Firenze da mangiare: mercati, buchette del vino e caffè storici
Una passeggiata golosa a Firenze: dal gelato di Buontalenti al Mercato Centrale, dalla buchetta del vino di Palazzo Antinori ai caffè di Piazza della Repubblica, fino al lampredotto del Mercato di Sant'Ambrogio
Florence · 11 stops · 25 min audio · Generated
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1. Casino Mediceo di San Marco: Buontalenti e la leggenda del gelato
Via Cavour 57, 50129 Firenze FI, Italy
Fermati su Via Cavour davanti a questo palazzo lungo e severo, con le finestre incorniciate e il bugnato massiccio. Non ha proprio l'aria di un luogo di piaceri. Eppure, secondo una delle leggende più dolci di Firenze, è proprio a lui che è legata la storia del gelato.
Lo costruì Bernardo Buontalenti, fra il 1568 e il 1574, per Francesco I de' Medici, il granduca più strano della famiglia. Francesco odiava la politica e adorava i laboratori: qui dentro si distillavano profumi e medicine, si facevano esperimenti di alchimia, e nacque la cosiddetta porcellana medicea, uno dei primi tentativi europei di imitare quella cinese. Sorge dove c'era il giardino di San Marco, quello in cui Lorenzo il Magnifico, un secolo prima, aveva fatto studiare il giovane Michelangelo.
E Buontalenti? Architetto, ingegnere, scenografo, e soprattutto il re delle feste di corte: lo chiamavano Bernardo delle Girandole, per i suoi fuochi d'artificio. La leggenda racconta che, per stupire gli ospiti dei Medici a un banchetto, preparò una crema ghiacciata di latte, miele, tuorlo d'uovo e un goccio di vino, raffreddata con il ghiaccio e il sale, usando la neve che la corte conservava nelle sue ghiacciaie. Il gelato fiorentino sarebbe nato così.
Bisogna dirlo onestamente: è una leggenda, e ce n'è anche un'altra, con un pollivendolo fiorentino di nome Ruggeri che avrebbe seguito Caterina de' Medici in Francia con la sua ricetta di sorbetto. Di sicuro c'è che la corte medicea amava i dolci freddi, e che il ghiaccio d'estate, a quei tempi, era un lusso da sovrani. Il resto è il bello delle storie che si raccontano a tavola.
Ancora oggi, nelle gelaterie fiorentine, trovi un gusto chiamato crema Buontalenti: una crema chiara, delicata, che i fiorentini difendono come una reliquia. Assaggiala più tardi, te lo consiglio. Ora scendi lungo Via Cavour e piega a destra verso il quartiere di San Lorenzo: c'è un grande mercato di ferro e vetro che ti aspetta.
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2. Mercato Centrale di San Lorenzo: ferro, vetro e bistecca
Piazza del Mercato Centrale, 50123 Firenze FI, Italy
Eccolo, il Mercato Centrale: un capannone enorme di ghisa e vetro, con colonne sottili e grandi vetrate che filtrano la luce sopra i banchi. Fuori, le strade del rione di San Lorenzo. Dentro, al piano terra, il profumo è tutto un altro: pecorino, salumi, pane, e la carne dei banchi dei macellai.
Lo progettò Giuseppe Mengoni, lo stesso architetto della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, e fu inaugurato nel 1874. Firenze era stata da poco capitale d'Italia e voleva un mercato moderno, igienico, all'europea, al posto dei banchi all'aperto del Mercato Vecchio, che di lì a poco sarebbe stato demolito. Mengoni, per inciso, morì nel 1877 cadendo da un'impalcatura della sua galleria milanese, alla vigilia dell'inaugurazione.
Ma parliamo di carne, perché qui sei nel regno della bistecca alla fiorentina. Le regole sono quasi sacre: taglio della lombata con l'osso a T, il filetto da una parte e il controfiletto dall'altra, alta almeno tre dita, cotta sulla brace viva pochi minuti per lato e servita al sangue. Chiederla ben cotta, a Firenze, è considerato un piccolo delitto.
Sull'origine del nome c'è una storia che i fiorentini adorano. Per la festa di San Lorenzo, il 10 agosto, i Medici avrebbero fatto accendere grandi fuochi e arrostire carne da distribuire al popolo. Tra la folla c'erano dei viaggiatori inglesi che chiedevano beef steak, beef steak... e i fiorentini, a orecchio, ne fecero bistecca. È una leggenda, ma spiega bene una parola che in italiano suona davvero straniera.
Nel 2001, con l'emergenza della mucca pazza, le norme europee vietarono per alcuni anni la vendita della carne bovina con la colonna vertebrale, e la fiorentina vera sparì dai menù. Ci furono proteste, e c'è chi organizzò perfino un finto funerale della bistecca. Oggi è tornata, e i banchi qui sotto lo sanno bene. Ora esci dal lato sud e cammina verso Piazza degli Antinori, lasciandoti San Lorenzo alle spalle.
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3. Palazzo Antinori: la buchetta del vino e la peste del Seicento
Piazza degli Antinori 3, 50123 Firenze FI, Italy
Fermati nella piccola piazza davanti a questo palazzo del Quattrocento, compatto, perfetto, in pietra. Ora guarda accanto al portone, più o meno all'altezza della tua mano: c'è una finestrella ad arco, minuscola, chiusa da uno sportello di legno. Sembra la porta di casa di un topolino. È una buchetta del vino.
Il palazzo fu costruito intorno al 1465 e dal 1506 appartiene agli Antinori; il progetto è attribuito a Giuliano da Maiano. È la casa di una famiglia che vende vino da più di seicento anni: già nel 1385 un Giovanni di Piero Antinori risulta iscritto all'Arte dei Vinattieri, la corporazione dei mercanti di vino. Le grandi famiglie avevano poderi e vigne in campagna, e dal Cinquecento poterono vendere il vino direttamente da casa, senza passare dalle osterie... e con qualche tassa in meno.
Funzionava così: il cliente bussava allo sportello con il suo fiasco vuoto, il cantiniere dall'interno lo prendeva, lo riempiva e lo restituiva. Niente vetrina, niente bottega, niente chiacchiere. In città se ne contano oggi più di cento, quasi tutte nel centro storico, e una volta che impari a riconoscerle non smetti più di vederle: murate, dipinte, a volte con la scritta vino sopra.
Ma la loro ora più importante arrivò con la peste del 1630. Un erudito dell'epoca, Francesco Rondinelli, racconta che i vinattieri continuarono a vendere dalle buchette evitando ogni contatto, e che le monete venivano disinfettate con l'aceto prima di essere toccate. La sua relazione sul contagio uscì nel 1634, e da lì viene quasi tutto ciò che sappiamo. Commercio senza contatto, quasi quattro secoli prima che ne avessimo bisogno noi.
E infatti, nel 2020, durante la pandemia, alcune buchette fiorentine si sono riaperte per passare dalla finestrella un bicchiere di vino, un caffè, perfino un gelato. La storia, a volte, rientra dalla porta di servizio. Adesso imbocca Via de' Tornabuoni, la strada più elegante di Firenze, e cammina verso sud: pochi passi e sentirai profumo di tartufo.
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4. Via de' Tornabuoni: Procacci e la nascita del Negroni
Via de' Tornabuoni 64r, 50123 Firenze FI, Italy
Sei su Via de' Tornabuoni, fra vetrine di alta moda, palazzi rinascimentali e portieri eleganti. In mezzo a tutto questo lusso c'è una bottega con il bancone di legno e le vetrine piene di barattoli, che sembra non essersi accorta del tempo: è Procacci, aperta nel 1885.
La sua specialità è un panino minuscolo e morbido, spalmato con una crema al tartufo: il panino tartufato. Nella Firenze di fine Ottocento, quando questa strada era frequentata da aristocratici e da inglesi che svernavano in città, era lo spuntino raffinato per eccellenza. E lo è rimasto: i fiorentini ci entrano a metà mattina o nel tardo pomeriggio, con un bicchiere di bianco, in piedi, come un piccolo rito.
Ma questa strada ha regalato al mondo anche un cocktail. La storia più raccontata dice che intorno al 1919, al Caffè Casoni, all'angolo con Via della Spada, il conte Camillo Negroni chiese al barista Fosco Scarselli di rinforzare il suo Americano: niente soda, ma gin. Bitter, vermut rosso e gin in parti uguali, e una fetta d'arancia al posto del limone, per distinguerlo dall'Americano. Era nato il Negroni.
Il conte, a dire il vero, è un personaggio sfuggente, e gli storici del bere discutono ancora sui dettagli: le date, il bicchiere, perfino il titolo nobiliare. Ma i baristi fiorentini non hanno dubbi: il Negroni è nato qui, e guai a chi dice il contrario. Il caffè di allora ha cambiato nome e proprietari più di una volta, ma l'angolo è sempre lì.
E il nome della via? Viene dai Tornabuoni, una famiglia di banchieri. Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, era una donna colta, che scriveva poesie e sapeva amministrare le proprietà di famiglia, vigne comprese. Il lusso qui ha radici antiche. Ora gira a sinistra per Via degli Strozzi e prosegui dritto: in fondo si apre la piazza dove per secoli c'era il mercato più grande della città.
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5. Piazza della Repubblica: il Mercato Vecchio e i caffè storici
Piazza della Repubblica, 50123 Firenze FI, Italy
Entra nella grande piazza rettangolare, con il suo arco trionfale, la giostra d'epoca e i tavolini dei caffè sotto i portici. È la piazza più ottocentesca di Firenze, e per molti fiorentini è stata a lungo anche la più odiata. Leggi l'iscrizione sull'arco: dice che l'antico centro della città fu restituito a vita nuova da secolare squallore.
Quello squallore, in realtà, era il Mercato Vecchio: un labirinto di vicoli, torri, chiese, banchi di pesce, botteghe di macellai e osterie, nel cuore della città romana e medievale, insieme al vecchio Ghetto ebraico. Fra il 1885 e il 1895 fu demolito quasi tutto, in nome dell'igiene e del decoro. Molti intellettuali protestarono, e ancora oggi c'è chi la considera una ferita mai rimarginata.
Di quel mondo è rimasta una colonna, quella con in cima la statua dell'Abbondanza, la Dovizia, con il suo cesto di frutta. Segnava il centro del mercato e, prima ancora, più o meno l'incrocio delle due strade principali della Florentia romana: qui sotto c'era il foro. Per duemila anni, in questo punto, i fiorentini sono venuti a comprare da mangiare.
Poi, sulle macerie, nacquero i caffè. Gilli è il più antico: la famiglia svizzera Gilli aprì la sua bottega di dolci nel 1733, in un'altra strada del centro, e solo nel Novecento si trasferì in piazza. Poco più in là ci sono le Giubbe Rosse, aperte alla fine dell'Ottocento da due fratelli tedeschi come birreria: il nome viene dalle giacche rosse dei camerieri, alla viennese.
Alle Giubbe Rosse, nel 1911, i futuristi Marinetti, Boccioni e Carrà vennero apposta da Milano per prendere a schiaffi Ardengo Soffici, che aveva stroncato una loro mostra. Ne nacque una rissa, poi una riconciliazione, poi una rivista, Lacerba. Più tardi, a quei tavolini, si sedette spesso anche Eugenio Montale. Ora esci dal lato sud, attraversa Piazza della Signoria e raggiungi Via de' Neri, dietro gli Uffizi: ti aspetta una loggia dove si vendeva il grano.
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6. Loggia del Grano: il pane sciocco e il sale di Dante
Via de' Neri, 50122 Firenze FI, Italy
Eccoti all'angolo di Via de' Neri, davanti a una loggia seicentesca dalle grandi arcate, con il busto di un granduca che ti guarda dall'alto. È la Loggia del Grano. La fece costruire Cosimo II de' Medici nel 1619, su progetto di Giulio Parigi, per il mercato dei cereali.
Il grano, per Firenze, era una questione di Stato. Il pane doveva esserci sempre, a un prezzo che il popolo potesse pagare, perché una carestia poteva trasformarsi in rivolta nel giro di pochi giorni. Per questo il governo controllava magazzini, mercati e prezzi, e logge come questa erano il luogo dove tutto si vedeva, si pesava e si tassava.
E ora la domanda che ogni straniero fa al primo morso: perché il pane toscano è senza sale? Le risposte sono due, e i fiorentini le raccontano entrambe. La prima è una leggenda: nel Medioevo Pisa, nemica giurata, avrebbe bloccato il commercio del sale, e Firenze, per orgoglio, avrebbe imparato a farne a meno. La seconda è più prosaica: il sale era caro e tassato, e il pane di tutti i giorni rinunciò a lui.
C'è di mezzo perfino Dante. Nel Paradiso il suo antenato Cacciaguida gli predice l'esilio e gli dice che proverà come sa di sale lo pane altrui. Dante intendeva l'amarezza di dipendere dagli altri. Ma ai fiorentini piace leggerci anche un'altra cosa: il pane degli altri è salato, il nostro no. E un fiorentino lontano da casa, ancora oggi, lo sente al primo boccone.
Il pane sciocco, come lo chiamano qui, ha un grande vantaggio: non si butta mai. Raffermo diventa pappa al pomodoro, panzanella, ribollita, tutta la grande cucina povera toscana nata per non sprecare niente. E accompagna perfettamente i salumi saporiti, che di sale ne hanno per due. Ora risali verso nord fino a Borgo degli Albizi e seguilo verso est: andiamo a bere qualcosa all'ombra di una chiesa che non c'è più.
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7. San Pier Maggiore: il fiasco, il vinaino e il Chianti dei Medici
Piazza di San Pier Maggiore, 50122 Firenze FI, Italy
Fermati in Piazza San Pier Maggiore e guarda quel portico di pietra a tre arcate, isolato, che sembra la facciata di una chiesa. È proprio così: è tutto ciò che resta di San Pier Maggiore, una delle chiese più importanti di Firenze, demolita nel 1784 perché pericolante. Accanto, un arco passa sotto le case: è la Volta di San Piero.
Questo angolo di città è da tempo un posto da spuntino in piedi e da bicchiere al volo, ed è perfetto per parlare dell'oggetto diventato il simbolo del vino toscano nel mondo: il fiasco. La bottiglia panciuta, soffiata a mano, vestita di paglia intrecciata per non rompersi e per stare in piedi. Nelle vecchie fiaschetterie fiorentine il vino si vendeva così, sfuso, a fiaschi.
E il vino dentro il fiasco? Qui la storia è precisa. Nel 1716 il granduca Cosimo III de' Medici firmò un bando che fissava i confini delle zone di produzione di quattro vini, tra cui il Chianti. È considerato uno dei primi esempi al mondo di denominazione d'origine, più di due secoli prima delle leggi moderne. I Medici, insomma, proteggevano già il loro marchio.
Il vinaino, poi, è un'istituzione fiorentina che resiste in poche botteghe: un banco, qualche sgabello se va bene, un bicchiere di rosso della casa e crostini di fegatini, o un panino con il lampredotto. Si entra, si saluta, si beve, si chiacchiera di calcio e di politica, si esce. Dieci minuti, al massimo. È l'aperitivo fiorentino, molto prima che l'aperitivo diventasse una moda.
Questa piazza era anche il cuore del sestiere di Porta San Piero, il quartiere dei Donati e dei Cerchi, le famiglie le cui lotte spaccarono la Firenze di Dante. Oggi è fatta di studenti, biciclette e gente del quartiere. Prosegui verso est lungo Via Pietrapiana: dopo pochi passi troverai una loggia elegante, nata per vendere pesce.
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8. Loggia del Pesce e Piazza dei Ciompi: il mercato che traslocò
Piazza dei Ciompi, 50122 Firenze FI, Italy
Eccoti in Piazza dei Ciompi, davanti a una loggia lunga e leggera, con archi su colonne sottili e tondi decorati sopra le arcate. Sembra nata qui. Invece è una sopravvissuta: è la Loggia del Pesce, disegnata da Giorgio Vasari nel 1567, e fino all'Ottocento stava da tutt'altra parte, nel cuore del Mercato Vecchio.
La volle Cosimo I de' Medici per dare un posto ordinato ai pescivendoli. Quando il Mercato Vecchio fu demolito, alla fine dell'Ottocento, la loggia fu smontata pezzo per pezzo, numerata e messa in magazzino. Ci rimase per decenni. Solo negli anni Cinquanta del Novecento fu rimontata qui, nel quartiere di Sant'Ambrogio, e ritrovò una casa.
Il nome della piazza, invece, racconta un'altra fame. I Ciompi erano i lavoratori più poveri dell'industria della lana, cardatori e battitori senza diritti né corporazione. Nel 1378 si ribellarono, presero il palazzo dei Priori e per qualche settimana ottennero perfino un'Arte tutta loro. Il loro capo più famoso, Michele di Lando, si ritrovò per qualche giorno alla guida del governo e finì per voltare le spalle ai suoi. Durò poco, la rivolta fu schiacciata, ma resta una delle prime grandi sollevazioni di lavoratori d'Europa.
E il pesce, nella cucina fiorentina? Firenze non è sul mare, e il pesce fresco era un lusso. Ma c'erano i venerdì di magro e la Quaresima, e allora la regina era una sola: il baccalà, il merluzzo salato che arrivava dal nord Europa. Alla fiorentina si cuoce in umido con pomodoro e aglio, oppure si frigge. E poi c'era il pesce d'Arno, piccolo e popolare, che finiva in frittura nelle osterie del lungofiume.
Fino a qualche anno fa intorno a questa loggia c'era il mercatino delle pulci, con mobili vecchi, stampe e cianfrusaglie. Ora la piazza è più tranquilla, ma la loggia ha ancora l'aria di aspettare i suoi banchi. Cammina verso est per pochi passi: davanti a te c'è una chiesa antichissima, dove il vino, si racconta, ha fatto un miracolo.
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9. Chiesa di Sant'Ambrogio: il miracolo del vino nel calice
Piazza di Sant'Ambrogio, 50121 Firenze FI, Italy
Davanti a te c'è una facciata semplice, chiara, quasi povera: è la chiesa di Sant'Ambrogio, una delle più antiche di Firenze, già documentata alla fine del X secolo. Dà il nome a tutto il quartiere, alla piazza e al mercato. Dentro, però, custodisce una storia che in una passeggiata sul cibo e sul vino non può mancare.
Nel dicembre del 1230 un sacerdote di nome Uguccione, dopo la messa, dimenticò di asciugare bene il calice. La mattina dopo, racconta la tradizione, vi trovò il vino rimasto trasformato in sangue vivo. Il prodigio fu chiamato il Miracolo del Sangue, e la reliquia, raccolta in un'ampolla, diventò una delle più venerate della città. Per secoli i fiorentini l'hanno portata in processione.
Per custodirla, nel Quattrocento, Mino da Fiesole scolpì un tabernacolo di marmo bellissimo, nella cappella accanto all'altare maggiore, fra il 1481 e il 1483. E sulla parete vicina Cosimo Rosselli dipinse la processione con l'ampolla: tra la folla ci sono volti di fiorentini dell'epoca, ritratti dal vero. È come una fotografia di gruppo degli anni Ottanta del Quattrocento.
Sant'Ambrogio è anche una chiesa di artisti. Qui sono sepolti Andrea del Verrocchio, il maestro di Leonardo, lo stesso Mino da Fiesole e il Cronaca, l'architetto che completò Palazzo Strozzi. Il quartiere intorno era quello degli artigiani, dei lavoratori della lana, delle botteghe: gente che mangiava semplice e beveva il vino del contado, lo stesso vino che finiva nei calici di questa chiesa.
Ed è questo il bello del rione: il sacro e il quotidiano stanno a pochi metri l'uno dall'altro. Esci, guarda verso sud e cammina fino alla piazza alle spalle delle case: senti già le voci dei banchi? È il mercato dove fanno la spesa i fiorentini veri, e dove ti aspetta il panino più fiorentino che esista.
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10. Mercato di Sant'Ambrogio: trippai e lampredotto
Piazza Lorenzo Ghiberti, 50121 Firenze FI, Italy
Eccoti al Mercato di Sant'Ambrogio: un padiglione di ghisa del 1873, più piccolo e più ruvido del Centrale, e intorno i banchi all'aperto di frutta, verdura, fiori e casalinghi. Qui i turisti sono pochi e le signore del quartiere tante. Ascolta come contrattano: è il fiorentino più schietto che sentirai oggi.
Dentro, fra macellai, salumieri e banchi del formaggio, cerca il trippaio. È la figura più fiorentina che esista: vende trippa e lampredotto, e per generazioni ha lavorato con un carretto o un chiosco all'angolo delle piazze, sfamando operai, impiegati e studenti con pochi soldi. Ancora oggi in città ci sono diversi chioschi, e ogni fiorentino ha il suo preferito, da difendere fino alla morte.
Il lampredotto è il quarto stomaco del bovino, l'abomaso, bollito a lungo in un brodo con pomodoro, sedano, cipolla e prezzemolo. Si mangia nel panino, con la salsa verde e, se hai coraggio, con quella piccante, e la parte di sopra del pane si bagna nel brodo. Il nome, si dice, viene dalla lampreda, un pesce che un tempo si pescava in Arno e che le pieghe scure di questo stomaco ricorderebbero.
E la trippa? Alla fiorentina si cuoce con il pomodoro e si finisce con il parmigiano grattugiato. Per secoli è stata il cibo dei poveri, la parte dell'animale che i ricchi lasciavano agli altri. Oggi la trovi anche nei ristoranti eleganti, ma i fiorentini sanno che il posto giusto è un banco di metallo, un tovagliolo di carta e un bicchiere di rosso.
Se passi di qui la mattina presto, capirai una cosa: la cucina fiorentina non è nata nei palazzi, è nata nei mercati. Pane, olio, fagioli, verdure di stagione, interiora. Il resto lo fanno il tempo, la brace e la pazienza. Ora attraversa la piazza verso sud-est: l'ultima tappa è un antico convento che è stato una prigione per più di un secolo.
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11. Le Murate: dal convento al carcere, fino ai tavolini
Piazza delle Murate, 50121 Firenze FI, Italy
Entra nella piazza delle Murate: cortili, portici, edifici bassi, tavolini, biciclette, bambini che giocano. Sembra un normale angolo di quartiere. Ma alza gli occhi alle finestre e guarda le inferriate: fino al 1985, qui dentro c'era il carcere di Firenze.
Prima ancora era un convento, e il nome viene da lì. Alla fine del Trecento alcune donne vivevano recluse in piccole celle sul ponte alle Grazie, murate per scelta, cioè chiuse dentro per pregare. All'inizio del Quattrocento si trasferirono qui, lungo Via Ghibellina, e il convento crebbe fino a diventare uno dei più importanti della città. Le chiamavano le Murate, e il nome è rimasto ai muri.
Le Murate ebbero ospiti illustri. Caterina Sforza, la signora di Forlì che aveva sfidato Cesare Borgia, negli ultimi anni frequentò il convento e qui fu sepolta, nel 1509. Aveva raccolto un quaderno di centinaia di ricette, gli Experimenti, tra cosmesi, medicina e alchimia. E durante l'assedio del 1529 e 1530 qui fu tenuta al sicuro una bambina di dieci anni, Caterina de' Medici, futura regina di Francia... sì, quella della leggenda del sorbetto.
Poi arrivò il carcere. Nell'Ottocento le celle delle monache diventarono celle di detenuti, e il 4 novembre 1966 l'alluvione invase anche queste mura: i prigionieri dovettero essere evacuati in fretta. Nel 1985 il carcere chiuse e l'edificio rimase vuoto per anni, finché il Comune non lo ha recuperato con case, piazze e spazi per la cultura.
Oggi, dove i detenuti facevano l'ora d'aria, i fiorentini prendono l'aperitivo, leggono, ascoltano musica. È il finale giusto per una passeggiata sul cibo: a Firenze mangiare e bere non sono mai stati solo un piacere, ma un modo di stare insieme e di riprendersi gli spazi. Siediti, ordina un bicchiere di rosso e qualcosa da sgranocchiare, e brinda ai trippai, ai vinattieri e a Buontalenti. Te lo sei meritato.