Londra italiana: Little Italy a Clerkenwell, gelatai, esuli e l'espresso di Soho
Dalla chiesa di San Pietro degli Italiani al bancone di Frith Street: suonatori d'organetto, ghiaccio norvegese, la scuola di Mazzini e la notte del 1940, sulle tracce della comunità che insegnò a Londra a bere il caffè
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1. Exmouth Market e il clown Grimaldi
Exmouth Market, London EC1R 4QL, United Kingdom
Entra nella via pedonale di Exmouth Market e lasciati guidare dal naso: profumo di pane, di caffè e di spezie dai banchi del mercato di mezzogiorno, con gli impiegati in fila e i tavolini sul marciapiede. In fondo, sopra i tetti, spunta un campanile che sembra rubato a una piazza toscana... e non è un'illusione ottica: hai appena cominciato una passeggiata nella Londra degli italiani.
Quel campanile appartiene alla chiesa del Santissimo Redentore, costruita alla fine dell'Ottocento dall'architetto John Dando Sedding in stile basilica italiana, con un interno luminoso che ricorda le chiese del Rinascimento. In un quartiere di operai e di immigrati, un pezzetto d'Italia in mattoni. Ma il personaggio più italiano di questa strada abitava qualche portone più in là.
Una targa ricorda che qui visse Joseph Grimaldi, il più grande clown della storia inglese, nato a Londra nel 1778. Suo padre, Giuseppe, era un ballerino e maestro di ballo italiano arrivato in città nel Settecento. Joseph inventò la figura del clown moderno, con la faccia bianca e le guance dipinte di rosso, e il suo nome è diventato una parola: ancora oggi, in inglese, un clown si chiama Joey. Recitava al Sadler's Wells, il teatro che si trova a pochi minuti da qui, verso nord.
Dietro la maschera, però, c'era un uomo tristissimo. Grimaldi perse la prima moglie di parto, vide morire giovane l'unico figlio, e anni di capriole e cadute gli distrussero il corpo: a meno di cinquant'anni camminava a fatica. Si racconta un aneddoto, forse leggenda: un uomo depresso va dal medico, che gli consiglia di andare a vedere Grimaldi per farsi una risata... e il paziente risponde che Grimaldi è lui.
Ogni anno, a febbraio, in una chiesa di Hackney, clown in costume arrivano da mezzo mondo per una funzione in sua memoria, con trucco e scarpe enormi. Noi invece scendiamo nel cuore dell'antica Little Italy: imbocca Rosebery Avenue verso sud e raggiungi Warner Street, la stradina che passa sotto il ponte di ferro.
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2. Little Italy: organetti, castagne e il ghiaccio di Carlo Gatti
Warner Street, London EC1R 5HA, United Kingdom
Sei sotto il ponte di ferro di Rosebery Avenue, in una stradina che scende e risale tra muri di mattoni e vecchi magazzini. Intorno a te, Back Hill, Eyre Street Hill, Warner Street: nomi inglesissimi. Eppure alla fine dell'Ottocento qui si sentivano parlare il ciociaro, il dialetto delle valli parmensi e quello della Lucchesia quasi quanto l'inglese. Questa era Little Italy, il quartiere italiano di Londra.
Gli italiani arrivavano spesso dopo viaggi lunghissimi, a volte in buona parte a piedi, da valli povere dell'Appennino e del Lazio. Molti facevano mestieri di strada: suonatori d'organetto con la scimmietta sulla spalla, venditori di statuine di gesso, arrotini, e soprattutto gelatai. D'inverno castagne arrosto, d'estate gelato: lo stesso carretto, due stagioni.
Il gelato a Londra ha un padre preciso: Carlo Gatti, un ticinese, cioè uno svizzero di lingua italiana, arrivato in città verso la metà dell'Ottocento. Cominciò vendendo cialde e castagne, poi ebbe un'idea grandiosa: dal 1857 fece arrivare il ghiaccio via nave dalla Norvegia, tagliato dai laghi gelati, e lo conservò in enormi pozzi sotterranei vicino al canale di King's Cross, che ancora oggi si possono vedere al museo del canale. Quel ghiaccio rese il gelato un piacere per tutti, non solo per i ricchi.
I gelatai di Little Italy lo vendevano nei penny licks, piccoli bicchierini di vetro: pagavi un penny, leccavi il gelato e restituivi il bicchiere, che veniva sciacquato alla bell'e meglio e riempito per il cliente successivo. Puoi immaginare le conseguenze per la salute pubblica... finché le autorità li vietarono e trionfò il cono. E secondo una delle teorie più amate, è dal grido dei venditori, ecco un poco, che nacque la parola inglese hokey pokey, il gelato da strada.
Non era un quartiere romantico. Le case erano sovraffollate, e molti bambini lavoravano per padroni senza scrupoli che li mandavano a suonare per strada dall'alba a notte. Ma era una comunità viva, con le sue botteghe, le sue feste e, soprattutto, la sua chiesa. Risali Back Hill fino a Clerkenwell Road e gira a sinistra: la facciata con il grande portico ad arcate la riconoscerai subito.
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3. Chiesa di San Pietro degli Italiani
136 Clerkenwell Road, London EC1R 5DL, United Kingdom
Fermati sul marciapiede di Clerkenwell Road e alza gli occhi sul grande portico ad arcate: tra le facciate grigie e il traffico londinese, sembra una chiesa di Roma che ha sbagliato strada. È la chiesa di San Pietro degli Italiani, consacrata nel 1863, e per generazioni è stata il cuore pulsante della comunità.
L'idea venne a un sacerdote romano, San Vincenzo Pallotti, che sognava una chiesa per gli emigrati italiani di Londra, poveri e lontani da casa. Pallotti morì nel 1850 senza vederla, ma i suoi confratelli raccolsero fondi in Italia e in Inghilterra. Il modello fu la basilica di San Crisogono, a Trastevere: navata ampia, colonne, luce che scende dall'alto. Entrare qui, per un immigrato di fine Ottocento, voleva dire sentirsi a casa per un'ora.
Ogni anno, la domenica più vicina al 16 luglio, la chiesa si svuota e il quartiere si riempie: è la processione della Madonna del Carmine. Statue portate a spalla, bande, bambini vestiti da angioletti, e dietro le transenne gli anziani di Little Italy che tornano da ogni angolo di Londra. È una tradizione che va avanti da più di un secolo, e alla fine c'è la sagra, con salsicce alla griglia, panini, dolci e bicchieri di vino tra le bancarelle. Per un pomeriggio, Clerkenwell diventa un paese del Sud.
Queste mura custodiscono anche la memoria delle pagine più dolorose. Quando, nel giugno del 1940, l'Italia entrò in guerra contro la Gran Bretagna, molti uomini che pregavano qui furono arrestati da un giorno all'altro come stranieri nemici. Alcuni non tornarono più. Ne riparleremo più avanti, sotto Tottenham Court Road, perché è una storia che merita il suo tempo.
Oggi gli italiani di Londra sono tantissimi, ma quasi nessuno vive più a Clerkenwell: le vecchie case popolari sono diventate loft e studi di architetti. La messa in italiano però si celebra ancora, e chi si sposa o battezza un figlio spesso torna qui, dove si sposarono i nonni. Ora prosegui su Clerkenwell Road e imbocca Hatton Garden verso sud, la strada delle vetrine scintillanti.
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4. Hatton Garden: diamanti e la scuola di Mazzini
5 Hatton Garden, London EC1N 8AA, United Kingdom
Cammina lungo Hatton Garden e guarda le vetrine: anelli, diamanti, fedi nuziali, una gioielleria dopo l'altra, con le guardie giurate sulle porte. È il quartiere dei gioielli di Londra, dove si tagliano e si commerciano pietre preziose da più di un secolo. Il nome viene da Sir Christopher Hatton, favorito della regina Elisabetta I, che nel Cinquecento ottenne questi terreni dai vescovi di Ely... e si dice che la regina abbia convinto il vescovo in modo tutt'altro che gentile.
Ma per noi questa strada ha un altro tesoro. Nel 1841, al numero 5, Giuseppe Mazzini aprì una scuola gratuita per i ragazzi italiani di Londra. Mazzini viveva in esilio, povero, sorvegliato dalle polizie di mezza Europa, e in queste strade vide una cosa che lo indignò: bambini italiani affidati dalle famiglie a padroni senza scrupoli, costretti a suonare l'organetto dall'alba a notte e picchiati se non portavano a casa abbastanza monete.
La scuola funzionava la sera, dopo il lavoro. Si insegnava a leggere e a scrivere, l'aritmetica, la storia d'Italia, il disegno. I maestri erano volontari, esuli come lui. Ogni anno c'era una festa, con discorsi e piccoli premi, e i ragazzi ascoltavano un uomo che parlava loro di un paese che ancora non esisteva: l'Italia unita. Per Mazzini, educare era già fare la rivoluzione.
I padroni, naturalmente, odiavano la scuola. E c'è di peggio: proprio in quegli anni il governo britannico faceva aprire in segreto le lettere di Mazzini e ne passava il contenuto all'Austria. Quando lo scandalo scoppiò, nel 1844, l'Inghilterra si vergognò di se stessa, e da quell'indignazione nacque una simpatia per la causa italiana che accompagnò tutto il Risorgimento.
E Hatton Garden non ha mai smesso di produrre storie. Durante il lungo weekend di Pasqua del 2015 una banda di ladri, molti dei quali in età da pensione, si calò nel caveau di una società di cassette di sicurezza di questa strada, forando un muro di cemento armato, e portò via un bottino milionario. Ne hanno fatto film e serie televisive. Ora gira a destra in Greville Street e raggiungi la via parallela, Leather Lane, dove a pranzo si mangia in piedi.
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5. Leather Lane: il mercato di Little Italy
Leather Lane, London EC1N 7TJ, United Kingdom
Benvenuto a Leather Lane, la strada del pranzo di Holborn: nei giorni feriali, verso mezzogiorno, le bancarelle si allineano su entrambi i lati e l'aria si riempie di fumo e di profumi. Curry, falafel, panini caldi, frutta, calzini e cover per il telefono, tutto mescolato. Impiegati in camicia, operai con il gilet arancione e gioiellieri di Hatton Garden fanno la stessa fila.
Il mercato è antichissimo: in questa strada si vende all'aperto almeno dal Seicento. E il nome, con ogni probabilità, non ha nulla a che vedere con il cuoio, leather in inglese: i documenti medievali parlano di una Le Vrunelane, che forse veniva dal nome di una persona. I londinesi, nei secoli, l'hanno storpiato fino a trasformarlo in qualcosa che sapevano pronunciare.
Per gli italiani di Little Italy, Leather Lane era il mercato sotto casa. Qui si compravano verdura, stoffe e attrezzi, qui i suonatori d'organetto cercavano un pubblico generoso, e qui i venditori di castagne e di gelato piazzavano i loro carretti. Era il punto in cui due mondi si toccavano ogni giorno: l'Inghilterra che lavorava e l'Italia che cercava di sopravvivere, a forza di voci, odori e contrattazioni.
Nelle viuzze qui intorno, fra Leather Lane e Saffron Hill, c'era anche un'altra Londra, quella dei ladri e dei ricettatori. Saffron Hill, la collina dello zafferano, doveva il nome, secondo la tradizione, allo zafferano coltivato nelle terre dei vescovi di Ely. Ma nell'Ottocento quel nome evocava soltanto miseria, tanto che un grande scrittore ci mise il covo del borseggiatore più famoso della letteratura inglese.
Quello scrittore abitava a una decina di minuti da qui, e la sua casa è la tua prossima tappa. Prendi qualcosa da mangiare in piedi, alla londinese, poi risali Leather Lane verso nord, segui Clerkenwell Road verso ovest, attraversa Gray's Inn Road e cerca una strada georgiana tranquilla, con porte colorate e lampioni neri: Doughty Street.
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6. Doughty Street: Dickens, Oliver Twist e l'Italia
48 Doughty Street, London WC1N 2LX, United Kingdom
Fermati davanti al numero 48 di Doughty Street: una casa georgiana di mattoni, tre piani di finestre a ghigliottina e una targa sulla facciata. Sembra una casa come tante della via, e invece qui, tra il 1837 e il 1839, un Charles Dickens di appena venticinque anni scrisse Oliver Twist e Nicholas Nickleby, e diventò l'autore più amato d'Inghilterra.
E dove mise il covo di Fagin, il vecchio che insegna ai bambini a rubare? Proprio dalle parti di Saffron Hill, che hai appena sfiorato, descritta come uno degli angoli più sporchi e miserabili di Londra. Negli stessi anni, in quelle stesse viuzze, cominciavano ad arrivare gli italiani. E i bambini sfruttati non erano soltanto borseggiatori di romanzo, ma piccoli suonatori d'organetto in carne e ossa, quelli che Mazzini cercava di salvare.
Dickens e l'Italia, poi, sono una storia d'amore vera. Nel 1844 si trasferì con tutta la famiglia a Genova, prima in una villa ad Albaro e poi a Palazzo delle Peschiere, e da lì girò la penisola: Roma, Napoli, Firenze, Venezia, che descrisse come un sogno. Al ritorno pubblicò Pictures from Italy, le sue immagini dall'Italia: un libro pieno di processioni, mendicanti, chiese barocche, carnevali e risate.
Eppure c'è un paradosso. Lo stesso Dickens che adorava l'Italia, a Londra non sopportava gli italiani che suonavano l'organetto sotto le finestre. Nel 1864 firmò, con altri scrittori e artisti, una lettera a sostegno di una legge contro i musicisti di strada, perché quel rumore, dicevano, impediva loro di lavorare. Amava gli italiani in Italia... un po' meno sotto casa.
Oggi la casa è un museo, con i manoscritti, gli arredi di famiglia e la cucina nel seminterrato dove si preparavano i pranzi vittoriani. Dickens amava la buona tavola e le grandi cene di Natale, e sua moglie Catherine pubblicò perfino un libro di menù, firmandolo con uno pseudonimo. Ora vai verso ovest, per Guilford Street e Great Ormond Street, fino a una piazza alberata e tranquilla: lì ti aspetta un ospedale che parlava italiano.
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7. Queen Square: l'Ospedale Italiano
Queen Square, London WC1N 3AR, United Kingdom
Entra in Queen Square, una piazza lunga e alberata circondata da ospedali, e cerca con lo sguardo una facciata con una scritta incisa in alto, in italiano: Ospedale Italiano. In italiano, a Londra, scolpita per sempre. Per oltre un secolo, dietro quelle finestre, gli italiani poveri della città sono stati curati gratis, da medici e infermiere che parlavano la loro lingua.
Lo fondò nel 1884 Giovanni Battista Ortelli, un uomo d'affari italiano che aveva fatto fortuna a Londra. Il problema che voleva risolvere era semplice e terribile: gelatai, camerieri e operai che finivano negli ospedali inglesi senza riuscire a spiegare dove avessero male. Si cominciò in una casa della piazza, con pochi letti; alla fine dell'Ottocento arrivò il nuovo edificio, con la scritta che oggi è diventata un piccolo monumento.
L'ospedale accoglieva chi veniva da Little Italy e da Soho, ma con il tempo aprì le porte a tutti. Ha chiuso nel 1990, e oggi l'edificio fa parte del vicino Great Ormond Street Hospital, il famoso ospedale pediatrico. Le scritte però sono rimaste, e per molte famiglie italiane di Londra questo è ancora il posto dove furono curati i nonni.
Nella stessa piazza c'è anche una storia di cibo e di corona. In un angolo c'è un vecchio pub il cui nome significa la dispensa della regina. Si racconta che, quando re Giorgio III cominciò a perdere la ragione e venne curato da un medico che abitava qui, la regina Carlotta affittasse la cantina del locale per conservarvi i cibi speciali che gli faceva preparare. Leggenda o no, il nome è rimasto.
Guarda anche la statua di piombo nel giardino: per molti londinesi è la regina Carlotta, ma c'è chi sostiene che rappresenti la regina Anna. Una piazza che non sa nemmeno con certezza chi sia la sua regina... Ora esci dal lato ovest, attraversa Bloomsbury verso sud-ovest e raggiungi le grandi colonne del British Museum: lì un esule italiano condannato a morte è diventato il re dei libri.
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8. British Museum: Antonio Panizzi, l'esule re dei libri
British Museum, Great Russell Street, London WC1B 3DG, United Kingdom
Supera il cancello su Great Russell Street e fermati nel cortile: davanti a te, le quarantaquattro colonne ioniche del British Museum, come un tempio greco piovuto in mezzo a Bloomsbury. Dietro la facciata c'è la Great Court con il tetto di vetro, e al suo centro un grande cilindro chiaro: la Sala di Lettura rotonda. L'ha voluta un italiano.
Si chiamava Antonio Panizzi, nato nel 1797 a Brescello, sul Po, il paese che un secolo e mezzo dopo sarebbe diventato famoso per i film di Don Camillo e Peppone. Giovane avvocato, si unì ai carbonari. Quando i moti fallirono fuggì all'estero, e il duca di Modena lo condannò a morte in contumacia. Panizzi, dall'esilio, rispose con un libretto pungente contro quel processo, e si racconta che gli abbiano perfino mandato il conto delle spese per la sua esecuzione.
In Inghilterra arrivò senza un soldo e senza parlare inglese. Insegnò italiano a Liverpool, divenne professore all'università di Londra e nel 1831 entrò al British Museum come assistente bibliotecario. All'inizio molti lo detestavano: un italiano, per giunta rivoluzionario, a comandare sui libri della nazione! Ma lui scrisse le famose novantuno regole di catalogazione, pretese che gli editori consegnassero davvero la copia di ogni libro stampato nel regno e finì per dirigere l'intero museo.
La sua creatura più bella è proprio la sala rotonda, aperta nel 1857: una cupola immensa, quasi quanto quella del Pantheon, e sotto, i tavoli disposti come i raggi di una ruota, perché ogni lettore potesse raggiungere i cataloghi al centro. Qui hanno studiato Karl Marx, che vi preparò il Capitale, Lenin sotto falso nome, Oscar Wilde, Bram Stoker, Virginia Woolf e il giovane Gandhi. Un bel pezzo del pensiero moderno è cresciuto sotto l'idea di un esule di Brescello.
Nel 1869 Panizzi fu nominato cavaliere: Sir Anthony Panizzi. Ma non dimenticò mai l'Italia, e arrivò perfino a organizzare, con una nave comprata apposta, un tentativo di liberare i patrioti napoletani rinchiusi nelle carceri borboniche. La nave naufragò prima di arrivare. Ora esci dal cancello e vai verso sud-ovest fino al grande incrocio di Tottenham Court Road, sotto la torre di Centre Point.
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9. Tottenham Court Road: i mosaici di Paolozzi e l'Arandora Star
Tottenham Court Road Station, St Giles Circus, London WC2H 8LH, United Kingdom
Davanti a te si apre il grande incrocio di St Giles Circus, con la torre di Centre Point che svetta sopra il traffico e gli ingressi della stazione di Tottenham Court Road. Se scendi verso i binari, i muri esplodono di colori: mosaici fitti di ingranaggi, sassofoni, macchine fotografiche, robot, tutto spezzato in migliaia di tessere. Sono di Eduardo Paolozzi, e furono posati a metà degli anni Ottanta.
Paolozzi era scozzese, nato a Leith, il porto di Edimburgo, nel 1924, da genitori arrivati da Viticuso, un paesino della Ciociaria. La famiglia aveva una bottega di gelati e dolciumi, e il piccolo Eduardo passava gli inverni dietro al bancone e alcune estati in Italia. Collezionava figurine, ritagli di riviste americane, pubblicità colorate: tutto quello che più tardi avrebbe riempito la sua arte, facendone uno dei padri della pop art.
Poi arrivò il 10 giugno 1940. Mussolini dichiarò guerra alla Gran Bretagna, e Churchill, secondo la frase che gli viene attribuita, ordinò di prenderli tutti. Eduardo, sedici anni, fu rinchiuso per tre mesi nel carcere di Saughton. Suo padre, suo nonno e uno zio furono imbarcati sull'Arandora Star, un ex transatlantico che doveva portare gli internati in Canada.
La mattina del 2 luglio 1940, al largo delle coste irlandesi, un sottomarino tedesco la silurò. La nave affondò in poco più di mezz'ora. Morirono più di ottocento persone, e più di quattrocento erano italiani: gelatai, camerieri, cuochi, barbieri, molti dei quali vivevano in Gran Bretagna da decenni. Tra loro c'erano i tre Paolozzi. Clerkenwell e Soho persero in una mattina padri, fratelli e figli.
Pensa a quale forza ci vuole: il ragazzo che aveva perso il padre in mare per colpa di una guerra diventò scultore ufficiale della regina in Scozia, e nel 1989 Sir Eduardo. E riempì una stazione di Londra di colori, di musica e di macchine allegre, dove ogni giorno passano migliaia di persone senza sapere niente di lui. Ora prendi Oxford Street verso ovest, gira a sinistra in Wardour Street ed entra nel cuore di Soho, fino all'incrocio con Old Compton Street.
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10. Old Compton Street: le drogherie italiane e la notte del 1940
Old Compton Street, London W1D 5JX, United Kingdom
Sei in Old Compton Street, la strada più vivace di Soho: bandiere arcobaleno, tavolini all'aperto, pasticcerie, bar e teatri dietro l'angolo. Oggi è il cuore della Londra LGBTQ+, ma per gran parte del Novecento questa via profumava di parmigiano, di salame e di caffè tostato: era la strada delle drogherie italiane.
Soho è sempre stato il quartiere degli stranieri: prima gli ugonotti francesi, poi tedeschi, svizzeri, greci e, dalla fine dell'Ottocento, gli italiani, che scendevano da Clerkenwell o arrivavano per lavorare come cuochi e camerieri nei grandi alberghi del West End. Aprirono trattorie, salumerie, panetterie. Per gli inglesi abituati a bollire tutto, Old Compton Street era il posto dove si scopriva che l'olio d'oliva non serviva solo, come pensavano le nonne, a curare il mal d'orecchi.
Poi venne la sera del 10 giugno 1940. Appena la radio annunciò la dichiarazione di guerra di Mussolini, gruppi di facinorosi si riversarono in queste strade e presero a sassate le vetrine dei negozi e dei ristoranti italiani. Alcuni proprietari, in fretta, appesero cartelli per dire che erano britannici, o coprirono le insegne. Nei giorni seguenti la polizia arrestò migliaia di uomini italiani in tutto il paese, molti dei quali vivevano qui da una vita intera.
Le donne rimasero sole a mandare avanti le botteghe, con i mariti nei campi di internamento dell'isola di Man o, peggio, in fondo all'oceano. È una ferita che la comunità ha raccontato per decenni solo a bassa voce, quasi per pudore, e che soltanto in tempi recenti è entrata davvero nei libri di storia. Eppure, finita la guerra, molte di quelle saracinesche si rialzarono.
E proprio da qui partì la rivincita, nel modo più italiano possibile: con una tazzina. Negli anni Cinquanta Soho scoprì l'espresso, e la Londra del dopoguerra, grigia e ancora razionata, impazzì per i bar con le macchine cromate, il juke-box e la schiuma del cappuccino. In un caffè di questa stessa strada, il 2i's, mossero i primi passi i ragazzi del rock and roll britannico. Cammina verso est lungo Old Compton Street e gira a sinistra in Frith Street: l'ultima tappa è un bancone.
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11. Frith Street: Bar Italia, la televisione e il primo espresso
22 Frith Street, London W1D 4RF, United Kingdom
Eccoti in Frith Street, davanti a un'insegna al neon e a un bancone lungo e stretto, sempre affollato: è il Bar Italia, aperto nel 1949 da una famiglia italiana e diventato, in più di settant'anni, il salotto notturno di Soho. Tassisti, attori, musicisti, nottambuli e tifosi davanti alle partite: qui sono passati tutti, prima o poi.
Ma alza lo sguardo sopra l'insegna. In quella stessa casa, il numero 22, il 26 gennaio 1926, lo scozzese John Logie Baird mostrò a un gruppo di scienziati della Royal Institution la prima vera dimostrazione pubblica della televisione: un volto tremolante, in bianco e nero, trasmesso da una stanza all'altra. Il caffè e la televisione sotto lo stesso tetto... niente male per un solo portone.
E qualche porta più in là, al numero 20, nel 1764 abitò un bambino di otto anni in tournée con la famiglia: Wolfgang Amadeus Mozart. Il padre lo presentava ai londinesi come un fenomeno, e lo faceva suonare perfino con la tastiera coperta da un panno. Questa strada, insomma, ha sempre avuto orecchio, e non a caso nel Novecento è diventata anche una delle strade del jazz di Londra.
Il caffè all'italiana, a Londra, nasce proprio qui intorno. Nel 1953, al numero 29 di questa via, aprì il Moka Bar, con una macchina Gaggia a leva che faceva una cosa mai vista: un caffè con la crema, e un cappuccino con la schiuma. A inaugurarlo, si racconta, fu Gina Lollobrigida in persona. Nel giro di pochi anni a Londra spuntarono centinaia di espresso bar, e i ragazzi del dopoguerra scoprirono che un caffè poteva essere un luogo, non solo una bevanda.
Pensa al viaggio che hai fatto: dal clown figlio di un italiano al gelato con il ghiaccio norvegese, dalla scuola serale di Mazzini all'ospedale che parlava italiano, dall'esule che ha costruito la biblioteca del mondo al ragazzo di Leith che ha perso il padre in mare. Gli italiani sono arrivati qui poveri, spesso a piedi, a volte odiati. E hanno insegnato a Londra come si beve un caffè. Ordinane uno, in piedi al bancone, all'italiana... te lo sei meritato.