La Roma delle fiabe: quartiere Coppedè, Villa Torlonia e Santa Costanza

Un arco con il lampadario, una fontana di rane, una casina piena di civette, il bunker di un dittatore e i mosaici della vendemmia: la Roma più fiabesca, dal Coppedè lungo Via Nomentana

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  1. 1. L'Arco del Coppedè e i Palazzi degli Ambasciatori

    Via Tagliamento angolo Via Dora, 00198 Roma RM, Italy

    Fermati sul marciapiede di Via Tagliamento e alza gli occhi. Tra due palazzi gemelli si apre un arco enorme, e dal suo centro pende, sospeso nel vuoto, un gigantesco lampadario di ferro battuto. Sotto, le macchine passano come se niente fosse. È la porta d'ingresso di un mondo a parte: il quartiere Coppedè.

    Guarda le facciate dei due Palazzi degli Ambasciatori, che reggono l'arco come due torri di guardia. C'è dentro di tutto, mescolato senza la minima vergogna: logge rinascimentali, merli da castello, finestre gotiche, mascheroni, colonnine, stemmi, animali scolpiti, e perfino una Madonna con il Bambino incastonata nella facciata, come nelle edicole sacre dei vicoli del centro. Gli storici dell'architettura lo chiamano eclettismo. I romani, più semplicemente, dicono che sembra il castello di una favola.

    L'uomo dietro questa favola si chiamava Gino Coppedè, ed era fiorentino. Figlio di un intagliatore del legno, era cresciuto in una bottega piena di mobili scolpiti, e si era fatto un nome a Genova, dove per un ricco assicuratore di origine scozzese aveva costruito un castello neogotico, il Castello Mackenzie. A Roma ricevette un incarico ambizioso: un intero complesso di palazzi e villini di lusso tra Via Tagliamento e Piazza Buenos Aires, costruito tra il 1915 e il 1927.

    Mentre l'architettura moderna andava verso linee pulite e cemento nudo, Coppedè faceva l'esatto contrario, e molti critici del suo tempo lo trovarono eccessivo, kitsch, fuori moda. Lui non vide la fine del lavoro: morì nel 1927, e il cantiere fu completato da altri. Il cinema, invece, se ne innamorò: Dario Argento, per esempio, ci ha girato scene dei suoi thriller, perché qui il fiabesco scivola facilmente nell'inquietante.

    Prima di passare sotto l'arco, guarda a pochi passi da qui, lungo Via Tagliamento: c'è l'ingresso del Piper, il locale che nel 1965 portò a Roma la musica beat, i capelloni e le minigonne. Tienilo a mente, perché ci servirà tra un minuto. Ora attraversa, passa sotto il lampadario, percorri la breve Via Dora e sbuca nella piazza con la fontana.

  2. 2. Piazza Mincio: la Fontana delle Rane, il Ragno e le Fate

    Piazza Mincio, 00198 Roma RM, Italy

    Eccoti nel cuore del quartiere, in Piazza Mincio. Al centro c'è una fontana bassa, e tutto intorno edifici che sembrano usciti da tre libri di fiabe diversi. Comincia dalla fontana, e guarda bene chi sputa l'acqua: sono rane.

    È la Fontana delle Rane, del 1924. Lungo il bordo della vasca, piccole rane di pietra spruzzano acqua verso il centro, e altre rane, più in alto, stanno appollaiate sulla fontana come se aspettassero il bacio che le trasformi in principi. In mezzo a palazzi così solenni, Coppedè mise un giocattolo: una fontana che fa sorridere i bambini prima ancora degli architetti.

    E ora la leggenda. Nel giugno del 1965 i Beatles suonarono a Roma, al Teatro Adriano. Si racconta che una notte, dopo una serata al Piper, i quattro di Liverpool si siano tuffati vestiti in questa fontana, in mezzo alle rane. Nessuna foto e nessun documento lo dimostrano, e c'è chi giura che non sia mai successo. Ma nel quartiere te lo raccontano come se l'avessero visto con i loro occhi... ed è esattamente così che nascono le favole.

    Adesso cerca il palazzo con un grande ragno sopra il portone: è il Palazzo del Ragno. Le sue decorazioni si ispirano all'arte assira e babilonese, con figure solenni, grifoni e motivi geometrici, come se un pezzo di Mesopotamia fosse atterrato in un quartiere borghese di Roma. Il ragno, si dice, è il simbolo del lavoro paziente e operoso: un augurio per chi ci abitava, o forse un piccolo scherzo dell'architetto.

    E poi ci sono i Villini delle Fate, il pezzo più fiabesco di tutti: torrette, logge, balconi, affreschi colorati, materiali diversi a ogni piano. Sulle facciate Coppedè rese omaggio a Firenze, la sua città, con le figure di Dante e Petrarca, e ad altre città italiane, come Venezia. Un piccolo viaggio in Italia, in un solo isolato. Quando hai finito di guardare, esci dalla piazza verso est e raggiungi Corso Trieste, il grande viale alberato del quartiere.

  3. 3. Corso Trieste e il Liceo Giulio Cesare: la Roma dei villini

    Corso Trieste 48, 00198 Roma RM, Italy

    Cammina sotto gli alberi di Corso Trieste, il grande viale che attraversa il quartiere, e guarda le case ai lati: palazzine signorili, villini con il giardino davanti, cancelli di ferro, qualche torretta. Dopo le fiabe di Coppedè, qui la favola si fa borghese.

    Tutto questo, poco più di cento anni fa, era campagna: vigne, orti, casali lungo le vie consolari. Poi Roma, diventata capitale, esplose. Il piano regolatore del 1909 decise come la città doveva crescere, e per zone come questa scelse una formula nuova: il villino, una casa di pochi piani circondata da un giardino. Lo firmò l'ingegnere Edmondo Sanjust di Teano, negli anni del sindaco Ernesto Nathan, che voleva una capitale moderna, laica e piena di scuole. Doveva essere la città giardino dei nuovi ceti medi della capitale: impiegati dei ministeri, professionisti, ufficiali, insegnanti.

    E i nomi delle strade raccontano l'Italia di quegli anni. Il quartiere si chiama Trieste, e qui intorno trovi piazze e vie dedicate alle terre del confine orientale, come Piazza Istria, entrate nel cuore del Paese con la Prima guerra mondiale. Il Coppedè, invece, lo hai visto, ha strade intitolate ai fiumi: Tagliamento, Brenta, Dora, Mincio. Una geografia d'Italia disegnata sulla mappa di un quartiere.

    Il grande edificio davanti a te è il Liceo classico Giulio Cesare, una delle scuole storiche della città. Qui ha studiato Antonello Venditti, che al suo liceo ha dedicato una canzone intitolata proprio Giulio Cesare, piena di banchi, compagni, professori e primi amori. La canzone uscì nel 1986, e da allora qualcuno la canticchia sempre, passando sotto quelle finestre. Per generazioni di romani, questo viale ha il suono di quella canzone e della campanella del mattino.

    Il quartiere Trieste, insomma, è la Roma che non finisce sulle cartoline: niente rovine, niente cupole, ma la vita quotidiana di una capitale moderna, con i suoi bar, le sue scuole, i suoi mercati e le signore che portano a spasso il cane sotto i platani. Ora dirigiti verso sud-est fino a Via Nomentana, e cerca il lungo muro di cinta di un grande parco: Villa Torlonia.

  4. 4. Via Nomentana: la strada delle ville

    Via Nomentana, 00161 Roma RM, Italy

    Sei su Via Nomentana: platani, traffico, autobus, da una parte il lungo muro di cinta di Villa Torlonia, dall'altra, poco più indietro, il verde di Villa Paganini. Sembra una qualunque arteria romana. In realtà stai camminando su una delle strade più antiche d'Italia.

    La Nomentana esisteva già al tempo dei Romani: usciva dalle mura e portava a Nomentum, l'odierna Mentana, una ventina di chilometri più a nord-est. Molte consolari prendono il nome da chi le costruì, come l'Appia da Appio Claudio; altre dalla meta, come la Tiburtina da Tivoli, o dalla merce, come la Salaria dal sale. La Nomentana appartiene alle seconde. Per secoli, ai suoi lati, ci furono solo vigne, orti, casali e catacombe. E proprio Mentana, nel 1867, finì nei libri di storia: lì Garibaldi, in marcia per strappare Roma al papa, fu fermato dalle truppe pontificie e francesi.

    Tre anni dopo, il 20 settembre 1870, i bersaglieri entrarono in Roma proprio all'inizio di questa strada, dalla breccia aperta nelle mura accanto a Porta Pia, la porta disegnata da Michelangelo. Roma diventò la capitale d'Italia e cominciò a riversarsi fuori dalle mura. I Torlonia avevano qui la loro villa già da decenni; dopo di loro arrivarono banchieri, diplomatici e perfino un re, e la Nomentana diventò la strada delle ville fuori porta, ognuna con il suo parco e il suo stile.

    E c'è una Roma anche sotto i tuoi piedi. Sotto i prati di Villa Torlonia corrono delle catacombe ebraiche, scoperte all'inizio del Novecento: gallerie scavate tra il terzo e il quarto secolo, con affreschi dove compare il candelabro a sette braccia. Non sono aperte al pubblico, ma sono lì, a qualche metro di profondità, sotto le aiuole dove oggi i bambini giocano a pallone.

    Ora entra nel parco. Ti aspetta la villa più grande e più stravagante di tutta la Nomentana, con un palazzo bianco, due obelischi, un teatro, una serra da mille e una notte e una casa piena di civette. Segui i viali fino al grande edificio con le colonne.

  5. 5. Casino Nobile: i principi banchieri e la casa di Mussolini

    Villa Torlonia, Via Nomentana 70, 00161 Roma RM, Italy

    Davanti a te si alza un grande edificio neoclassico, chiaro e solenne, con un pronao di colonne e un frontone da tempio antico. Poco lontano, due obelischi di granito puntano verso il cielo. È il Casino Nobile, il cuore di Villa Torlonia, e ha avuto due vite molto diverse.

    La prima è quella dei Torlonia, una famiglia arrivata a Roma dalla Francia e salita in fretta. Giovanni Torlonia fece fortuna come banchiere tra Sette e Ottocento, comprò titoli nobiliari, palazzi e, nel 1797, questa vigna fuori porta, che affidò all'architetto Giuseppe Valadier. Il figlio Alessandro, ancora più ricco, la trasformò in una vetrina: finte rovine, tempietti, un teatro, e i due obelischi, fatti arrivare dal Lago Maggiore e dedicati alla memoria dei genitori.

    La seconda vita è più cupa. Dal 1925 al 1943 qui abitò Benito Mussolini con la sua famiglia, pagando ai Torlonia, si racconta, un affitto simbolico di una lira all'anno. Per diciotto anni queste sale furono la casa privata del duce: le feste dei figli, gli ospiti illustri, le fotografie di propaganda con i cavalli nel parco. Poi, il 25 luglio 1943, il regime cadde, Mussolini fu arrestato, e qui non tornò più.

    Sotto i tuoi piedi c'è l'altra faccia di quegli anni. Con la guerra, temendo i bombardamenti, Mussolini fece costruire dei rifugi: una cantina rinforzata sotto il Casino, un bunker antigas sotto il laghetto del parco, e un terzo rifugio più grande, mai completato. Oggi si visitano, e fanno un effetto strano: porte stagne, cemento e filtri per l'aria a pochi metri dai lampadari di cristallo.

    Dopo la guerra la villa fu occupata dagli Alleati, poi abbandonata per decenni, finché il Comune di Roma la acquistò alla fine degli anni Settanta e la aprì a tutti. Il parco del principe e del dittatore è diventato il giardino dove i bambini del quartiere imparano ad andare in bicicletta. Ora prendi il viale verso sud, fino a un elegante edificio che ha aspettato a lungo il suo pubblico.

  6. 6. Il Teatro di Villa Torlonia e il principe che prosciugò un lago

    Villa Torlonia, Via Nomentana 70, 00161 Roma RM, Italy

    Questo edificio elegante, con la sua facciata classica affacciata sul prato, è il Teatro di Villa Torlonia. Fermati un momento a pensarci: un teatro vero, con la sua sala e le sue decorazioni, costruito in giardino solo per il principe, i suoi ospiti e le sue feste. Già questo ti dice quanto fossero ricchi i Torlonia.

    Lo volle il principe Alessandro Torlonia, a partire dagli anni Quaranta dell'Ottocento, e i lavori andarono avanti per decenni tra stucchi, dipinti e decorazioni. Eppure il teatro ebbe una vita intermittente, e dopo la Seconda guerra mondiale cadde in rovina insieme al resto della villa. Solo dopo un lungo restauro, in questo secolo, è tornato ad accendere le luci per il pubblico.

    Ma chi era quest'uomo capace di costruirsi un teatro nel giardino di casa? Alessandro Torlonia fu uno degli uomini più ricchi d'Europa, e la sua impresa più famosa non è a Roma: è in Abruzzo. Il lago del Fucino era il terzo lago d'Italia per estensione, e già l'imperatore Claudio aveva provato a svuotarlo con una galleria scavata nella montagna: secondo Svetonio ci lavorarono trentamila uomini per undici anni, ma l'opera non resse. Torlonia ci riuscì nella seconda metà dell'Ottocento, dopo più di vent'anni di lavori, e trasformò il fondo del lago in terre da coltivare.

    Si racconta che il principe ripetesse: o Torlonia asciuga il Fucino, o il Fucino asciuga Torlonia. Alla fine vinse lui. E come ricordo, nel parco di casa, c'è un laghetto che porta ancora quel nome, il laghetto del Fucino: proprio quello sotto il quale, quasi un secolo dopo, Mussolini fece scavare il suo bunker. A Roma la storia ha sempre il senso dell'ironia.

    Ora cammina verso est tra gli alberi: fra poco, in mezzo al verde, vedrai spuntare archi, una torretta e vetri colorati che sembrano usciti dalla Spagna dei mori. Lungo la strada guarda i pini e i lecci: alcuni erano già qui quando questa era la villa più alla moda di Roma.

  7. 7. La Serra Moresca: un'Alhambra in giardino

    Villa Torlonia, Via Nomentana 70, 00161 Roma RM, Italy

    Archi moreschi, vetri colorati, decorazioni arabeggianti e una torretta che sembra un minareto: in mezzo al parco ti ritrovi improvvisamente in Andalusia. È la Serra Moresca di Villa Torlonia, una delle invenzioni più bizzarre di tutta Roma.

    L'ha ideata Giuseppe Jappelli, un architetto veneziano che a Padova aveva firmato il Caffè Pedrocchi ed era un maestro dei giardini romantici. Ingegnere, architetto e scenografo di parchi, amava i percorsi pieni di simboli, le grotte artificiali e i colpi di scena dietro ogni curva. Il principe Alessandro Torlonia lo chiamò a Roma nell'Ottocento per trasformare una parte della villa in un giardino all'inglese pieno di sorprese: sentieri tortuosi, finti ruderi, una capanna svizzera, un campo per i tornei in stile medievale... e questa serra.

    La moda dell'epoca era l'Oriente sognato. I viaggiatori romantici tornavano dalla Spagna con i disegni dell'Alhambra di Granada, i pittori dipingevano harem e deserti mai visti, e ogni principe voleva un angolo esotico in giardino. Lo scrittore americano Washington Irving aveva perfino vissuto per un periodo nell'Alhambra quasi in rovina, e i suoi racconti l'avevano trasformata nel sogno di tutta Europa. Qui, sotto i vetri colorati, crescevano piante rare, e la luce filtrava rossa, verde e azzurra sui visitatori, come dentro una lanterna magica.

    Anche la serra conobbe il lungo abbandono del Novecento: vetri rotti, ferri arrugginiti, rampicanti che si mangiavano le decorazioni. Il restauro l'ha restituita al parco, e oggi la torre e la serra sono di nuovo uno degli angoli più fotografati della villa. Pensaci: per decenni i romani sono passati accanto a una piccola Alhambra senza poterla vedere davvero.

    E c'è un filo sottile che lega questo angolo alla prossima tappa. Tra le invenzioni di Jappelli c'era anche quella capanna svizzera, un rifugio rustico per giocare alla vita di montagna. Esiste ancora, ma non la riconosceresti: un principe solitario, nel Novecento, la trasformò in qualcosa di molto più strano. Cammina verso nord, e cerca le civette.

  8. 8. La Casina delle Civette: il rifugio del principe solitario

    Villa Torlonia, Via Nomentana 70, 00161 Roma RM, Italy

    Questa non sembra la casa di un principe: sembra la casa di una strega gentile. Tetti spioventi, torrette, abbaini, ferri battuti, maioliche, finestre di tutte le forme... e dappertutto, se guardi bene, civette. È la Casina delle Civette.

    All'inizio, nell'Ottocento, era la capanna svizzera disegnata da Giuseppe Jappelli, un rifugio rustico per il gusto romantico del principe Alessandro. Poi, dal 1908, un erede della famiglia, il principe Giovanni Torlonia, la fece trasformare pezzo dopo pezzo, fino a farne il suo piccolo villaggio medievale personale. Giovanni era un uomo solitario, appassionato di simboli e di esoterismo, e scelse come emblema la civetta, l'uccello della notte e della saggezza.

    Il vero tesoro della casina sono le vetrate. Tra il 1908 e gli anni Trenta il laboratorio di Cesare Picchiarini vi realizzò, su disegni di artisti come Duilio Cambellotti, una collezione straordinaria di vetri artistici in stile liberty: rondini, rose, pavoni, tralci d'uva, cavalieri, e naturalmente civette. La più famosa è proprio la vetrata delle civette, disegnata da Cambellotti, con due uccelli stilizzati che ti fissano dal vetro. Cambellotti era un artista romano dai mille talenti, illustratore, scultore, scenografo, innamorato della campagna romana e dei suoi butteri, e qui mise tutta la sua fantasia nel vetro.

    Dopo la morte del principe, nel 1938, la casina conobbe anni durissimi: l'occupazione militare, l'abbandono, i saccheggi, e nel 1991 un incendio che la devastò. Il restauro l'ha rimessa in piedi, e dal 1997 è un museo dedicato proprio alla vetrata artistica. Dove i vetri erano andati perduti, si è lavorato sui disegni e sulle fotografie dell'epoca, come si rimette insieme una favola strappata.

    Se entri, cerca le civette nascoste nei dettagli: nelle maniglie, nei mosaici, nelle decorazioni. Il principe le volle ovunque, come guardiane silenziose della sua solitudine. Poi esci dal parco verso Via Nomentana, prosegui verso nord-est e cerca Via Carlo Fea: lì un re costruì una villa per la donna che non poté mai fare regina.

  9. 9. Villa Mirafiori: il re e la Bela Rosin

    Via Carlo Fea 2, 00161 Roma RM, Italy

    Dietro il cancello di Via Carlo Fea si alza una villa ottocentesca con un giardino ombroso, oggi piena di studenti con i libri sotto il braccio: è Villa Mirafiori, sede degli studi di filosofia della Sapienza. Ma prima dei filosofi, questa casa ha ospitato una storia d'amore e di scandalo.

    La protagonista si chiamava Rosa Vercellana, figlia di un militare, piemontese, popolana, bellissima. Conobbe Vittorio Emanuele di Savoia quando era ancora una ragazzina, a metà Ottocento, e si racconta che il giovane principe l'abbia notata a Racconigi, dove il padre di lei prestava servizio. Diventò la compagna della sua vita. Gli diede dei figli, gli fu accanto per decenni, e i piemontesi la chiamavano affettuosamente la Bela Rosin.

    Ma una popolana non poteva diventare regina. Il re la fece contessa di Mirafiori e Fontanafredda, e nel 1869, gravemente malato e convinto di morire, la sposò con un matrimonio morganatico: moglie, ma non regina, senza diritti per i figli sulla corona. Quando la capitale si spostò a Roma, lei non poteva vivere al Quirinale, e la buona società le chiudeva le porte. Così, fuori porta, lungo la Nomentana, nacque questa villa per lei.

    E se ti piace il vino, uno dei suoi titoli ti suonerà familiare. Fontanafredda, nelle Langhe, era la tenuta che il re le donò, e lì il loro figlio avviò la produzione di vino. Ancora oggi Fontanafredda è uno dei nomi storici del Barolo. Una storia d'amore finita in bottiglia.

    Oggi, nelle stanze dove la Bela Rosin aspettava il suo re, gli studenti discutono di Platone e di Kant, e a nessuno sembra strano. Dopo la morte della contessa, nel 1885, la villa cambiò proprietari e destinazioni, finché passò all'università. A Roma ogni edificio ha almeno due vite, e spesso la seconda è più tranquilla della prima. Ora torna su Via Nomentana e prosegui verso nord-est: tra poco vedrai il campanile di una basilica antichissima.

  10. 10. Sant'Agnese fuori le Mura: la basilica sotto terra

    Via Nomentana 349, 00162 Roma RM, Italy

    Entra nel complesso e cerca la lunga scala che scende sotto il livello della strada, tra lapidi antiche murate alle pareti. La basilica di Sant'Agnese fuori le Mura sembra sprofondata nel terreno. Non è affondata: è stata costruita apposta così, al livello delle catacombe, per stare il più vicino possibile alla tomba di una ragazza.

    Agnese era una giovanissima cristiana romana, martirizzata all'inizio del quarto secolo, durante le ultime grandi persecuzioni. La tradizione dice che avesse dodici o tredici anni. Fu sepolta nelle catacombe lungo la Nomentana, e la sua tomba diventò quasi subito una meta di pellegrinaggio. Già alla fine del quarto secolo sant'Ambrogio e il poeta Prudenzio scrivevano di lei, segno di quanto fosse amata. Ancora oggi le sue reliquie sono venerate qui sotto l'altare, e tutto intorno, nel tufo, si aprono le gallerie delle catacombe che portano il suo nome.

    La basilica che vedi la fece costruire papa Onorio Primo, nel settimo secolo. Alza gli occhi all'abside: su un fondo d'oro sta Agnese, vestita come un'imperatrice bizantina, con ai piedi le fiamme e la spada del suo martirio, tra due papi. Uno di loro, Onorio, le offre il modellino della chiesa. È un mosaico di quasi quattordici secoli fa, e brilla come se l'avessero finito ieri.

    E ogni anno, il 21 gennaio, festa della santa, qui accade una cosa che sembra uscita da una fiaba. Si benedicono due agnellini, adagiati in cestini e decorati con fiori. La loro lana viene poi usata per tessere i pallii, le strisce di lana bianca che il papa consegna agli arcivescovi. Agnese, agnello: in latino agnus. Il gioco di parole è antico quanto la devozione.

    Prima di uscire, ricorda che la storia di questo luogo non finisce in chiesa. Una principessa imperiale amò tanto questa santa da volersi far seppellire accanto a lei. Esci, attraversa il cortile e cerca dietro la basilica un edificio rotondo, con la cupola.

  11. 11. Mausoleo di Santa Costanza: la vendemmia di una principessa

    Via Nomentana 349, 00162 Roma RM, Italy

    Entra nel mausoleo rotondo e fermati al centro. Sopra di te una cupola, intorno un anello di colonne di granito accoppiate, e oltre le colonne un corridoio circolare con la volta coperta di mosaici. Sei nel quarto secolo dopo Cristo, in uno degli edifici più intatti della Roma di Costantino.

    Lo fece costruire Costantina, figlia dell'imperatore Costantino, come proprio mausoleo, accanto alla grande basilica che aveva voluto sulla tomba di Agnese, di cui fuori si vedono ancora i ruderi. Era una donna potente e discussa: lo storico Ammiano Marcellino, nel quarto secolo, la descrisse come crudele e la paragonò a una Furia. Tutto il contrario di una santa. Costantina morì nel 354 e fu sepolta qui, in un enorme sarcofago di porfido rosso: l'originale oggi è ai Musei Vaticani, e quella che vedi è una copia.

    Ora alza lo sguardo sulla volta del corridoio. Ci sono amorini che raccolgono l'uva, carri tirati da buoi che portano i grappoli, uomini che pigiano nel tino, tralci, uccelli, rami, piccoli ritratti. Sembra arte pagana... e infatti per secoli molti hanno creduto che questo fosse un tempio di Bacco, il dio del vino.

    Ed ecco il paradosso. La figlia del primo imperatore cristiano scelse per la sua tomba immagini che qualsiasi romano pagano avrebbe trovato familiari. Per i cristiani di allora, però, la vite e il vino stavano già diventando simboli di Cristo e dell'eucaristia: le stesse immagini, un nuovo significato. Più tardi Costantina fu venerata come santa, ed è per questo che oggi questo luogo si chiama Santa Costanza.

    E così la passeggiata si chiude. Hai cominciato sotto un lampadario di ferro battuto del Novecento, tra rane, ragni e fate, e finisci sotto una volta di mosaici di quasi diciassette secoli fa. Due favole lontanissime nel tempo, unite da una sola strada, la Nomentana. Resta un momento in silenzio, lascia che gli occhi si abituino alla penombra, e guarda la vendemmia che non finisce mai.