La Firenze di Dante: da Beatrice alle tombe di Santa Croce
Una passeggiata a Firenze sulle tracce di Dante Alighieri: l'ospedale del padre di Beatrice, la torre dei priori, il ritratto ritrovato nel Bargello, le tombe di Santa Croce, i libri salvati dal fango del 1966
Florence · 12 stops · 29 min audio · Generated
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1. Ospedale di Santa Maria Nuova: l'ospedale del padre di Beatrice
Piazza di Santa Maria Nuova 1, 50122 Firenze FI, Italy
Entra nella piazza e fermati davanti al lungo portico di pietra serena: arcate regolari, un'aria solenne, e sotto, gente in camice bianco che esce a prendere un po' d'aria. Sì, perché questo non è un museo. È un ospedale, e lo è senza interruzioni da più di settecento anni.
Lo fondò nel 1288 un banchiere ricchissimo, Folco Portinari. La tradizione racconta che a convincerlo fu la sua serva, Monna Tessa, una donna che curava i malati per strada e che gli fece capire che una parte dei soldi, prima o poi, va restituita alla città. Monna Tessa è ricordata come la madre delle infermiere fiorentine, e la sua tomba è ancora qui, nella chiesa di Sant'Egidio, accanto a quella del suo padrone.
Ma il nome Portinari dovrebbe dirti qualcos'altro. Folco era il padre di Beatrice... sì, proprio quella Beatrice. Quando lui morì, alla fine del 1289, Dante racconta nella Vita Nuova di aver visto le donne uscire in lacrime dalla casa del lutto, e di aver capito dal loro pianto quanto soffrisse lei. Pochi mesi dopo, nel giugno del 1290, morì anche Beatrice. Aveva ventiquattro anni.
E tra queste mura è passato un altro ospite che non ti aspetti. All'inizio del Cinquecento Leonardo da Vinci veniva qui a sezionare cadaveri, con il permesso dell'ospedale. Nei suoi quaderni descrive un vecchio che diceva di avere cent'anni, morto serenamente in una corsia di Santa Maria Nuova, e che lui aprì poco dopo per capire come si muore di vecchiaia. Quelle pagine sono tra le prime descrizioni dell'indurimento delle arterie nella storia della medicina.
Il portico che vedi è più tardo: nasce da un progetto di Bernardo Buontalenti e fu completato nel Seicento. Ma l'idea è rimasta quella di Folco: chi entra, viene curato, ricco o povero. Tutto, in questa passeggiata, comincia da una famiglia e da una ragazza. Ora lascia la piazza verso sud-ovest e raggiungi Via del Corso: andiamo a cercare la casa dove, si racconta, un bambino di nove anni vide per la prima volta una bambina vestita di rosso.
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2. Santa Margherita de' Cerchi: la chiesa di Beatrice
Via Santa Margherita, 50122 Firenze FI, Italy
Infilati nel vicolo stretto e cerca una porticina che quasi non si nota: è la chiesa di Santa Margherita de' Cerchi, piccola, scura, con un'unica navata. Dentro, vicino a una lapide, c'è spesso un cestino pieno di bigliettini piegati. Sono lettere. Indirizzate a una ragazza morta più di settecento anni fa.
La chiamano la chiesa di Dante e Beatrice. La leggenda vuole che Beatrice Portinari sia sepolta qui, e in chiesa c'è davvero una lapide della famiglia Portinari, perché questa era la loro parrocchia. Gli storici sono più prudenti: Beatrice aveva sposato Simone de' Bardi, e con ogni probabilità riposa con la famiglia del marito, altrove. Ma a chi lascia il suo biglietto nel cestino importa poco. Si scrive a Beatrice per chiederle aiuto in amore... anche se, a pensarci bene, la sua storia con Dante non finì granché bene.
Torna in strada e guarda verso Via del Corso: lì sorgevano le case dei Portinari, poi inglobate nel palazzo passato ai Salviati. Boccaccio racconta che fu proprio lì, a una festa di calendimaggio, che Dante, a nove anni, vide Beatrice per la prima volta, vestita di quel rosso scuro che nella Vita Nuova lui chiama sanguigno. La rivide nove anni dopo, e lei lo salutò per strada. Un saluto. Su quel saluto Dante ha costruito un'intera vita di poesia.
E qui arriva il paradosso: questa stessa chiesa è legata anche all'altra donna di Dante, quella vera. La tradizione dice che fu qui che Dante sposò Gemma Donati, a cui era stato promesso da ragazzo, con un contratto di dote firmato dalle famiglie nel 1277. Gemma gli diede almeno tre figli e, dopo l'esilio, rimase a Firenze a crescerli. Nella Commedia, Dante non la nomina mai. Nemmeno una volta.
I Donati, del resto, vivevano a pochi passi, e una loro torre è ancora in piedi qui vicino. Erano la famiglia di Corso Donati, il capo dei Guelfi Neri, cioè della fazione che avrebbe cacciato Dante da Firenze. Il poeta, insomma, aveva sposato una parente del suo peggior nemico. Ora scendi lungo la via fino all'angolo con Via Dante Alighieri: ti aspetta la casa che porta il suo nome.
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3. Casa di Dante e Torre della Castagna: i due mesi che costarono l'esilio
Via Santa Margherita 1, 50122 Firenze FI, Italy
Sei all'angolo tra Via Santa Margherita e Via Dante Alighieri. Davanti a te c'è una casa medievale perfetta: pietra grezza, finestre ad arco, perfino lo stemma. È la Casa di Dante. E adesso ti dico un segreto che i fiorentini non amano ripetere ai turisti.
È una ricostruzione. L'edificio che vedi è stato rifatto all'inizio del Novecento, quando il Comune decise che la città aveva bisogno di un luogo dove ricordare il suo poeta. Le case degli Alighieri stavano davvero da queste parti, nel popolo di San Martino, ma nessuno sa con certezza quale fosse la porta giusta. Il museo è nato su quella convinzione... e su quell'incertezza.
Ora girati verso la piazzetta: quella torre tozza e scura è la Torre della Castagna, una delle più antiche rimaste in città. Nel 1282, quando le Arti presero il governo, i nuovi priori si riunirono qui, prima che esistesse Palazzo Vecchio. Il nome, si racconta, viene dalle castagne usate come schede per votare. E per evitare corruzioni e intimidazioni, dicono, durante il mandato i priori vivevano chiusi dentro, senza uscire.
Anche Dante fu priore, per due mesi, dal 15 giugno al 15 agosto del 1300, quando ormai il governo si era spostato altrove. In quei due mesi i priori mandarono al confino i capi di entrambe le fazioni, compreso il suo amico più caro, il poeta Guido Cavalcanti, che si ammalò di malaria e morì poco dopo il ritorno. Anni più tardi Dante scrisse che tutti i suoi mali erano cominciati da quel priorato.
Prima di andare, guarda il piccolo oratorio accanto alla torre, quello dei Buonomini di San Martino. Dal 1442 questa confraternita aiuta in segreto le famiglie cadute in miseria, i cosiddetti poveri vergognosi. Quando la cassa era vuota, si dice, accendevano un lumino sulla porta per chiedere offerte. E da lì verrebbe il nostro modo di dire: essere ridotti al lumicino. Ora segui Via Dante Alighieri verso est: fra pochi passi sentirai le campane che Dante sentiva da bambino.
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4. Badia Fiorentina: le campane di Dante e le letture di Boccaccio
Via del Proconsolo, 50122 Firenze FI, Italy
Alza gli occhi sopra i tetti: quel campanile sottile, a sei lati, che finisce in una punta aguzza, è il campanile della Badia Fiorentina. Davanti a te, su Via del Proconsolo, c'è l'ingresso dell'abbazia più antica della città vecchia. Per Dante, questo era il suono stesso dell'infanzia.
La fondò nel 978 la contessa Willa, madre di Ugo, marchese di Toscana, e per secoli le sue campane scandirono la giornata dei fiorentini. Nel Paradiso Dante fa parlare il suo trisavolo Cacciaguida di una Firenze antica, chiusa dentro la sua cerchia di mura, che prendeva ancora terza e nona... cioè le ore delle preghiere, suonate proprio da qui. Una città, dice, sobria e pudica. Come dire: non quella di adesso.
Il campanile che vedi, però, non è quello che sentiva lui. Nel 1307 il Comune lo fece mozzare per punire i monaci, che si rifiutavano di pagare una tassa, e quello attuale fu ricostruito negli anni seguenti. Dante era già in esilio da cinque anni. Questo campanile non lo vide mai.
La scena più bella, però, arriva nel 1373. Dante è morto da più di cinquant'anni, a Ravenna, e la stessa Firenze che lo aveva condannato decide di pagare qualcuno perché spieghi la Commedia in pubblico. Sceglie Giovanni Boccaccio, il più grande ammiratore del poeta, e la tradizione fiorentina lega quelle letture proprio alla Badia. Boccaccio era vecchio e malato: arrivò a commentare il diciassettesimo canto dell'Inferno, poi dovette fermarsi. Morì due anni dopo. Fu la prima volta che Dante diventò materia di lezione... e da allora non ha più smesso.
Se entri, cerca la tavola di Filippino Lippi con la Madonna che appare a San Bernardo: lui sta scrivendo, lei posa la mano sulla sua pagina. È una delle immagini più delicate del Quattrocento, e parla di un uomo che scrive... come Dante, come Boccaccio. Poi scendi lungo Via del Proconsolo fino a Piazza San Firenze: il palazzo-fortezza sulla tua sinistra custodisce il ritratto di Dante più antico che conosciamo.
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5. Il Bargello: la condanna e il ritratto ritrovato
Via del Proconsolo 4, 50122 Firenze FI, Italy
Dall'angolo di Piazza San Firenze guarda il Bargello: pietra forte, merli in cima, finestre strette, e una torre che sale dritta come un dito alzato. Sembra un castello, ed era la cosa più vicina a un castello che la Firenze repubblicana si concedesse. Fu costruito a partire dal 1255 come Palazzo del Podestà, il magistrato forestiero che amministrava la giustizia.
È qui che si decise il destino di Dante. Nel gennaio del 1302, mentre lui era lontano da Firenze, il podestà Cante de' Gabrielli da Gubbio lo condannò per baratteria, cioè per corruzione, a una multa e all'esclusione dai pubblici uffici. Dante non si presentò. A marzo arrivò la seconda sentenza: se lo avessero preso, sarebbe stato bruciato vivo. Non rientrò mai più nella sua città.
Ed ecco il colpo di scena. Dentro il palazzo c'è una cappella, quella della Maddalena, affrescata dalla bottega di Giotto. Quando il palazzo divenne un carcere, i suoi muri finirono sotto l'intonaco e furono divisi in celle. Nel 1840 un gruppo di appassionati, tra cui il pittore inglese Seymour Kirkup, riuscì a farli scoprire, e tra i beati del Paradiso riapparve un uomo di profilo, giovane, dai lineamenti inconfondibili. Era Dante. Il suo ritratto più antico che conosciamo... dipinto nel palazzo che lo aveva condannato.
Kirkup, si racconta, si fece chiudere nella cappella per ricalcare il volto prima del restauro, perché temeva che i restauratori lo avrebbero rovinato. Aveva ragione: i ritocchi di quegli anni cambiarono alcuni dettagli, e il suo disegno resta prezioso per capire com'era l'originale. Oggi il Bargello è il museo nazionale della scultura, con Donatello, Michelangelo e Cellini, ma per un dantista resta il luogo di quella faccia ritrovata.
Il nome Bargello arrivò più tardi, nel Cinquecento, dal capo delle guardie che ci ebbe sede, e per secoli nel cortile si eseguirono le condanne a morte. Ricordatelo, perché alla fine della passeggiata questa storia avrà un finale sorprendente. Adesso imbocca Via Ghibellina, la strada che costeggia il palazzo, e cammina verso est.
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6. Via Ghibellina e le Stinche: la strada delle prigioni
Via Ghibellina, 50122 Firenze FI, Italy
Cammina lungo Via Ghibellina e fermati davanti al grande teatro con le insegne, il Teatro Verdi. Oggi qui si viene per i concerti e gli spettacoli. Ma per più di cinque secoli, in questo stesso isolato, chi entrava sperava soprattutto di uscire: qui c'erano le Stinche, le prigioni della Repubblica fiorentina.
Il nome è curioso. Viene dal castello delle Stinche, in Val di Greve, che i fiorentini conquistarono all'inizio del Trecento: i prigionieri furono portati in città e rinchiusi nel carcere nuovo, che prese il nome di quei primi ospiti. Qui finivano soprattutto debitori e falliti, insieme ai condannati comuni. Il teatro fu costruito sul suo terreno a metà dell'Ottocento, quando le carceri erano state chiuse.
E in un carcere fiorentino, nel 1513, finì anche Niccolò Machiavelli, accusato di aver congiurato contro i Medici appena rientrati in città. Lo torturarono con la corda. Dalla cella scrisse sonetti a Giuliano de' Medici, lamentandosi dei pidocchi, del puzzo e delle catene. Fu liberato con l'amnistia per l'elezione di papa Leone X e, ritirato in campagna, pochi mesi dopo cominciò a scrivere Il Principe.
E il nome della via? Ghibellina, cioè dei Ghibellini, si dice: il partito dell'imperatore, nemico giurato dei Guelfi che stavano con il papa. Nella Firenze di Dante questa divisione era tutto: decideva chi sposavi, dove pregavi, chi mandavi in esilio. Dante era guelfo, eppure nell'Inferno mette in scena con enorme rispetto il ghibellino Farinata degli Uberti, che dopo la vittoria di Montaperti, nel 1260, si oppose da solo a chi voleva radere al suolo Firenze.
Un poeta guelfo che rende onore al nemico ghibellino, raccontato in una via di prigioni. Firenze è fatta così: le sue contraddizioni le tiene tutte, una accanto all'altra. Continua dritto su Via Ghibellina verso est: all'angolo con Via Michelangelo Buonarroti trovi la casa di un altro fiorentino che Dante lo conosceva quasi a memoria.
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7. Casa Buonarroti: Michelangelo, lettore di Dante
Via Ghibellina 70, 50122 Firenze FI, Italy
Eccoti all'angolo con Via Michelangelo Buonarroti, davanti a un palazzo sobrio, color pietra, senza niente di teatrale. È Casa Buonarroti. Michelangelo comprò queste case nel 1508, ma a farne un monumento alla sua memoria fu, molto dopo, il pronipote che portava il suo stesso nome.
Tutti conoscono Michelangelo scultore, pittore, architetto. Pochi sanno che si considerava anche poeta, e che il suo poeta era Dante. I contemporanei dicevano che lo conosceva quasi a memoria, e lui gli dedicò due sonetti. Nel primo scrive che Dante scese dal cielo, vide l'inferno e il paradiso, e tornò vivo a contemplare Dio. Nel secondo arriva a dire che vorrebbe essere lui, perfino con il suo aspro esilio, pur di avere la sua virtù.
E non si fermò alle parole. Nel 1519 l'Accademia Medicea scrisse a papa Leone X, un Medici, per chiedere che le ossa di Dante tornassero da Ravenna a Firenze. Tra le firme c'è quella di Michelangelo, che si offriva di scolpire lui stesso una sepoltura degna del poeta. Il papa acconsentì. Gli inviati fiorentini arrivarono a Ravenna, aprirono il sarcofago... e lo trovarono vuoto.
I frati francescani di Ravenna avevano tolto le ossa di nascosto, da un'apertura sul retro, e le nascosero così bene che per secoli nessuno seppe più dove fossero. Furono ritrovate per caso nel 1865, durante dei lavori, in una cassetta di legno murata in una parete. Era proprio l'anno del seicentesimo anniversario della nascita del poeta. E Firenze, ancora una volta, rimase a mani vuote.
Il pronipote, Michelangelo Buonarroti il Giovane, era a sua volta poeta e commediografo, e nel 1623 pubblicò per primo le rime del prozio, ritoccandole parecchio. Dentro la casa sono conservati disegni del maestro e due sculture giovanili, la Madonna della Scala e la Battaglia dei Centauri. Ma il ricordo più dantesco resta quel sarcofago vuoto. Ora scendi lungo Via Michelangelo Buonarroti verso sud, fino a sbucare nella grande piazza.
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8. Piazza Santa Croce: la statua di Dante e il calcio storico
Piazza di Santa Croce, 50122 Firenze FI, Italy
Mettiti nella parte ovest della piazza, accanto al palazzo dipinto, con la facciata bianca e verde della basilica in fondo davanti a te. A sinistra della scalinata, alto sul suo piedistallo, c'è Dante, il volto accigliato, avvolto nel mantello. Sorveglia la piazza, e sembra non approvare niente di quello che succede sotto i suoi occhi.
La statua, opera di Enrico Pazzi, fu inaugurata nel 1865, per i seicento anni dalla nascita del poeta, alla presenza del re Vittorio Emanuele II. Era un momento solenne: proprio quell'anno Firenze diventava capitale d'Italia, e Dante, il padre della lingua, era il simbolo perfetto della nazione appena nata. All'inizio stava proprio in mezzo alla piazza. Nel secolo scorso fu spostata accanto alla chiesa.
E il centro libero serve, eccome. Ogni giugno questa piazza si copre di sabbia e diventa il campo del calcio storico: quattro squadre, una per quartiere, gli Azzurri di Santa Croce, i Bianchi di Santo Spirito, i Rossi di Santa Maria Novella e i Verdi di San Giovanni. Ventisette giocatori per parte, la palla portata con le mani e con i piedi, un punto, la caccia, ogni volta che finisce nella rete in fondo al campo. Pochissime regole, molti nasi rotti. In palio, per tradizione, c'è una vitella di razza chianina.
La partita più famosa si giocò il 17 febbraio del 1530. Firenze era assediata dalle truppe dell'imperatore, la gente aveva fame, e i fiorentini, per sfida, giocarono proprio qui. Si racconta che misero perfino dei musici sul tetto della chiesa, perché il nemico li vedesse e li sentisse. Pochi mesi dopo la città si arrese, ma quella partita è rimasta la sua vittoria.
Ora guarda il palazzo accanto a te, con la facciata tutta dipinta: è Palazzo dell'Antella, affrescato all'inizio del Seicento, si dice in poche settimane. Lì sotto, un disco di marmo segna da secoli la metà del campo. Avvicinati alla basilica, passando sotto lo sguardo di Dante: dentro ti aspetta la sua tomba... vuota.
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9. Basilica di Santa Croce: il cenotafio di Dante e i Sepolcri di Foscolo
Piazza di Santa Croce 16, 50122 Firenze FI, Italy
Sali i gradini e guarda la facciata di marmo bianco, verde e rosa. Sembra gotica, ma è dell'Ottocento: la chiesa francescana ha più di settecento anni, il suo vestito poco più di centocinquanta. In alto, sopra il portale centrale, c'è una grande stella a sei punte, la stella di Davide.
L'architetto della facciata, Niccolò Matas, era di origine ebraica, e si racconta che quella stella fosse la sua firma. Volle essere sepolto qui, ma non fra i grandi dentro la chiesa: la sua tomba è sotto il sagrato, fuori... più o meno sotto i tuoi piedi.
Dentro, lungo la navata destra, comincia la fila di tombe più impressionante d'Italia. Michelangelo, morto nel 1564. Poi, a pochi passi, un enorme monumento a Dante del 1829... vuoto. Dante riposa a Ravenna, e Ravenna non lo ha mai restituito. Più avanti Vittorio Alfieri, scolpito da Canova, e Niccolò Machiavelli, e più in là anche Gioachino Rossini. Sull'altro lato Galileo, che arrivò in una tomba d'onore solo nel 1737, quasi un secolo dopo la morte.
Chi ha trasformato questa chiesa nel tempio delle glorie italiane è un poeta, Ugo Foscolo. Nel 1807, nei Sepolcri, scrive che le tombe dei grandi accendono l'animo forte a cose egregie, e celebra proprio Santa Croce. Lui morì in esilio, povero, vicino a Londra, nel 1827. Nel 1871, con l'Italia ormai unita, le sue ossa furono portate qui dal cimitero di Chiswick. Il sogno dei Sepolcri si era avverato sul suo stesso autore.
E Dante, qui, c'era stato davvero. Nel Convivio racconta che dopo la morte di Beatrice cominciò a frequentare le scuole dei religiosi, e i francescani di Santa Croce ne avevano una delle più importanti della città. Forse si è seduto in questo convento a leggere filosofia, per consolarsi. Ora esci e prendi Via Magliabechi, lungo il fianco della basilica, verso il fiume: andiamo a vedere dove Firenze custodisce i suoi libri.
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10. Biblioteca Nazionale Centrale: l'alluvione del 1966 e gli angeli del fango
Piazza dei Cavalleggeri 1, 50122 Firenze FI, Italy
Eccoti davanti a un grande edificio di pietra e mattoni, con un ingresso monumentale sul lungarno: la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Dentro ci sono milioni di libri, perché da oltre un secolo qui arriva una copia di quasi tutto ciò che si stampa in Italia. È la memoria scritta del paese.
Il suo seme è la biblioteca di un solo uomo, Antonio Magliabechi, bibliotecario dei Medici, leggendario per la memoria e per la trascuratezza. Si diceva che dormisse tra i libri senza togliersi i vestiti e che sapesse dove stava ogni volume. Alla sua morte, nel 1714, lasciò alla città circa trentamila volumi, e nel 1747 la sua raccolta fu aperta al pubblico.
Questo edificio fu costruito nella prima metà del Novecento, accanto all'Arno, e proprio la vicinanza al fiume fu la sua condanna. Il 4 novembre 1966 l'Arno uscì dagli argini. In questo quartiere, il più basso del centro, l'acqua superò i cinque metri, carica di fango e di nafta uscita dalle caldaie. Nei sotterranei erano custoditi giornali, periodici e fondi preziosi: più di un milione di pezzi finirono sotto la melma.
Ed è qui che nacquero gli angeli del fango. Studenti fiorentini, ragazzi arrivati da tutta Italia e da mezzo mondo, formarono catene umane dai sotterranei alla strada, passandosi i libri bagnati di mano in mano. I volumi venivano asciugati come si poteva: con la carta assorbente, nelle serre, perfino negli essiccatoi per il tabacco, raccontano i testimoni. Da quel lavoro nacque una scuola di restauro del libro che ancora oggi è un punto di riferimento, e alcuni restauri sono andati avanti per decenni.
Camminando qui intorno, cerca sui muri le targhe che segnano fin dove arrivò l'acqua: spesso sono sopra la tua testa. Dante, che scrisse dell'Arno con poca tenerezza, avrebbe avuto parole dure per quel fiume. Ora prosegui verso est, alle spalle della basilica, e cerca Via dei Malcontenti: una strada dal nome che non promette niente di buono.
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11. Via dei Malcontenti: l'ultima strada dei condannati
Via dei Malcontenti, 50122 Firenze FI, Italy
Questa strada lunga e tranquilla, fra muri alti e portoni, oggi è solo una via di quartiere. Ma ascolta il suo nome: Via dei Malcontenti. Gli scontenti, gli infelici. Per secoli, di qui passavano i condannati a morte, diretti al patibolo, appena fuori dalle mura.
Il luogo delle esecuzioni stava oltre la Porta alla Giustizia, verso il fiume, in fondo a questa direzione, accanto alla torre della Zecca che ancora oggi si alza sul lungarno. Il condannato usciva dal carcere, attraversava la città su un carro e percorreva quest'ultimo tratto mentre la gente guardava dalle finestre. Era la parte finale di un rito che Firenze rendeva pubblico apposta: la giustizia doveva essere vista, e doveva fare paura.
Accanto a lui camminavano uomini incappucciati di nero: erano i confratelli della Compagnia dei Neri, che confortavano i condannati nelle ultime ore. Pregavano con loro tutta la notte e gli tenevano davanti al viso una tavoletta dipinta con un'immagine sacra, perché non vedessero la folla e il boia. Alcune di quelle tavolette sono arrivate fino a noi, e guardarle oggi fa un certo effetto.
E ora ripensa a Dante. Anche lui, nel 1302, era stato condannato al rogo. Se fosse tornato e lo avessero preso, avrebbe fatto anche lui l'ultima strada, tra i confratelli in nero. Il poeta che oggi ha una statua in piazza e un monumento in chiesa sarebbe stato, per la legge della sua città, uno dei malcontenti. È un pensiero che fa girare la testa, e spiega perché lui nella Commedia parli di Firenze con tanto amore e tanta rabbia insieme.
Questa via, però, ha un lieto fine, ed è un finale molto toscano. Un giorno la fila dei malcontenti si interruppe davvero, e lo fece qui prima che quasi ovunque nel mondo. Continua verso est fino ai viali e piega a sinistra, verso la grande porta isolata in mezzo alla piazza: lì scoprirai perché.
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12. Piazza Beccaria e Porta alla Croce: il libro che spense il patibolo
Piazza Cesare Beccaria, 50121 Firenze FI, Italy
Eccoti in Piazza Beccaria. Al centro c'è la Porta alla Croce, l'antica porta delle mura rimasta sola come un'isola in mezzo al traffico dei viali. Le mura intorno furono abbattute nell'Ottocento, quando Firenze era capitale e voleva assomigliare a Parigi. La porta invece è rimasta, e la piazza ha preso il nome di uno scrittore.
Cesare Beccaria era milanese, non fiorentino, e aveva poco più di venticinque anni quando, nel 1764, scrisse un libretto, Dei delitti e delle pene, che diceva cose allora scandalose: la tortura non serve a scoprire la verità, e la pena di morte non rende una società più sicura. Il libro uscì senza nome dell'autore, stampato a Livorno, in Toscana, e fece il giro d'Europa: fu tradotto in francese, commentato da Voltaire, discusso dai sovrani.
Uno di quei sovrani lo prese sul serio. Il 30 novembre 1786 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo firmò il suo nuovo codice penale: abolite la tortura e la pena di morte. Il Granducato fu il primo Stato al mondo a cancellare la pena capitale per legge. Si racconta che gli strumenti di tortura del Bargello finirono bruciati in un grande falò.
Ecco perché, ogni 30 novembre, la Toscana festeggia la sua giornata regionale. E il cerchio della passeggiata si chiude: Dante condannato al rogo dal podestà, Machiavelli torturato con la corda, i malcontenti sull'ultima strada... e alla fine un libro, scritto da un uomo di lettere, che spegne il patibolo. In questa città, almeno una volta, le parole hanno vinto davvero.
Prima di andare, torna con la mente all'inizio: un ospedale fondato da un padre, una bambina vestita di rosso, un ragazzo che la guarda e non la dimentica più. Tutto quello che hai visto oggi, le tombe, i libri salvati, le sentenze, in qualche modo nasce da lì. Il centro è a pochi passi, lungo Borgo la Croce. E stasera, se ti va, rileggi un canto di Dante: suonerà diverso.