Castello segreto: Vivaldi, Carpaccio e i leoni dell'Arsenale a Venezia

La Venezia dove abitano ancora i veneziani: dalla pala di Bellini a San Zaccaria alle rune vichinghe dell'Arsenale, dai panni stesi di Via Garibaldi ai Giardini della Biennale, fino al campanile storto di San Pietro di Castello

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  1. 1. San Zaccaria: la pala di Bellini e la cripta allagata

    Campo San Zaccaria, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Hai appena lasciato la folla della Riva, sei passato sotto un sotoportego, ed ecco un campo quieto e una facciata bianca a gradoni, che sembra una torta nuziale di pietra d'Istria. Fermati un momento e guardala dal basso verso l'alto: l'hanno costruita due architetti diversi, uno sopra l'altro... e si vede.

    Il pianterreno è ancora gotico, opera di Antonio Gambello, che cominciò i lavori a metà del Quattrocento. Poi arrivò Mauro Codussi e, dal 1483, tirò su la parte alta, tutta rinascimentale, con quei grandi semicerchi che noi veneziani riconosciamo al volo, come una firma. Dentro, sulla parete di sinistra, c'è il motivo per cui i pittori di mezza Europa venivano fin qui: la pala di Giovanni Bellini, firmata e datata 1505. Bellini era ormai vecchio, sui settant'anni, e dipinse una Madonna con quattro santi in una luce così morbida che pare una sera d'estate in laguna. I francesi se la portarono a Parigi e tornò a casa solo dopo la caduta di Napoleone.

    Ma il segreto vero è sotto i tuoi piedi. Scendi nella cripta, una delle più antiche della città: colonnine basse, volte a crociera, e spesso un velo d'acqua sul pavimento. Quando la marea sale, l'acqua filtra dentro e riflette le colonne, e ti sembra di camminare in un lago sotterraneo. Lì sotto riposano alcuni dogi dei primi secoli, con i piedi letteralmente in ammollo.

    Questo era il convento femminile più ricco di Venezia, pieno di figlie di patrizi, molte monache per forza più che per vocazione, e il loro parlatorio era famoso come uno dei salotti più vivaci della città. La tradizione voleva che ogni anno, a Pasqua, il doge venisse qui in visita solenne. E non tutto è stato così pacifico: nel 1172 il doge Vitale II Michiel, inseguito dalla folla dopo una spedizione disastrosa, fu pugnalato a due passi da qui mentre cercava rifugio proprio a San Zaccaria.

    Adesso torna verso l'acqua, ma solo per un attimo: la Riva degli Schiavoni la attraversiamo e basta. Gira a sinistra, verso est, e dopo un ponte ti aspetta una chiesa bianca dove per secoli la musica è stata la vera padrona di casa.

  2. 2. La Pietà: le ragazze di Vivaldi

    Riva degli Schiavoni, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Davanti a te, sulla Riva, una facciata bianca con quattro colonne giganti, e ai lati qualche ragazzo in parrucca che vende biglietti per i concerti di Vivaldi. Lascia perdere le parrucche. Gira piuttosto nella calle stretta a fianco della chiesa, la Calle della Pietà, e cerca sul muro una piccola lapide di pietra.

    Quella lapide, del 1548, minaccia la maledizione di Dio e la scomunica a chi abbandona qui i propri figli pur avendo i mezzi per crescerli. Perché qui c'era l'Ospedale della Pietà, che accoglieva i neonati abbandonati. Le madri li lasciavano in una piccola apertura nel muro, la scafetta, e da quel momento il bambino entrava in un'altra vita. Molti trovatelli veneziani ricevevano un cognome che diceva già tutto: Dalla Pietà.

    I maschi imparavano un mestiere, le ragazze più dotate imparavano la musica. E nel 1703 arrivò come maestro di violino un giovane prete dai capelli rossi, Antonio Vivaldi. Per quasi quarant'anni, con qualche interruzione, scrisse per loro concerti, mottetti, oratori. Le figlie del coro suonavano nascoste dietro grate di ferro, e i viaggiatori stranieri ne uscivano incantati: ragazze che suonavano violino, violoncello, oboe, perfino la tromba. Una violinista, Anna Maria, la chiamavano dal Violin, ed era una piccola celebrità europea.

    E adesso il dettaglio che quasi nessuno sa: in questa chiesa Vivaldi non ha mai suonato. Quella che vedi la ricostruì Giorgio Massari a partire dal 1745, quattro anni dopo la morte del compositore, avvenuta a Vienna nel 1741, in povertà. Massari la pensò come una sala da concerto, ovale, con le cantorie per le ragazze, e sul soffitto Giambattista Tiepolo dipinse un grande cielo pieno di angeli con strumenti musicali. La facciata invece rimase incompiuta per un secolo e mezzo: fu finita solo nel 1906.

    Ora imbocca proprio la Calle della Pietà, verso l'interno, e risali verso nord lungo il rio. Arrivato alla Fondamenta dei Furlani cerca una porta piccola, quasi da casa privata: nasconde uno dei tesori più intimi di tutta Venezia.

  3. 3. Scuola di San Giorgio degli Schiavoni: il drago di Carpaccio

    Calle dei Furlani, Castello 3259/A, 30122 Venezia VE, Italy

    Una facciata minuscola di pietra d'Istria, con un San Giorgio a cavallo scolpito sopra la porta: se passi distratto lungo il rio, nemmeno te ne accorgi. Entra, e lascia agli occhi qualche secondo per abituarsi alla penombra. Pareti di legno scuro, un soffitto a cassettoni, e tutt'intorno una fascia di quadri che sembra un fumetto del Rinascimento.

    Schiavoni, per i veneziani, erano gli Slavi della Dalmazia: marinai, mercanti, soldati che vivevano proprio su questa sponda, tanto che la riva qui sotto si chiama ancora Riva degli Schiavoni. Nel 1451 fondarono la loro confraternita, una scuola, come diciamo noi, cioè un'associazione di mutuo soccorso con il suo santo e la sua sede. E all'inizio del Cinquecento chiamarono Vittore Carpaccio a dipingere i loro protettori: Giorgio, Trifone e Girolamo.

    Guarda San Giorgio che carica il drago. La lancia gli trapassa la bocca, il cavallo si impenna, e per terra c'è un tappeto di resti umani: teschi, ossa, una gamba, mezzo corpo di una ragazza. Carpaccio si diverte da matto con i dettagli macabri, e intanto in fondo la principessa giunge le mani, elegante come a una festa. Poco più in là San Girolamo entra in convento con il suo leone mansueto, e i frati scappano da tutte le parti con le tonache al vento. È la scena più comica della pittura veneziana, te lo garantisco.

    Ma il quadro che i veneziani amano di più è un altro: Sant'Agostino nel suo studio. Il santo alza la penna, una luce entra dalla finestra, e lui capisce che Girolamo è appena morto. Il silenzio è perfetto. E in mezzo alla stanza, seduto composto, c'è un cagnolino bianco e peloso che guarda la luce anche lui, con il muso all'insù. Quel cagnetto, sinceramente, è diventato più famoso del santo.

    La cosa più rara, però, è che questi teleri sono ancora nella casa per cui furono dipinti, e la confraternita esiste ancora oggi, dopo più di cinque secoli. Ora risali verso nord, oltre il rio, tra calli strette e panni stesi, finché si apre un campo con una facciata bianca enorme, quasi sproporzionata.

  4. 4. San Francesco della Vigna: una chiesa accordata come uno strumento

    Campo San Francesco della Vigna, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Ecco una facciata che sembra un tempio romano atterrato nella parte più popolare di Castello: colonne, timpani, e due grandi statue di bronzo nelle nicchie, Mosè e San Paolo. Intorno, nel campo, magari due bambini che giocano a pallone e una signora che torna con la spesa. Pochi turisti arrivano fin quassù, ed è un peccato, perché questa facciata porta la firma di Andrea Palladio.

    Il nome viene da una vigna vera. Nel 1253 Marco Ziani, figlio di un doge, lasciò ai frati francescani questo terreno coltivato a vite. E una leggenda racconta che proprio qui, secoli prima, una tempesta costrinse San Marco a fermarsi con la sua barca, e un angelo gli disse: pace a te, Marco, mio evangelista. Sono le stesse parole che leggi sul libro aperto del leone, in ogni angolo della città. La vigna, tra l'altro, esiste ancora, dietro il chiostro, e ogni anno viene vendemmiata.

    La chiesa la progettò Jacopo Sansovino a partire dal 1534. Ma prima che si posasse la prima pietra, un frate del convento, Francesco Zorzi, scrisse un memoriale rimasto famoso: le misure dovevano seguire le proporzioni armoniche della musica, come gli intervalli tra le note. Una chiesa accordata come uno strumento. Decenni dopo il patriarca di Aquileia Giovanni Grimani chiamò Palladio per la facciata, e lui risolse un rompicapo: unire un fronte alto, per la navata, e uno basso, per le cappelle, incastrando due templi uno dentro l'altro.

    Dentro, cerca una piccola Madonna di Antonio da Negroponte, del Quattrocento: un trono in mezzo a un giardino di frutti, fiori e uccellini dipinti uno per uno, con una pazienza da miniaturista. E in una cappella laterale ti aspetta di nuovo Giovanni Bellini, con una Madonna e santi del 1507. Due Bellini in un'ora di passeggiata: Castello è generoso con chi lo cammina.

    Adesso scendi verso sud, per calli strette e piccoli campielli, lasciando l'Arsenale alla tua sinistra. Cerca un campo luminoso con un palazzo gotico e una chiesetta di mattoni: ci aspetta il battesimo più famoso della musica veneziana.

  5. 5. San Giovanni in Bragora e Campo Bandiera e Moro: il battesimo di Vivaldi

    Campo Bandiera e Moro, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Questo campo è uno dei salotti di Castello: un pozzo, qualche panchina, un palazzo gotico con le finestre ad arco acuto, e in un angolo una chiesa di mattoni dalla facciata semplice, tutta a curve. Si chiama San Giovanni in Bragora, e quel nome strano nessuno è mai riuscito a spiegarlo davvero.

    Le ipotesi si sprecano: c'è chi lo fa venire da bragolare, pescare, perché qui vivevano i pescatori; chi da brago, il fango delle barene; chi addirittura dal greco agorà, la piazza del mercato. Scegli tu quella che ti piace di più. Sul nome del campo, invece, nessun dubbio: Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro erano giovani ufficiali veneziani della marina austriaca che disertarono per la causa italiana. Nel 1844 sbarcarono in Calabria per accendere una rivolta, furono traditi, catturati e fucilati vicino a Cosenza.

    Ma ora entra in chiesa e cerca il fonte battesimale. Il 6 maggio 1678 qui fu portato un bambino nato due mesi prima, il 4 marzo, così gracile che la levatrice lo aveva battezzato subito in casa, per paura che non sopravvivesse. Si chiamava Antonio Lucio Vivaldi. Suo padre faceva il barbiere e suonava il violino nella cappella di San Marco, e la famiglia abitava proprio in queste calli. Accanto al fonte è esposta una copia dell'atto di battesimo.

    E sull'altare maggiore c'è un'altra meraviglia: il Battesimo di Cristo di Cima da Conegliano, dipinto negli ultimi anni del Quattrocento. Guarda il paesaggio dietro Gesù e il Battista: colline dolci, un castello, un fiume limpido. Altro che Palestina, sembrano le colline trevigiane da cui Cima veniva. Un pittore di campagna che porta la sua terra nella chiesa dei pescatori.

    Quando esci, fermati al centro del campo e ascolta: niente concerti in costume, solo voci dalle finestre e il motore di una barca sul rio. È la Venezia in cui è cresciuto Vivaldi. Adesso prendi verso est, segui le calli fino al ponte di legno sul rio dell'Arsenale: dall'altra parte ti aspettano due torri e una famiglia di leoni.

  6. 6. La Porta dell'Arsenale e il leone con le rune

    Campo de l'Arsenal, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Davanti a te due torri merlate di mattoni che sorvegliano un canale, e accanto un portale di pietra bianca, solenne come un arco di trionfo, con in cima il leone di San Marco ad ali spiegate. Davanti al cancello, in fila, una piccola famiglia di leoni di pietra. Benvenuto alla porta di quella che per secoli è stata la più grande fabbrica d'Europa.

    Secondo la tradizione l'Arsenale nasce nel 1104. Qui la Repubblica costruiva e armava le sue galee, e nei secoli d'oro ci lavoravano migliaia di arsenalotti: carpentieri, calafati, cordai, fabbri, organizzati come una catena di montaggio, secoli prima delle fabbriche moderne. Dante lo vide d'inverno e se ne ricordò nell'Inferno, con la pece tenace che bolle per rattoppare gli scafi. E si racconta che nel 1574, per stupire il re di Francia Enrico III, gli arsenalotti montarono una galea intera nel tempo di un banchetto.

    Il portale è del 1460 ed è considerato una delle prime opere rinascimentali della città. Ma guarda i leoni. Il più grande, seduto sulle zampe posteriori, arriva dal Pireo, il porto di Atene. Lo portò qui nel 1687 Francesco Morosini, lo stesso comandante che, durante l'assedio di Atene, centrò con una cannonata il Partenone, dove i turchi tenevano la polvere da sparo. Il tempio di Atena saltò in aria, e il leone prese la via di Venezia come trofeo.

    Avvicinati alle spalle del leone del Pireo. Vedi quei segni consumati che corrono a serpentina, come un nastro? Sono rune. Le incisero, con ogni probabilità nell'undicesimo secolo, mercenari scandinavi, i variaghi al servizio dell'imperatore di Bisanzio, passati per il porto di Atene. Un graffito vichingo su un leone greco, davanti all'arsenale veneziano: tre mondi in un solo blocco di marmo. Sono così rovinate che nessuno è mai riuscito a leggerle con certezza.

    Oggi gran parte dell'Arsenale appartiene alla Marina Militare, e durante la Biennale alcune delle sue antiche navate diventano sale d'esposizione. Ora segui il rio dell'Arsenale verso la laguna, fino alla riva: all'angolo c'è il museo che custodisce i sogni di questa fabbrica.

  7. 7. Museo Storico Navale: l'oro perduto del Bucintoro

    Riva San Biasio, Castello 2148, 30122 Venezia VE, Italy

    Sei di nuovo sull'acqua, all'angolo tra il rio dell'Arsenale e la laguna aperta, con il vento che arriva dal Lido. Davanti a te un edificio massiccio di pietra e mattoni: è il Museo Storico Navale. Sull'acqua, davanti alla porta, passano vaporetti e barche da lavoro, proprio dove un tempo uscivano le galee appena finite. Dentro ci sono modelli di galee, cannoni, bussole, polene, e soprattutto un sogno d'oro in miniatura.

    Il sogno si chiama Bucintoro. Era la galea di Stato del doge, coperta d'oro e di sculture, con la Giustizia a prua e più di cento rematori nascosti nel ventre. Ogni anno, il giorno dell'Ascensione, la festa della Sensa, il Bucintoro usciva verso la bocca di porto del Lido e il doge gettava in mare un anello d'oro, con una formula latina che suonava più o meno così: ti sposiamo, mare, in segno di vero e perpetuo dominio. Venezia si sposava con l'Adriatico. E ogni anno, va detto, rinnovava le promesse.

    L'ultimo Bucintoro, varato nel 1729, fece una fine triste. Nel 1797 la Repubblica cadde, e l'anno dopo i francesi lo fecero a pezzi per bruciarne le dorature e ricavarne l'oro. Lo scafo spogliato servì per anni da batteria galleggiante e poi da prigione, prima di essere demolito. Qui al museo trovi un grande modello costruito nel 1828 e alcuni frammenti di sculture scampati alle fiamme.

    Le collezioni discendono in parte dalla Casa dei Modelli dell'Arsenale, dove la Repubblica conservava i modelli delle proprie navi, una specie di archivio tridimensionale dei segreti di fabbrica. Guarda le galee da mercato: portavano a Venezia pepe, seta e cotone, e ripartivano cariche di vetro e tessuti. In quei modelli c'è la vera ricetta della ricchezza di Venezia: non le terre, ma le rotte.

    Adesso volta a destra e cammina lungo la riva, verso est. Dopo pochi passi si apre una strada larghissima, piena di bambini, fruttivendoli, panni stesi e anziani sulle panchine: è Via Garibaldi, il cuore che batte di Castello.

  8. 8. Via Garibaldi: il canale che diventò strada

    Via Giuseppe Garibaldi, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Guardati intorno: una strada larga come un viale, con bar, fruttivendoli, bambini in bicicletta... sì, in bicicletta, a Venezia, anche se in teoria non si potrebbe. Panni stesi tra le finestre, nonne sedute fuori con il giornale, qualcuno che si saluta da un balcone all'altro. Se cerchi la Venezia dove vivono i veneziani, eccola.

    Questa strada però non è sempre stata una strada: era un canale. Nel 1807, sotto Napoleone, lo interrarono per ricavarne una via larga e dritta, intitolata a Eugenio di Beauharnais, il figliastro dell'imperatore che governava il Regno d'Italia: si chiamava Via Eugenia. Noi veneziani questi canali riempiti li chiamiamo rio terà. E se guardi in fondo, vedrai che l'acqua ricomincia, come se il canale si fosse solo addormentato. Il nome di Garibaldi arrivò più tardi, dopo l'unione all'Italia. Pensa: la strada più larga della città è nata da un ordine firmato da un governo francese.

    Cerca su una facciata la lapide che ricorda Giovanni e Sebastiano Caboto. Giovanni, nato probabilmente a Genova, era diventato cittadino veneziano nel 1476. Nel 1497 partì dall'Inghilterra per conto del re Enrico VII e toccò le coste del Nord America, quasi certamente Terranova: la prima esplorazione europea documentata di quelle terre dopo i vichinghi. Un veneziano d'adozione che scopre il Canada con bandiera inglese... la storia ama questi giri larghi.

    Qui intorno vivevano gli arsenalotti con le loro famiglie, e il quartiere è rimasto popolare per secoli. Oggi è uno degli ultimi angoli dove incontri ancora più veneziani che turisti, in una città storica che nel 2022 è scesa sotto i cinquantamila abitanti. Ogni negozio di quartiere che chiude, qui, se ne accorgono tutti. Per questo, quando passi, un buongiorno al fruttivendolo non costa niente e vale moltissimo.

    Ora non andare fino in fondo alla strada: a metà, sulla destra, si apre un viale alberato che porta verso la laguna. Seguilo, e all'improvviso ti troverai in mezzo a qualcosa di rarissimo a Venezia: alberi veri, erba e ombra.

  9. 9. Giardini Napoleonici: il parco regalato dal nemico

    Viale Giuseppe Garibaldi, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Alberi! Tanti, veri, con l'erba sotto e le panchine all'ombra. Dopo ore di pietra e d'acqua ti sembrerà quasi strano, ma questi sono i giardini pubblici di Venezia, i Giardini, come diciamo semplicemente noi. Qui i castellani portano a spasso i cani, i ragazzi giocano a pallone sull'erba, e d'estate le panchine all'ombra sono contese come gli ombrelloni al Lido. E tutto questo lo dobbiamo, pensa un po', proprio a Napoleone.

    Nel 1807 un decreto napoleonico ordinò di creare un grande giardino pubblico in questo angolo di Castello, e l'architetto Giannantonio Selva lo disegnò con viali dritti e prospettive sull'acqua. Ma per fare spazio vennero demoliti conventi e chiese, insieme alle case di chi ci abitava. Ecco il paradosso: l'uomo le cui truppe nel 1797 avevano messo fine a più di mille anni di Repubblica ha regalato ai veneziani il loro unico vero parco.

    All'imbocco del viale, dalla parte di Via Garibaldi, c'è il monumento all'eroe dei due mondi, inaugurato alla fine dell'Ottocento. Garibaldi sta in piedi su un ammasso di rocce, e più in basso un garibaldino di bronzo fa la guardia con il fucile. Da generazioni i bambini di Castello si arrampicano su quegli scogli come fossero una fortezza, e le mamme dalle panchine gridano di scendere, senza troppa convinzione.

    Ora cammina fino alla riva e guarda la laguna. Davanti a te l'isola di San Giorgio, più in là la punta della Giudecca, e sulla sinistra la lunga striscia del Lido. Laggiù, alle bocche di porto, dall'ottobre del 2020 si alzano le paratoie del MOSE per fermare l'acqua alta. Un anno prima, nel novembre del 2019, la marea era arrivata a centottantasette centimetri, e mezza città si era svegliata con il mare in casa.

    Adesso segui i viali verso est, verso quei padiglioni strani che spuntano tra gli alberi. Non sono ville e non sono chiese: sono le case che il mondo intero si è costruito a Venezia per mostrare la sua arte.

  10. 10. I Giardini della Biennale: il villaggio dell'arte

    Giardini della Biennale, Viale Trieste, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Tra gli alberi spuntano edifici che con Venezia non c'entrano niente: un tempietto neoclassico, un palazzetto liberty, un cubo modernista, un padiglione con le pareti di vetro. Sei ai Giardini della Biennale, dove ogni nazione ha la sua casa, come in un villaggio olimpico dell'arte.

    Tutto cominciò nel 1895, con la prima Esposizione Internazionale d'Arte della Città di Venezia, voluta dal sindaco Riccardo Selvatico. L'idea era nata per festeggiare le nozze d'argento del re Umberto e della regina Margherita, ma il vero obiettivo era un altro. Venezia, ormai una città di provincia del Regno d'Italia, voleva tornare al centro del mondo, almeno una volta ogni due anni. E ci è riuscita.

    Il primo padiglione straniero fu quello del Belgio, nel 1907. Poi arrivarono gli altri, uno dopo l'altro, ciascuno disegnato da architetti del proprio paese: oggi qui dentro ce n'è una trentina, e chi non ci sta affitta palazzi e magazzini in giro per la città. Cerca il nome di Carlo Scarpa, il grande architetto veneziano: qui ha lasciato un giardino delle sculture dentro il Padiglione Centrale e il padiglione del Venezuela, cemento e luce lavorati come un gioiello.

    Un dettaglio che molti non sanno: la Biennale non è solo arte. Nel 1932 ha inventato anche la Mostra del Cinema, la più antica del mondo, che oggi si tiene al Lido, e poi ha aggiunto architettura, musica, teatro e danza. D'estate qui arrivano visitatori da tutto il pianeta, con il pass al collo e la mappa in mano. D'inverno, a cancelli chiusi, i viali tornano ai castellani, ai loro cani e ai ragazzi che corrono lungo la riva.

    Ora l'ultimo tratto. Dai cancelli della Biennale vai verso nord, attraverso Sant'Isepo e le calli più popolari del sestiere, finché arrivi al ponte che porta all'isola di San Pietro. La passeggiata finisce lì, nel posto dove Venezia è cominciata.

  11. 11. San Pietro di Castello: il campanile storto e il trono con il Corano

    Campo San Pietro, Castello, 30122 Venezia VE, Italy

    Hai passato il ponte e sei arrivato su un'isola che sembra un paese: un grande prato al posto del campo, alberi, panni stesi, una chiesa bianca e, staccato dalla chiesa, un campanile di pietra d'Istria che pende, si vede a occhio nudo. Benvenuto a San Pietro di Castello, dove Venezia è nata prima ancora di San Marco.

    Quest'isola un tempo si chiamava Olivolo, e qui risiedeva il vescovo di Venezia, poi il patriarca. Questa è stata la cattedrale della città fino al 1807. Sì: per più di mille anni San Marco non è stata la cattedrale, ma la cappella privata del doge. La Repubblica teneva il potere religioso qui, ai margini, e quello politico in Piazza, ben lontani l'uno dall'altro. Solo Napoleone spostò il patriarca a San Marco.

    Il campanile lo costruì Mauro Codussi alla fine del Quattrocento, lo stesso architetto della facciata di San Zaccaria, dove abbiamo cominciato. La facciata della chiesa, invece, viene da un progetto di Palladio realizzato dopo la sua morte. Così questa passeggiata si chiude con gli stessi due nomi che l'hanno aperta e attraversata.

    Entra e cerca, lungo la navata destra, un trono di marmo: la cattedra di San Pietro. La tradizione dice che l'apostolo vi sedesse ad Antiochia. Guarda però lo schienale: è una stele funeraria islamica, con versetti del Corano scolpiti in arabo. Una lapide musulmana diventata il trono di un apostolo, in una cattedrale cristiana. Solo Venezia poteva tenerla qui per secoli, senza nessun imbarazzo.

    Se passi da queste parti a fine giugno, trovi la festa de San Piero de Casteo: tavolate all'aperto, musica, frittura, tutto il sestiere in strada fino a notte. Ma anche oggi, siediti un momento sull'erba e guarda quel campanile storto contro il cielo. Hai cominciato con Bellini e Vivaldi, hai visto leoni vichinghi e giardini napoleonici, e finisci nel punto più antico e più tranquillo di Venezia. Buona strada, e torna a trovarci.