Vicenza... e non è un caso.

    Nel 1651 la casa fu comprata da Isaac de Pinto, un mercante ebreo di origine portoghese, tra gli uomini più ricchi della città. La sua famiglia era fuggita dalla penisola iberica, dove gli ebrei erano stati costretti a convertirsi e l'Inquisizione sorvegliava chi era sospettato di praticare ancora la vecchia fede in segreto. Dopo anni di peregrinazioni tra le Fiandre e l'Olanda, i De Pinto arrivarono ad Amsterdam, dove si poteva tornare a essere ebrei apertamente. Non era il paradiso: c'erano restrizioni sui mestieri e sulla cittadinanza. Ma nessuno ti bruciava sul rogo per la tua fede, e per quell'epoca era moltissimo.

    Negli anni Ottanta del Seicento Isaac fece rifare la facciata in stile classico italiano, con soffitti dipinti all'interno. Era un messaggio preciso: noi sefarditi siamo gente di mondo, di cultura mediterranea. La comunità portoghese di Amsterdam aveva legami fitti con quelle di Venezia e di Livorno: rabbini, libri, merci e famiglie viaggiavano continuamente tra l'Adriatico, il Tirreno e il Mare del Nord.

    Tre secoli dopo, questo palazzo stava per sparire. Negli anni Settanta del Novecento il comune voleva tagliare il quartiere con una grande strada a scorrimento veloce e con la metropolitana, e la casa era sul tracciato. Gli abitanti protestarono, occuparono, resistettero. La strada non si fece, la casa fu salvata e per decenni ospitò una biblioteca pubblica. Oggi è un centro culturale aperto a tutti.

    Sei all'inizio della Jodenbreestraat, la larga via degli ebrei, che per tre secoli è stata la spina dorsale del quartiere ebraico di Amsterdam. Prima di seguirla, però, facciamo una deviazione verso un'isola dimenticata. Attraversa il ponte sulla chiusa di Sint Antonie e piega a sinistra, verso est, fino alla Nieuwe Uilenburgerstraat: cerca una piccola sinagoga tra i palazzi.

  2. 2. Uilenburg: l'isola dei diamantai

    Nieuwe Uilenburgerstraat 91, 1011 LM Amsterdam, Netherlands

    Guarda questa strada tranquilla, con i suoi palazzi di mattoni, gli alberi e l'acqua da entrambi i lati. Sei su un'isola, anche se è difficile accorgersene. E tra gli edifici, cerca una facciata sobria con le finestre alte: è una piccola sinagoga del Settecento, sopravvissuta a quasi tutto.

    Uilenburg fu creata artificialmente alla fine del Cinquecento, quando Amsterdam si allargava verso est e aveva bisogno di spazio per i cantieri navali. Poi i cantieri si spostarono, e l'isola si riempì di case strette, vicoli bui, famiglie numerose. Fu per lungo tempo la parte più povera del quartiere ebraico, quella che i visitatori dell'Ottocento descrivevano con orrore.

    Eppure da qui passava una delle merci più preziose del mondo. Ad Amsterdam le corporazioni di mestiere chiudevano quasi tutte le porte agli ebrei, ma il taglio dei diamanti non era regolato da una gilda tradizionale, e molti ebrei vi trovarono lavoro. Quando, negli anni Settanta dell'Ottocento, dal Sudafrica cominciarono ad arrivare diamanti in quantità mai vista, la città visse un vero boom. Gli olandesi lo chiamarono il periodo del Capo, dal Capo di Buona Speranza: in pochi anni i lavoratori del settore si moltiplicarono, e Amsterdam si guadagnò il soprannome di città dei diamanti.

    Su questa strada, nel 1879, aprì una delle più grandi fabbriche di diamanti di Amsterdam, con le mole mosse dal vapore e centinaia di lavoratori chini sui banchi. L'edificio esiste ancora, poco più avanti sulla stessa via, e lavora ancora i diamanti. Immagina il rumore: il fischio delle cinghie, il ronzio delle mole, il silenzio concentrato di chi lucidava una pietra minuscola per ore. La vita dei diamantai era un'altalena: negli anni buoni guadagnavano bene, quando il mercato crollava restavano senza niente da un giorno all'altro.

    Agli inizi del Novecento molti vicoli furono demoliti perché considerati insalubri, e durante la guerra gli abitanti ebrei dell'isola furono deportati. La piccola sinagoga, rimasta vuota per decenni, è stata restaurata e oggi ospita incontri e concerti. Ora torna verso ovest lungo la Nieuwe Uilenburgerstraat fino alla Jodenbreestraat: all'angolo con il canale c'è una casa con le persiane rosse dove visse il pittore più famoso d'Olanda.

  3. 3. Rembrandthuis: il pittore e i suoi vicini

    Jodenbreestraat 4, 1011 NK Amsterdam, Netherlands

    Ecco la casa con le persiane rosse, accanto alla chiusa sul canale. Tre piani di mattoni e pietra, una casa da borghese arrivato. Nel 1639 la comprò un pittore di trentadue anni, all'apice della fama... ed è stata la sua gioia e la sua rovina.

    Rembrandt van Rijn pagò la casa tredicimila fiorini, una somma enorme, e quasi tutta a debito. Ci visse e lavorò per una ventina d'anni: al piano di sopra lo studio grande, con la luce del nord, dove dipingeva e insegnava agli allievi. Accanto, una stanza piena di meraviglie, perché Rembrandt collezionava di tutto: conchiglie, armature, busti di imperatori romani, stampe dei grandi maestri italiani.

    E qui c'è un paradosso che ti farà sorridere. Rembrandt non andò mai in Italia. Secondo Constantijn Huygens, il segretario del principe d'Orange, il giovane pittore rispose che non aveva tempo per un viaggio simile, e che comunque la migliore arte italiana si poteva vedere in Olanda. Ad Amsterdam, del resto, Tiziano e Raffaello passavano davvero all'asta, e lui era sempre in prima fila.

    Ma guarda anche la strada. Questa era la Jodenbreestraat, e i vicini di Rembrandt erano in gran parte ebrei, molti portoghesi. Poco lontano abitava il rabbino e tipografo Menasseh ben Israel, e Rembrandt realizzò un'acquaforte che la tradizione identifica come il suo ritratto. Nelle sue scene bibliche i volti dei patriarchi e dei profeti somigliano spesso a quelli che incontrava per strada. Invece di inventare un Oriente da fiaba, Rembrandt guardava fuori dalla finestra: è anche per questo che i suoi personaggi sembrano così vivi.

    Poi arrivarono i debiti. Nel 1656 Rembrandt fu dichiarato insolvente, e un notaio stilò l'inventario di tutto ciò che possedeva, oggetto per oggetto. Grazie a quel documento triste oggi sappiamo com'era arredata ogni stanza, e il museo, aperto nel 1911, l'ha ricostruita così. Ora scendi lungo il canale dello Zwanenburgwal verso sud: davanti al grande municipio moderno ti aspetta un uomo di bronzo con un mantello pieno di uccelli.

  4. 4. Spinoza e Waterlooplein: il filosofo nato su un'isola scomparsa

    Waterlooplein, 1011 PG Amsterdam, Netherlands

    Davanti a te c'è un uomo di bronzo, magro, con i capelli lunghi e un mantello ampio. Avvicinati e guarda bene il mantello: è decorato con uccelli esotici, creature venute da lontano, come tanti abitanti di questa città. È Baruch Spinoza, uno dei più grandi filosofi d'Europa, nato a pochi passi da qui nel 1632.

    Dove oggi vedi il municipio, il teatro dell'opera e le bancarelle del mercato, un tempo c'erano due isole, Vlooienburg e Marken, separate da canali. Su Vlooienburg viveva la famiglia Spinoza, ebrei portoghesi come i De Pinto, mercanti di frutta secca. Alla fine dell'Ottocento i canali furono interrati, e le isole diventarono una piazza, chiamata Waterlooplein in ricordo della battaglia di Waterloo.

    Il giovane Baruch studiò nella scuola della comunità, ma presto cominciò a porre domande scomode su Dio, sulla Bibbia, sull'anima. Nel 1656, a ventitré anni, la sinagoga portoghese lo colpì con un herem, una scomunica durissima, che non fu mai revocata. Lasciò Amsterdam, si guadagnò da vivere molando lenti per occhiali e microscopi, e la sua Etica uscì solo dopo la morte, nel 1677.

    Sul piedistallo della statua, inaugurata nel 2008, c'è una frase sua: lo scopo dello Stato è la libertà. Pensaci: un uomo cacciato dalla propria comunità, i cui libri furono proibiti in mezza Europa, oggi sta in piedi davanti al municipio della sua città, che lo cita come un padre fondatore.

    Alle sue spalle c'è il mercato di Waterlooplein, nato a fine Ottocento come mercato del quartiere ebraico, dove si vendeva di tutto, dagli abiti usati ai chiodi. L'edificio moderno è la Stopera, municipio e opera insieme, inaugurata negli anni Ottanta tra molte proteste: il nome è nato proprio dagli slogan dei contestatori. Ora attraversa il mercato verso est e prosegui fino a una piazza triangolare, dove un uomo in abiti da lavoro guarda avanti, con i pugni stretti.

  5. 5. La Dokwerker e il Museo ebraico: lo sciopero di febbraio

    Nieuwe Amstelstraat 1, 1011 PL Amsterdam, Netherlands

    Sulla piazza c'è un uomo di bronzo, robusto, in abiti da lavoro, le maniche rimboccate e lo sguardo fisso davanti a sé. Non è un re, non è un generale. È un portuale qualunque, la Dokwerker, scolpita da Mari Andriessen e inaugurata nel 1952. E ricorda il giorno in cui Amsterdam disse di no.

    Nel febbraio del 1941, pochi mesi dopo l'inizio dell'occupazione tedesca, la polizia nazista circondò questa piazza e il quartiere intorno. Centinaia di giovani uomini ebrei furono rastrellati, picchiati, costretti ad accovacciarsi sul selciato, e poi deportati nei campi di concentramento. Quasi nessuno di loro tornò. Le loro famiglie ricevettero, settimane dopo, soltanto brevi comunicazioni di morte da un luogo di cui fino ad allora nessuno ad Amsterdam aveva mai sentito il nome: Mauthausen.

    La risposta della città fu qualcosa di unico nell'Europa occupata. Il 25 febbraio 1941, su appello dei comunisti clandestini, i tranvieri si fermarono, poi i portuali, gli operai, gli impiegati comunali. Amsterdam si bloccò, e lo sciopero si estese alle città vicine. Fu una delle prime e più grandi proteste di massa contro la persecuzione degli ebrei in tutto il continente.

    I tedeschi la repressero in due giorni, con arresti e fucilazioni. Ma ogni 25 febbraio, da allora, la gente si raduna qui, intorno al portuale di bronzo, con dei fiori. La piazza porta il nome di Jonas Daniël Meijer, che alla fine del Settecento divenne il primo avvocato ebreo dei Paesi Bassi.

    Ora girati verso il complesso di mattoni alle tue spalle: sono quattro sinagoghe ashkenazite, la più antica del 1671, unite in un unico edificio. Gli ebrei ashkenaziti erano arrivati dalla Germania e dall'Europa orientale, più poveri dei portoghesi, e costruirono qui la loro grande sinagoga. Dal 1987 ospitano il Museo ebraico, che racconta la vita, non solo la morte, di questa comunità. Ora attraversa la strada: l'edificio enorme di mattoni dall'altra parte ti aspetta.

  6. 6. La Sinagoga portoghese: mille candele e un pavimento di sabbia

    Mr. Visserplein 3, 1011 RD Amsterdam, Netherlands

    Davanti a te si alza un edificio di mattoni enorme, squadrato, con finestre altissime, chiuso dentro un recinto di case più basse come in un abbraccio. Quando fu inaugurato, nel 1675, era probabilmente la sinagoga più grande del mondo. Ed è ancora qui, quasi intatta.

    La costruì la comunità degli ebrei portoghesi, i sefarditi, su progetto dell'architetto Elias Bouman. Guarda le dimensioni, le finestre, la luce: era una dichiarazione di orgoglio. dopo un secolo di fughe, conversioni forzate e paura, questi mercanti potevano finalmente pregare in un edificio monumentale, visibile da tutti, nel centro di una grande città europea. Vent'anni prima, la stessa comunità aveva scomunicato Spinoza.

    Se puoi entrare, preparati a due sorprese. La prima è sotto i piedi: il pavimento di legno è coperto di sabbia fine. Le spiegazioni sono tante, dal rumore e dall'umidità da assorbire fino al ricordo del deserto attraversato dagli ebrei d'Egitto, e c'è chi dice dei passi da attutire nelle case dei convertiti in segreto. La seconda è sopra la testa: grandi lampadari d'ottone con circa mille candele, perché qui la luce elettrica non è mai entrata.

    Nei giorni di festa le candele vengono accese tutte, e la sala torna com'era tre secoli fa. Nelle casette intorno c'è anche la biblioteca Ets Haim, fondata nel 1616, considerata la più antica biblioteca ebraica ancora in funzione al mondo. Molti dei suoi libri vennero stampati proprio ad Amsterdam, che nel Seicento era diventata una capitale dell'editoria ebraica: da qui partivano volumi in ebraico, in spagnolo e in portoghese per le comunità di mezzo mondo, da Venezia alle Americhe.

    Durante l'occupazione i tedeschi deportarono e uccisero la grande maggioranza degli ebrei portoghesi di Amsterdam. L'edificio, però, sopravvisse, e dopo la guerra i pochi superstiti tornarono a pregare qui. Ora scendi lungo la Weesperstraat, verso sud, per un paio di centinaia di metri: sulla sinistra vedrai un labirinto di muri di mattoni e di lettere d'acciaio lucido.

  7. 7. Il Memoriale dei nomi: centomila mattoni, una persona ciascuno

    Weesperstraat, 1018 DN Amsterdam, Netherlands

    Entra tra questi muri di mattoni rossi e cammina piano. Ogni mattone porta inciso un nome, una data di nascita, un'età. Sono più di centoduemila. Non leggerli tutti... non è possibile. Ma fermati su uno, uno solo, e leggilo per intero.

    Questo è il Monumento nazionale ai nomi della Shoah, inaugurato nel settembre del 2021. Ricorda gli ebrei, i sinti e i rom che dai Paesi Bassi furono deportati e uccisi tra il 1940 e il 1945. Prima della guerra in questo paese vivevano circa centoquarantamila ebrei; più di centomila non tornarono. In proporzione, è una delle percentuali più alte di tutta l'Europa occidentale.

    L'ha progettato l'architetto Daniel Libeskind, figlio di sopravvissuti, lo stesso del Museo ebraico di Berlino. Visto dall'alto, il monumento forma quattro lettere ebraiche che significano in memoria di. Da terra non le riconosci: le attraversi, ci cammini dentro, senza vederle tutte insieme, come succede con la storia quando la si vive. Le lettere sono rivestite di acciaio specchiante: mentre cammini, ci vedi riflessi il cielo, gli alberi... e te stesso, in mezzo ai nomi.

    Ci sono bambini di pochi mesi e anziani di novant'anni. Ci sono famiglie intere, che occupano una fila di mattoni uno dopo l'altro, con lo stesso cognome. E alcuni mattoni sono rimasti senza nome, a ricordare chi non è stato ancora identificato. Per molti dei sopravvissuti e dei loro figli, questo è il primo luogo dove poter portare un fiore, perché le loro famiglie una tomba non l'hanno mai avuta.

    Prima del monumento, qui c'era un semplice parcheggio, e i nomi esistevano soltanto negli archivi. Oggi sono di nuovo in mezzo alla città, sulla strada che i loro proprietari percorrevano ogni giorno. Quando sei pronto, torna verso nord e piega a destra lungo il canale della Nieuwe Herengracht: tra pochi minuti troverai un piccolo parco con una fontana e degli specchi rotti a terra.

  8. 8. Wertheimpark: gli specchi infranti di Auschwitz

    Plantage Parklaan, 1018 ST Amsterdam, Netherlands

    Entra nel parco: alberi alti, una fontana, le panchine sul bordo della Nieuwe Herengracht, i bambini del quartiere che giocano. Poi, in un angolo, a terra, vedrai delle lastre di vetro specchiante, spezzate. Non sono un incidente. Sono un monumento.

    Il parco porta il nome di Abraham Carel Wertheim, banchiere ebreo, uomo politico e filantropo dell'Ottocento. Wertheim fu una figura molto amata ad Amsterdam: finanziò ospedali, scuole, istituzioni culturali, ed era conosciuto per aiutare chiunque, ebreo o cristiano. Quando morì, alla fine del secolo, la città gli dedicò questo giardino nel cuore della Plantage.

    Il monumento si intitola Nooit meer Auschwitz, Mai più Auschwitz, ed è opera dello scrittore e artista Jan Wolkers. Fu realizzato nel 1977 e spostato qui nel 1993, per stare nel cuore del quartiere da cui tanti erano stati portati via. L'idea di Wolkers è semplice e terribile: dopo Auschwitz, il cielo non potrà mai più essere intero.

    E infatti, chinati e guarda: negli specchi rotti si riflette il cielo, ma in frammenti, spezzato da crepe che non si possono riparare. Ogni anno, nell'ultima domenica di gennaio, qui si tiene la commemorazione nazionale di Auschwitz, con i sopravvissuti, le loro famiglie, le scuole. Il resto dell'anno è un parco di quartiere, con le mamme, i cani e le biciclette appoggiate al cancello, e forse è giusto così: la memoria in mezzo alla vita, non chiusa in un recinto.

    La Plantage, il quartiere in cui sei appena entrato, nacque nel Seicento come una zona di giardini e di svago, appena fuori dal centro. Nell'Ottocento si riempì di ville e di palazzine eleganti, e molte famiglie ebree benestanti scelsero di vivere qui, tra alberi e istituzioni culturali. Ora esci dal parco e attraversa la Plantage Middenlaan: proprio di fronte c'è il cancello di un giardino più antico di quasi tutte le case che ti circondano.

  9. 9. Hortus Botanicus: il giardino che diede il caffè al mondo

    Plantage Middenlaan 2a, 1018 DD Amsterdam, Netherlands

    Oltre il cancello ti aspetta un altro clima: aiuole ordinate, alberi venuti da ogni continente, serre di vetro e ferro dove l'aria è calda e umida come ai tropici. Respira. In mezzo a tanta memoria dolorosa, questo giardino è una pausa... ma anche lui ha una storia sorprendente da raccontare.

    L'Hortus Botanicus nacque nel 1638 come orto dei semplici, il giardino delle erbe medicinali per i medici e i farmacisti della città, in un'epoca in cui una peste poteva svuotare interi quartieri. Nel 1682 si trasferì qui, nella Plantage, ed è uno dei più antichi orti botanici del mondo.

    Le navi della Compagnia delle Indie Orientali portavano ad Amsterdam non solo spezie, ma anche semi, bulbi e piante vive da tutto il mondo. E una storia famosa racconta che all'inizio del Settecento arrivò qui una pianta di caffè da Giava. Una delle sue discendenti fu regalata a Luigi XIV, il Re Sole, e da Parigi i semi partirono per le colonie francesi nei Caraibi. Se la storia è vera, parte del caffè dell'America Latina discende da una piantina cresciuta in queste serre.

    Cerca la grande serra delle palme, del 1912, e poi la serra a tre climi, dove in pochi passi si attraversano deserto, tropici e subtropici. Tra le piante più antiche del giardino c'è una cicade arrivata dall'Africa australe nell'Ottocento, sopravvissuta a guerre, inverni rigidissimi e traslochi. Se sei appassionato di piante, potresti restare qui un'intera mattina.

    C'è un ultimo dettaglio che vale la pena ricordare: a pochi passi, sulla stessa strada alberata, si giocava una partita molto diversa. Durante l'occupazione la Plantage Middenlaan fu teatro di una delle pagine più tragiche e più coraggiose della storia di Amsterdam. Ora esci e cammina verso est lungo il viale, sotto gli alberi: dopo un paio di centinaia di metri, sulla destra, vedrai la facciata di un vecchio teatro.

  10. 10. Hollandsche Schouwburg e il Museo nazionale dell'Olocausto: i bambini di Walter Süskind

    Plantage Middenlaan 24, 1018 DE Amsterdam, Netherlands

    Fermati davanti alla facciata bianca del vecchio teatro. Dietro, al posto della sala, oggi c'è un cortile all'aperto, con un pilastro di pietra e una parete di cognomi. Qui, un tempo, la gente veniva a ridere e a commuoversi per un'operetta. Poi, per più di un anno, ci venne per tutt'altro motivo.

    La Hollandsche Schouwburg aprì nel 1892 come teatro popolare. Nel 1941 gli occupanti la riservarono ad artisti e spettatori ebrei, e nell'estate del 1942 la trasformarono in un centro di raccolta. Uomini, donne e bambini venivano rinchiusi qui, a volte per giorni, prima di essere caricati sui treni per il campo di Westerbork e da lì verso Auschwitz e Sobibor. Si stima che da questo edificio siano passate circa quarantaseimila persone.

    Ma qui è nata anche una delle storie di resistenza più straordinarie della guerra. Walter Süskind, ebreo tedesco che lavorava all'amministrazione del centro, falsificava i registri e faceva sparire i nomi dei bambini. I più piccoli erano tenuti nell'asilo dall'altra parte della strada, diretto da Henriëtte Pimentel. Accanto all'asilo c'era una scuola per maestri, diretta da Johan van Hulst.

    Il piano era tanto semplice quanto rischioso. Quando un tram passava sul viale e copriva la visuale delle guardie, un bambino veniva fatto uscire, attraversava il giardino della scuola e spariva verso famiglie e rifugi clandestini. In questo modo furono salvati centinaia di bambini, secondo le stime circa seicento. Süskind e Pimentel non sopravvissero alla guerra. Van Hulst sì, e fu riconosciuto Giusto tra le Nazioni.

    Proprio in quella scuola e in quell'asilo, di fronte a te, nel marzo del 2024 ha aperto il Museo nazionale dell'Olocausto dei Paesi Bassi, che racconta come la persecuzione sia avvenuta passo dopo passo, legge dopo legge, nelle strade di tutti i giorni. Prenditi il tempo che ti serve. Poi prosegui verso est e svolta a sinistra nella Henri Polaklaan: a metà della via, un edificio di mattoni ha l'aspetto di una piccola fortezza.

  11. 11. La Burcht van Berlage: la fortezza dei diamantai

    Henri Polaklaan 9, 1018 CP Amsterdam, Netherlands

    Ecco un edificio di mattoni che sembra un piccolo castello: una torre squadrata, finestre profonde, un ingresso solenne. Ma non ci abitava un nobile. Qui avevano casa gli operai, e lo chiamarono, con orgoglio, de Burcht: la fortezza.

    Era la sede dell'ANDB, il sindacato generale dei lavoratori dei diamanti, fondato nel 1894. Ricordi Uilenburg, l'isola dei diamantai? Molti di quei tagliatori e lucidatori erano ebrei, spesso poveri, e alla fine dell'Ottocento decisero di unirsi. A guidarli c'era Henri Polak, figlio del quartiere ebraico, ed è a lui che è intitolata la strada su cui ti trovi.

    Il sindacato fu un modello per tutto il paese. Pagava sussidi ai disoccupati, organizzava corsi serali, prestava libri, invitava i soci a leggere, a studiare, a non bere, e fu tra i primi in Olanda a conquistare la giornata lavorativa di otto ore. Per la sua sede, inaugurata nel 1900, Polak chiamò l'architetto più innovativo del momento: Hendrik Petrus Berlage, lo stesso che stava costruendo la nuova borsa sul Damrak.

    Il risultato è un manifesto. All'esterno, sobrietà e forza; all'interno, uno scalone luminoso rivestito di piastrelle e pareti decorate da Richard Roland Holst con figure allegoriche del lavoro. L'idea era chiara: anche un operaio ha diritto alla bellezza, e la sua casa comune deve essere degna come un municipio. Una borsa per i capitalisti e una fortezza per i lavoratori, disegnate dalla stessa mano negli stessi anni.

    La guerra spezzò tutto. I nazisti sciolsero il sindacato, e la maggior parte dei diamantai ebrei di Amsterdam fu deportata e uccisa. L'industria dei diamanti della città non tornò mai più quella di prima. L'edificio, invece, resiste, tutelato come monumento della storia del lavoro. Ora torna sulla Plantage Middenlaan e cammina verso est fino alla Plantage Kerklaan: davanti a te vedrai un cancello con delle lettere dorate e un motto latino.

  12. 12. Artis e il Museo della Resistenza: dove finisce la passeggiata

    Plantage Kerklaan 38-40, 1018 CZ Amsterdam, Netherlands

    Davanti a te c'è il cancello di uno degli zoo più antichi d'Europa, con il suo motto latino in lettere dorate: Natura Artis Magistra, la natura è maestra dell'arte. Dietro le inferriate senti forse il richiamo di un uccello tropicale, o il passo di un animale grande. Siamo all'ultima tappa.

    Artis fu fondato nel 1838 da tre amici amanti delle scienze naturali, e per molti anni fu un club esclusivo: potevano entrare solo i soci, e la borghesia della città vi passeggiava la domenica tra gabbie, biblioteche e collezioni. Intorno allo zoo crebbe la Plantage elegante che hai attraversato, e Artis divenne il cuore del quartiere.

    Anche qui, però, arrivò l'occupazione. Nel 1941 sui cancelli comparvero i cartelli che vietavano l'ingresso agli ebrei, come nei parchi, nei cinema, nelle piscine. Gli abitanti ebrei della Plantage, che per decenni avevano portato qui i loro bambini, non poterono più entrare. E si racconta che, durante la guerra, alcune persone in fuga abbiano trovato rifugio proprio dentro lo zoo, nascoste tra recinti e soffitte.

    Guarda ora dall'altra parte della strada: in un palazzo dell'Ottocento, costruito in origine per una società corale ebraica, c'è il Museo della Resistenza. Racconta la vita quotidiana sotto l'occupazione e le scelte di ciascuno: chi collaborò, chi si adattò, chi rischiò tutto, come il portuale di bronzo, come Süskind, come Pimentel. Non dà risposte facili, ed è proprio per questo che merita una visita.

    Hai camminato da una casa di mercanti sefarditi a una sinagoga di candele, da una scomunica a un monumento, da un muro di nomi a un giardino di piante dal mondo intero. Il vecchio quartiere ebraico di Amsterdam è stato quasi cancellato, ma le sue pietre continuano a parlare a chi si ferma ad ascoltare. Grazie per aver camminato con me. La passeggiata finisce qui, davanti agli animali e agli alberi della Plantage... e la memoria, ora, la porti con te.