Venezia, Cannaregio e il Ghetto: la città dove i veneziani vivono ancora
Dal Ponte delle Guglie alle Fondamente Nove: le scole del Ghetto, l'ombra sugli Ormesini, la parrocchia di Tintoretto, i Mori di pietra e il frate che sfidò il Papa
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1. Ponte delle Guglie: la porta di Cannaregio
Ponte delle Guglie, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Fermati in cima al Ponte delle Guglie e guarda i quattro obelischi di pietra agli angoli delle spallette: sono loro, le guglie, che danno il nome al ponte. Sotto di te scorre il Canale di Cannaregio, largo e dritto, pieno di barche da lavoro, di taxi, di vaporetti. Prima che arrivasse la ferrovia, a metà Ottocento, questa era la strada d'acqua di chi entrava a Venezia dalla terraferma.
Sul nome del sestiere i veneziani litigano ancora al banco del bàcaro. C'è chi dice che Cannaregio venga da canne, i canneti che crescevano su queste barene quando la città era un arcipelago di fango e pali. C'è chi giura invece che venga da Canal Regio, il canale regio, proprio quello che hai sotto i piedi. Nessuno ha mai vinto la discussione... ed è un ottimo motivo per ordinarne un'altra.
Il ponte che calpesti è in pietra dalla fine del Cinquecento, quando prese il posto di un vecchio passaggio di legno, e le guglie arrivarono con un restauro nel Settecento. Adesso sporgiti un attimo e guarda l'arco dal basso: sulle chiavi di volta ci sono dei mascheroni, facce di pietra che fanno smorfie a chi passa in barca. Quasi nessuno li nota, perché tutti camminano a testa bassa, verso la stazione o verso Rialto.
Scendendo verso est trovi il Rio Terà San Leonardo, con i banchi di frutta, verdura e pesce, e i veneziani col carrello della spesa che ti superano senza chiedere permesso. Un rio terà, tra l'altro, è un canale interrato: dove adesso cammini, un tempo passavano le barche. Cannaregio è il sestiere più popoloso della città, e qui Venezia fa ancora la spesa, stende i panni sopra le calli, chiacchiera in dialetto sulle fondamenta. Benvenuto nella Venezia dei veneziani.
Ma prima, scendi dal ponte dal lato opposto alla stazione e risali la fondamenta lungo il canale, verso la laguna, per un centinaio di passi. Sulla destra si apre un portico basso e buio, quasi invisibile, con una scritta sopra: Sotoportego del Ghetto. Per quasi tre secoli, ogni notte, oltre quel passaggio c'era un cancello chiuso a chiave. Infilati sotto il portico... stiamo entrando nel Ghetto.
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2. Ghetto Vecchio e le Scole Levantina e Spagnola
Campiello delle Scuole, Ghetto Vecchio, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Appena uscito dal sotoportego, senti la calle stringersi e alzarsi: le case qui sono più alte che nel resto di Venezia, e le finestre si accavallano una sull'altra, fitte, come se qualcuno avesse schiacciato i piani per farcene stare di più. Cammina fino al campiello quasi quadrato che si apre a metà strada: è il Campiello delle Scuole, il cuore del Ghetto Vecchio.
Qui c'è un paradosso che confonde tutti. Il Ghetto Vecchio fu abitato dagli ebrei più tardi, dal 1541, mentre il Ghetto Nuovo, dove andremo tra poco, fu il primo, nel 1516. Vecchio e nuovo non parlano degli ebrei, ma delle fonderie pubbliche che stavano qui prima di loro: quella vecchia e quella nuova. In questa parte la Serenissima fece abitare i mercanti ebrei levantini, sudditi del sultano, che portavano traffici preziosi... e che la Repubblica voleva vicini, ma sotto chiave.
Guarda i due edifici che si fronteggiano. Da fuori potrebbero sembrare palazzi qualunque, ma sono due sinagoghe, che a Venezia si chiamano scole: la Scola Levantina e la Scola Spagnola, detta anche Ponentina, la più grande della città. Dentro ci sono legni scuri, ottoni, banchi disposti uno di fronte all'altro e il matroneo in alto per le donne. La tradizione lega il rifacimento seicentesco della Spagnola alla cerchia di Baldassare Longhena, l'architetto della Salute, e il pulpito intagliato della Levantina alla bottega di Andrea Brustolon. Sono ancora luoghi di preghiera, non musei.
In queste calli, all'inizio del Seicento, viveva Leon da Modena: rabbino, poeta, predicatore così celebre che anche i cristiani venivano ad ascoltarlo. Nella sua autobiografia confessa però un vizio che lo tormentò tutta la vita, il gioco d'azzardo. E sempre qui teneva il suo salotto letterario Sara Copio Sullam, poetessa che discuteva di filosofia con letterati cristiani, finché uno di loro la accusò di negare l'immortalità dell'anima. Lei rispose con un manifesto a stampa, in difesa di sé stessa e della sua fede.
Prova a immaginare queste calli di notte, con le porte serrate e le barche di guardia che giravano nei canali intorno, pagate dalla stessa comunità ebraica. Adesso prosegui sulla calle fino in fondo e attraversa il ponticello sul rio: dall'altra parte si apre il campo più grande, il più antico, quello che ha dato al mondo una parola.
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3. Campo del Ghetto Nuovo e il memoriale della Shoah
Campo del Ghetto Nuovo, Cannaregio 2902/b, 30121 Venezia VE, Italy
Entra nel Campo del Ghetto Nuovo e fermati vicino ai pozzi, al centro. Intorno a te è tutto chiuso: canali su ogni lato, e case che salgono fino a sette, otto piani, i grattacieli di Venezia. Il 29 marzo 1516 il Senato decise che tutti gli ebrei della città dovessero abitare qui, su quest'isola, e da nessun'altra parte.
E la parola che oggi si usa in tutte le lingue del mondo... nasce in questo campo. Qui c'era il getto, la fonderia pubblica dove si gettava il metallo fuso. Si pensa che gli ebrei arrivati dalla Germania, gli ashkenaziti, pronunciassero quella g in modo duro: da getto a ghetto. Una parola veneziana, nata da un'officina, che sarebbe diventata il nome di ogni recinto per esclusi.
Le regole erano rigide. Al tramonto le porte si chiudevano, all'alba si riaprivano, e le guardie cristiane le pagava la comunità. Fuori di qui bisognava portare un segno di riconoscimento, prima giallo e poi rosso, sul cappello. Al piano terra c'erano i banchi di pegno, uno dei pochi mestieri permessi. E adesso alza gli occhi: tra le finestre, cerca file più grandi e regolari delle altre. Sono la Scola Grande Tedesca, la Scola Canton e la Scola Italiana, sinagoghe nascoste in cima alle case, invisibili da fuori.
Nel Seicento qui vivevano migliaia di persone: ebrei tedeschi, italiani, levantini, spagnoli e portoghesi, ognuno con la sua scola, la sua lingua, i suoi riti, stretti su un'isola minuscola. Le case potevano crescere solo verso l'alto, e i soffitti si abbassavano per guadagnare un piano. Poi, nel luglio 1797, caduta la Repubblica, i francesi fecero abbattere le porte del Ghetto e le bruciarono proprio qui, in mezzo al campo.
Prima di andare, avvicinati al muro accanto alla casa di riposo israelitica. I bassorilievi in bronzo di Arbit Blatas, artista nato in Lituania, ricordano la deportazione. Nel settembre 1943 il presidente della comunità, Giuseppe Jona, si tolse la vita pur di non consegnare l'elenco degli ebrei veneziani. Da dicembre cominciarono gli arresti, e nel 1944 portarono via perfino gli anziani della casa di riposo. Più di duecento furono deportati, e solo pochissimi tornarono. Leggi i nomi in silenzio. Poi esci dal ponte sul lato nord del campo: porta alla Fondamenta degli Ormesini.
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4. Fondamenta degli Ormesini: l'ora dell'ombra
Fondamenta degli Ormesini, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Sei sulla Fondamenta degli Ormesini: una lunga riva di pietra d'Istria lungo il rio, con le barche ormeggiate, i panni stesi tra le finestre e, all'ora giusta, gente in piedi con un bicchiere in mano che chiacchiera a voce alta. Dopo il silenzio del Ghetto, qui torna il rumore della vita di quartiere.
Il nome viene da ormesino, una seta leggera che, si dice, prendeva il nome da Hormuz, nel Golfo Persico. Venezia viveva di stoffe preziose, e in questa zona c'erano tessitori e tintori: le calli hanno tenuto i mestieri come cognomi. Più avanti la stessa riva cambia nome e diventa Fondamenta della Misericordia: per i ragazzi di Cannaregio, tutta insieme, è semplicemente il posto dove ci si vede la sera.
Questa è l'ora dell'ombra. Un'ombra, a Venezia, è un bicchiere di vino. La tradizione racconta che i venditori di vino in Piazza San Marco spostassero il banco seguendo l'ombra del campanile, per tenerlo fresco, e il nome è rimasto. Con l'ombra vanno i cicchetti: polpette, sarde in saor con cipolla e uvetta, baccalà mantecato su un crostino di polenta, mezzo uovo con l'acciuga. Si mangiano in piedi, si paga, si cambia bàcaro. E qui, a differenza di Rialto, intorno a te senti parlare veneziano.
Adesso guarda i gradini che scendono dalla fondamenta dentro l'acqua. In autunno, con l'acqua alta, la marea sale piano su quei gradini e poi esce sulla riva. Nel novembre 2019 arrivò a 187 centimetri, la seconda più alta mai misurata in città. Dall'ottobre 2020 le paratoie del MOSE si alzano dal fondo delle bocche di porto per fermare il mare, e i veneziani guardano le previsioni della marea come altrove si guarda il meteo.
Ma questa fondamenta allegra racconta anche un'altra cosa: nel 2022 il centro storico è sceso sotto i cinquantamila abitanti, e ogni casa che diventa affitto turistico è una finestra che si spegne. Per questo una sera agli Ormesini vale più di un museo. Ora attraversa il ponte sul rio verso nord e prosegui dritto, oltre il Rio della Sensa, fino a un campo tranquillo con una chiesa di mattoni: Sant'Alvise.
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5. Sant'Alvise: il sogno della figlia del doge
Campo Sant'Alvise, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Davanti a te c'è una facciata gotica di mattoni, semplice, quasi severa, con una piccola statua sopra il portale. Il campo è silenzioso, qualche bambino che gioca a pallone, un vecchio sulla panchina, e dietro le case senti già l'aria aperta della laguna. Siamo in fondo a Cannaregio, a Sant'Alvise, dove i gruppi turistici non arrivano quasi mai.
La storia di questa chiesa comincia con un sogno. Alla fine del Trecento Antonia Venier, figlia del doge Antonio Venier, raccontò di aver visto in sogno San Ludovico di Tolosa, che i veneziani chiamano Alvise, chiederle una chiesa. Il padre la accontentò, e nel 1388 qui nacquero la chiesa e un convento di monache. Dentro c'è ancora il barco, la galleria sospesa da cui le suore seguivano la messa senza essere viste dai fedeli.
Ma la sorpresa vera è dentro. È la Salita al Calvario di Giambattista Tiepolo, dipinta intorno al 1740: un telero enorme, con Cristo caduto sotto la croce in mezzo a soldati, cavalli, stendardi e una folla che sembra uscire dal quadro. Accanto ci sono due tele più piccole dello stesso Tiepolo, la Flagellazione e la Coronazione di spine. Pensa: uno dei più grandi pittori del Settecento europeo, in una chiesa di periferia dove spesso sei l'unico visitatore.
E poi ci sono le Barbarighe, piccole tavolette con storie della Bibbia dipinte con un'ingenuità quasi da fiaba. Nell'Ottocento John Ruskin, il critico inglese innamorato di Venezia, si convinse che fossero opere di Carpaccio da bambino. Gli studiosi oggi non sono d'accordo, e l'autore resta incerto... ma a molti veneziani piace ancora chiamarle i Carpaccini.
Prima di uscire guarda il soffitto: è piatto, ma i pittori lo hanno sfondato con architetture dipinte che sembrano salire verso il cielo, un trucco che a Venezia si chiama quadratura. Fuori, torna verso il Rio della Sensa e seguilo lungo le fondamenta verso est. In fondo vedrai spuntare un campanile con una cupola a bulbo, quasi orientale: è la chiesa di Tintoretto.
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6. Madonna dell'Orto: la chiesa di Tintoretto
Campo de la Madonna de l'Orto, Cannaregio 3520, 30121 Venezia VE, Italy
La facciata che hai davanti è una delle più belle del gotico veneziano: mattoni rosati, un grande rosone, un portale fiorito di marmo, e in alto, nelle nicchie, una fila di apostoli di pietra che sembrano affacciati al balcone a guardare chi arriva. Il campo davanti è lastricato a spina di pesce, e il campanile con la sua cupola a bulbo veglia su tutto.
La chiesa, nel Trecento, doveva chiamarsi San Cristoforo. Poi arrivò una statua della Madonna, che secondo la tradizione era stata scolpita per un'altra chiesa e rifiutata, e giaceva abbandonata in un orto qui vicino. La gente raccontava che di notte mandasse luce. I frati la portarono dentro, cominciarono i miracoli, e i veneziani ribattezzarono la chiesa a modo loro: Madonna dell'Orto.
Ma qui si viene per Tintoretto. Jacopo Robusti era figlio di un tintore di stoffe, da cui il soprannome, abitava a due passi e questa era la sua parrocchia. Ai lati dell'altare maggiore ci sono due tele gigantesche, alte più di quattordici metri: il Giudizio Universale, con un fiume di dannati che precipita, e l'Adorazione del vitello d'oro. Si racconta che le abbia offerte quasi al prezzo dei materiali, pur di dipingerle. I rivali lo accusavano di andare troppo veloce... lui rispondeva con la quantità e con la furia.
E lui è ancora qui. Tintoretto morì nel 1594 ed è sepolto in una cappella accanto al presbiterio, a pochi metri dalle sue tele. Cerca anche la Presentazione della Vergine al Tempio, con quella scalinata altissima e la bambina minuscola che sale da sola. Ma questa chiesa custodisce pure un vuoto: nel 1993 qualcuno rubò da un altare una Madonna col Bambino di Giovanni Bellini, che non è mai stata ritrovata.
Dopo l'acqua alta del 1966, la Madonna dell'Orto fu tra le prime chiese di Venezia a essere restaurate con fondi arrivati dall'estero, dall'Inghilterra. Quando esci, torna sulla fondamenta, attraversa il ponte sul rio e cerca a pochi passi un piccolo campo irregolare. Ti aspettano tre signori con il turbante... e un quarto con il naso di ferro.
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7. Campo dei Mori e sior Antonio Rioba
Campo dei Mori, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Guarda negli angoli delle case di questo piccolo campo: ci sono uomini di pietra murati nelle pareti, con turbanti, tuniche lunghe e facce consumate dal tempo. Uno porta un fagotto sulla spalla, come se fosse appena sceso da una nave. Sembrano lì da sempre, e in un certo senso è vero: i veneziani li salutano come vecchi vicini di casa.
La leggenda dice che sono i fratelli Mastelli, Rioba, Sandi e Afani, mercanti arrivati dalla Morea, il Peloponneso, nel 1112, carichi di ricchezze. Si costruirono un palazzo qui accanto, che riconosci dal lato del rio per un rilievo con un cammello carico di merci. Il nome del campo verrebbe da loro, i mori venuti dalla Morea... anche se c'è chi pensa semplicemente ai turbanti e ai mercanti d'Oriente che si vedevano ogni giorno a Venezia.
Ma la storia più amata è un'altra. Si racconta che i tre fratelli fossero avidi e imbroglioni, e che un giorno vendettero stoffa cattiva a una donna devota, a caro prezzo. Lei invocò il cielo, e i mercanti rimasero di pietra, con il denaro ancora in mano. Da allora stanno qui, condannati a guardare i passanti per sempre.
Adesso cerca, all'angolo con la fondamenta, quello con il naso di ferro: è sior Antonio Rioba. Il naso di pietra si era consumato e gli hanno messo una protesi di metallo, che i passanti strofinano per fortuna. Nei secoli, sotto di lui, comparivano versi satirici contro i potenti, firmati col suo nome, come succedeva a Roma con Pasquino. Un uomo di pietra che faceva l'opinionista... molto veneziano.
Ora fai pochi passi lungo la Fondamenta dei Mori e cerca il numero 3399: una lapide ricorda che qui abitò Tintoretto, e qui morì nel 1594. Dalle sue finestre vedeva la sua chiesa. Da qui, segui le fondamenta verso sud-est, attraversa il rio e raggiungi la Fondamenta della Misericordia: cerca un enorme edificio di mattoni nudi, come un palazzo rimasto in mutande.
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8. Scuola Grande della Misericordia
Fondamenta della Misericordia, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Davanti a te si alza un gigante di mattoni nudi, con le finestre enormi e la facciata scabra, senza un filo di marmo. Non è un magazzino e non è un palazzo in rovina: è la Scuola Grande della Misericordia, uno degli edifici più grandi di Venezia, rimasto così, incompiuto, da più di quattrocento anni.
Le Scuole Grandi erano confraternite di laici, ricchissime e potentissime. Assistevano i poveri e gli ammalati, davano la dote alle ragazze senza soldi, accompagnavano i confratelli alla sepoltura, e intanto facevano a gara tra loro a chi avesse la sede più splendida. Nel 1532 la Misericordia affidò il progetto della nuova sede a Jacopo Sansovino, l'architetto della Libreria di San Marco. I lavori si trascinarono per decenni, i soldi finirono, e la facciata in marmo non fu mai montata.
Poco più in là, oltre un ponticello, c'è la Scuola Vecchia della Misericordia, gotica, con la chiesa dell'Abbazia e il suo piccolo campo affacciato sull'acqua. È uno degli angoli più silenziosi della città, e mettere le due scuole una accanto all'altra è come vedere la stessa confraternita prima e dopo il successo.
Dentro, la Misericordia ha un salone immenso senza colonne. E nel Novecento a quel salone toccò un destino che nessun confratello avrebbe immaginato: per decenni fu una palestra, e ci giocava la Reyer, la squadra di basket di Venezia. Immagina i tifosi sugli spalti, i palleggi e i fischi rimbombare sotto un soffitto del Cinquecento. Dopo un lungo restauro, oggi l'edificio ospita mostre ed eventi.
Napoleone, all'inizio dell'Ottocento, sciolse quasi tutte le confraternite e ne disperse i tesori, e molte scuole finirono caserme, depositi, uffici. Questa è sopravvissuta, ma nuda. Ora prendi le calli verso sud, in direzione della Strada Nova: in pochi minuti sbuchi in Campo Santa Fosca, dove un frate di bronzo, al centro del campo, aspetta da più di un secolo.
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9. Campo Santa Fosca e Paolo Sarpi
Campo Santa Fosca, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Al centro di Campo Santa Fosca c'è un frate di bronzo in tonaca, con il volto magro e lo sguardo severo: è Paolo Sarpi. Intorno a lui, la chiesetta di Santa Fosca con il suo campanile, il ponte sul rio, e la gente che taglia il campo di corsa verso la Strada Nova. Quasi nessuno alza gli occhi... eppure questo frate ha sfidato un Papa.
Nel 1606 Papa Paolo V lanciò l'interdetto contro Venezia: niente messe, niente sacramenti, per tutta la città, perché la Repubblica pretendeva di giudicare i preti nei suoi tribunali e di limitare i beni della Chiesa. Venezia rispose con una calma glaciale: ordinò ai preti di continuare a celebrare, ed espulse chi obbediva al Papa, a cominciare dai Gesuiti. A guidare la difesa giuridica della Serenissima c'era lui, fra Paolo, frate servita e consultore teologo della Repubblica.
La sera del 5 ottobre 1607, vicino a questo ponte, alcuni sicari lo aggredirono con lo stiletto e lo colpirono più volte, anche al volto. Sarpi sopravvisse. E si racconta che, guarendo, abbia commentato con una battuta in latino: riconosco lo stile della Curia romana. Il gioco di parole è tra stile e stilo, la lama... vera o inventata, la frase ha fatto il giro d'Europa.
Sarpi non era solo un polemista. Era un uomo di scienza, curioso di ottica e di anatomia, amico e corrispondente di Galileo negli anni in cui Galileo insegnava a Padova. Scrisse una storia del Concilio di Trento così critica che dovette uscire all'estero, sotto pseudonimo. La statua arrivò solo nel 1892, nell'Italia unita, quando ricordare un frate che aveva tenuto testa a Roma era diventato anche una presa di posizione.
Adesso esci dal campo verso est e imbocca la Strada Nova, larga e dritta, piena di negozi e di gente. Per Venezia è quasi un'autostrada: fu aperta dopo l'Unità, intorno al 1871, sventrando case e cortili per collegare in fretta la stazione con Rialto. Seguila fino in fondo, finché si allarga in un campo dominato da un campanile alto: Santi Apostoli.
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10. Santi Apostoli: la cappella Corner e il doge senza volto
Campo Santi Apostoli, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Sei in Campo Santi Apostoli, uno degli incroci più trafficati di Cannaregio: da una parte arriva la Strada Nova, dall'altra si va verso Rialto, e in mezzo tutti corrono. Fermati invece, e alza gli occhi sul campanile, che domina il campo dalla fine del Seicento.
La leggenda della fondazione è delle più antiche della laguna. Si racconta che San Magno, vescovo in fuga dai barbari della terraferma, vide in sogno i dodici apostoli. Gli dissero di costruire una chiesa nel luogo dove avrebbe trovato dodici gru riunite. Le gru le trovò, dice la storia, proprio su queste barene, e così nacque la chiesa dei Santi Apostoli.
Entra e cerca, sulla destra, la cappella Corner: un piccolo gioiello del primo Rinascimento, con le tombe della famiglia Corner. Sull'altare c'è la Comunione di Santa Lucia di Giambattista Tiepolo, dipinta verso la metà del Settecento: la santa, pallida, riceve l'ultima comunione, e il suo piattino con gli occhi sta lì, in primo piano, quasi con discrezione. In questa cappella fu sepolta all'inizio anche Caterina Cornaro, la regina di Cipro, prima di essere trasferita in un'altra chiesa.
Adesso esci e guarda il palazzo gotico oltre il ponte sul rio: la tradizione lo indica come la casa di Marino Falier. Doge per pochi mesi, nel 1355 fu scoperto a complottare contro la Repubblica che governava, per farsi signore di Venezia. Fu decapitato, e nella sala del Maggior Consiglio, dove ci sono i ritratti di tutti i dogi, al posto del suo volto c'è ancora oggi un drappo nero. Venezia non perdonava, e soprattutto non dimenticava.
Una regina, un doge senza volto, una santa pallida: in pochi metri quadrati, questo campo tiene insieme mezzo millennio di potere veneziano. Ora attraversa il ponte verso est, segui la salizada di San Canciano fino al suo campo e prosegui verso est per pochi passi. Dietro l'angolo ti aspetta una chiesa che sembra uno scrigno di marmo appoggiato sull'acqua.
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11. Santa Maria dei Miracoli: lo scrigno di marmo
Campo dei Miracoli, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Eccola, guarda come si specchia nel rio: una chiesa piccola, tutta rivestita di marmi colorati, lastre rosa, grigie, venate di verde, tondi di porfido, come un cofanetto per gioielli poggiato direttamente sull'acqua. Un fianco intero scende nel canale, e quando passa una barca il riflesso dei marmi trema.
Tutto cominciò con un'immagine della Madonna dipinta all'inizio del Quattrocento e appesa a un capitello, una di quelle edicole che a Venezia trovi agli angoli delle calli. Intorno al 1480 si cominciò a parlare di miracoli, la gente arrivava in folla e le offerte crebbero tanto che si decise di costruire una chiesa intera per quell'immagine. Il cantiere andò all'architetto Pietro Lombardo, aiutato dai figli Tullio e Antonio, e la chiesa fu finita in pochi anni, entro il 1489.
Entra, se puoi: dentro l'effetto è ancora più forte. Il soffitto è una volta a botte divisa in una cinquantina di riquadri con profeti e patriarchi che ti guardano dall'alto. L'altare sta in alto, sopra una scalinata, e le balaustre dei Lombardo sono scolpite con sirene, putti e foglie, così fini che il marmo sembra cera. Non c'è un quadro gigante, non c'è un nome famoso da spuntare: c'è l'insieme, perfetto.
I veneziani la chiamano la chiesa dei matrimoni, e non è difficile capire perché. Ma tanta bellezza ha un nemico: il sale. L'acqua del rio risale nei muri e il sale cristallizza dietro le lastre, spingendole via. Alla fine del Novecento la chiesa è rimasta chiusa per circa dieci anni di restauro: i marmi sono stati smontati uno per uno, puliti e rimontati.
È la storia di tutta Venezia in miniatura: una città costruita sull'acqua, che dall'acqua è insieme cullata e consumata. Ora prendi le calli verso nord, in direzione della laguna aperta. Dopo qualche minuto sbuchi in un campo lungo, davanti a una facciata barocca piena di statue: la chiesa dei Gesuiti, che ci riporta alla storia di Paolo Sarpi.
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12. I Gesuiti e le Fondamente Nove
Campo dei Gesuiti, Cannaregio, 30121 Venezia VE, Italy
Davanti a te c'è una facciata barocca carica di statue, con angeli e santi che si sporgono dal cornicione come per vedere chi arriva. È Santa Maria Assunta, ma per tutti a Venezia è semplicemente i Gesuiti. Se la porta è aperta, entra: ti aspetta uno degli interni più sorprendenti della città.
Ricordi Paolo Sarpi e l'interdetto? Nel 1606, quando il Papa colpì Venezia, i Gesuiti si schierarono con Roma, e la Repubblica li cacciò. Rimasero fuori per mezzo secolo. Tornarono solo nel 1657, comprarono la vecchia chiesa dei Crociferi e all'inizio del Settecento la ricostruirono da capo, come se volessero farsi perdonare con lo splendore.
E splendore è. Guarda le pareti e il pulpito: sembrano coperti da drappi di damasco bianco e verde, con le pieghe che ricadono morbide come stoffa vera. Avvicinati... è tutto marmo, intarsiato pezzo per pezzo per imitare una tappezzeria. Poi cerca, a sinistra entrando, il Martirio di San Lorenzo di Tiziano: una scena notturna, fiaccole, fumo, il corpo del santo sulla graticola che brilla nel buio. Tiziano era già anziano, e la sua pittura qui diventa quasi solo luce e ombra.
Esci adesso e fai pochi passi verso nord, fino alle Fondamente Nove. Davanti a te si apre la laguna, e a poche centinaia di metri c'è un'isola circondata da mura di mattoni rossi e cipressi: San Michele, il cimitero di Venezia dall'epoca napoleonica. Lì riposano Igor Stravinskij, Sergej Djagilev, Ezra Pound. E più in là, nelle giornate limpide, vedi Murano, e dietro ancora le montagne.
Hai attraversato tutto Cannaregio: dal ponte dove si entrava dalla terraferma alle scole del Ghetto, dall'ombra sugli Ormesini alla parrocchia di Tintoretto, dai mercanti di pietra al frate che sfidò il Papa. Non è la Venezia delle cartoline, è quella dove la gente vive ancora, fa la spesa e si saluta da una riva all'altra. Resta un momento qui, sulle fondamenta, a guardare l'acqua: la passeggiata finisce, la città no.