Roma segreta: Pasquino, le statue parlanti e i vicoli del Rinascimento

Dalla Torre della Scimmia alla galleria che inganna l'occhio di Borromini: banchieri, papi, piene del Tevere e satire anonime nei rioni Ponte, Parione e Regola

Rome · 12 stops · 29 min audio · Generated

  1. 1. Torre della Scimmia: la lampada che non si spegne mai

    Via dei Portoghesi, 00186 Roma RM, Italy

    Fermati all'incrocio di Via dei Portoghesi e alza lo sguardo verso quella torre medievale squadrata, stretta tra i palazzi come un dito puntato verso il cielo. In cima, sotto i merli, c'è una piccola statua della Madonna e davanti a lei una lampada accesa. Accesa di giorno e di notte. Il perché è una delle leggende più strane di tutta Roma.

    Nel Medioevo le famiglie potenti si costruivano case fortificate per difendersi dai vicini, e la città era una selva di torri. Quasi tutte sono state mozzate, inglobate, dimenticate. Questa no. E i romani non la chiamano col nome di chi l'ha costruita: per tutti è la Torre della Scimmia.

    Si racconta che nel palazzo vivesse una famiglia che teneva in casa una scimmia addomesticata. Un giorno l'animale afferrò il neonato dalla culla e, saltando da una finestra all'altra, s'arrampicò fino in cima alla torre. Il padre era impietrito: qualsiasi gesto poteva far cadere il bambino nel vuoto. Allora s'inginocchiò e fece un voto alla Madonna... se il figlio si fosse salvato, lassù avrebbe fatto ardere una lampada per sempre. La scimmia, bella tranquilla, ridiscese lungo il muro e rimise il piccolo tra le braccia del padre.

    A rendere famosa questa storia nel mondo è stato uno scrittore americano, Nathaniel Hawthorne. Nel suo romanzo Il fauno di marmo, uscito nel 1860, fa abitare proprio in questa torre una giovane pittrice, Hilda, che ogni sera accende la lampada della Madonna e dà da mangiare ai piccioni. Per decenni i viaggiatori inglesi e americani sono venuti fin qui col libro sottobraccio, a cercare la finestra di Hilda. E la lampada, ancora oggi, qualcuno continua ad accenderla, come se quel voto non fosse mai scaduto.

    Guardati attorno: la chiesa accanto è Sant'Antonio dei Portoghesi, e già il nome ti dice che questa era una Roma di stranieri, pellegrini e mercanti, gente arrivata da lontano per restare. Da qui comincia una città di vicoli che i turisti attraversano di corsa, col naso sul telefono. Noi andiamo piano. Scendi verso sud-ovest tra i vicoli, verso Via della Pace, e cerca un piccolo portico semicircolare nascosto in fondo a una stradina.

  2. 2. Santa Maria della Pace e il chiostro di Bramante

    Arco della Pace 5, 00186 Roma RM, Italy

    Eccola, in fondo al vicolo: una facciata che sembra un palcoscenico, con un portico a semicerchio sporgente e le case attorno disposte come i palchi di un teatro. Non è un caso. Pietro da Cortona la ridisegnò intorno al 1656 proprio così, per papa Alessandro VII, perché le carrozze dei nobili avessero dove girare e la chiesa avesse il suo pubblico.

    Ma la storia comincia con un gesto di rabbia. La tradizione racconta che qui, sotto un portico, c'era un'immagine della Madonna, e che un uomo, dopo aver perso al gioco, le scagliò contro una pietra. L'immagine, dicono, sanguinò. Papa Sisto IV, alle prese con una guerra, fece voto: se fosse tornata la pace, avrebbe costruito una chiesa. E la chiamò proprio così, Santa Maria della Pace.

    Ora entra con la fantasia, o con i piedi se il chiostro è aperto. Bramante era arrivato a Roma da Milano dopo la caduta di Ludovico il Moro, e qui accanto c'è il suo primo lavoro romano, il chiostro costruito tra il 1500 e il 1504 per il cardinale Oliviero Carafa. Due piani di arcate perfette, misurate, calme... è il Rinascimento che arriva a Roma, pochi anni prima che lo stesso Bramante disegni la nuova basilica di San Pietro.

    E dentro la chiesa, sopra un arco, ci sono le Sibille di Raffaello, dipinte intorno al 1514 per il banchiere senese Agostino Chigi, l'uomo più ricco della Roma di allora. Quattro profetesse dell'antichità con angeli che reggono cartigli, e dentro quelle figure c'è tutto quello che Raffaello aveva appena visto di Michelangelo sulla volta della Sistina.

    Tieni a mente il nome di quel cardinale, Carafa. Lo ritroveremo più avanti, all'angolo di una piazza, legato a una statua senza naso che da cinquecento anni prende in giro i potenti. Adesso torna un po' verso nord, raggiungi Via dei Coronari e percorrila verso ovest: è la strada lunga e dritta che puntava verso San Pietro.

  3. 3. Via dei Coronari: la strada dei rosari

    Piazza di San Salvatore in Lauro, 00186 Roma RM, Italy

    Cammina lentamente lungo questa via lastricata di sampietrini, stretta e diritta come un righello, con le vetrine degli antiquari piene di cornici dorate, specchi e poltrone che hanno visto passare tre secoli. Ora immagina la stessa strada senza vetrine, ma piena di gente a piedi, polvere e voci in dieci lingue diverse.

    Questa era una delle strade dei pellegrini. Chi arrivava a Roma per il Giubileo passava di qui per raggiungere Ponte Sant'Angelo e poi San Pietro. E lungo il cammino c'erano loro, i coronari: i venditori di corone del rosario, di medagliette e immagini sacre. La via ha preso il nome dal loro mestiere, come succede in tutta Roma, dove i vicoli si chiamano ancora come le botteghe che non ci sono più.

    La strada è dritta per una ragione precisa. Nel Medioevo questo era un groviglio, e i papi del Rinascimento vollero vie larghe e rettilinee per far scorrere le folle dei pellegrini. Non era solo estetica, era sicurezza... Nel Giubileo del 1450, sul ponte qui vicino, la calca dei fedeli provocò una strage: le cronache parlano di più di cento persone schiacciate o finite nel fiume.

    La piazzetta dove ti trovi è quella di San Salvatore in Lauro, la chiesa dei marchigiani di Roma, con il suo chiostro silenzioso. E poco più avanti, all'angolo con il Vicolo del Curato, alza gli occhi: c'è un'edicola rinascimentale, la cosiddetta Immagine di Ponte, una cornice architettonica elegante con un affresco della Madonna ormai quasi svanito, che alcuni studiosi attribuiscono a Perin del Vaga. Una cappella in miniatura, appesa a un palazzo, per i passanti.

    Da secoli gli antiquari di questa strada fanno a gara a chi trova il pezzo più raro, e ogni tanto la via si trasforma in un'unica grande mostra. Ma il pezzo più antico resta la strada stessa. Seguila fino in fondo, verso il fiume, poi gira a sinistra in Via del Banco di Santo Spirito e cerca, sul lato della strada, un passaggio a volta.

  4. 4. Arco dei Banchi: la piena del 1277

    Via dell'Arco dei Banchi, 00186 Roma RM, Italy

    Infilati sotto questo arco buio, un passaggio coperto che taglia il palazzo come una galleria, e lascia che gli occhi si abituino alla penombra. Sulla parete c'è un'immagine della Madonna con i suoi lumini. E poco distante, quasi invisibile, una piccola lapide di marmo con una scritta in latino.

    Quella lapide dice, più o meno: fin qui arrivò il Tevere, ma torbido se ne andò presto. E porta una data: 1277. È considerata la più antica targa di piena del Tevere che si conservi a Roma. Pensaci: oltre settecento anni fa qualcuno ha preso uno scalpello per dire ai posteri... attenzione, l'acqua è arrivata fino a qui.

    Il fiume, per Roma, è sempre stato un vicino affascinante e pericoloso. Le piene entravano nelle case, nelle chiese, nelle botteghe. Quella del Natale del 1598 fu la peggiore di tutte: si portò via mezzo Ponte Emilio, che da allora i romani chiamano Ponte Rotto, e in giro per il centro troverai altre lapidi, sempre più alte, che la ricordano. Solo dopo l'alluvione del 1870, appena Roma era diventata capitale d'Italia, si decise di costruire i grandi muraglioni bianchi che oggi chiudono il Tevere come un canale.

    E perché si chiama Arco dei Banchi? Perché siamo nel cuore della finanza del Rinascimento. In questo quartiere avevano i loro banchi i banchieri toscani, fiorentini e senesi, che prestavano soldi a papi, cardinali e re. In questa zona lavorava anche Agostino Chigi, quello delle Sibille di Raffaello. E qui accanto, all'inizio del Seicento, papa Paolo V fondò il Banco di Santo Spirito, che ha dato il nome alla strada.

    Nella Roma di allora, Ponte era il rione dove si incrociavano soldi, pellegrini e cortigiane, a due passi dal Vaticano e lontano dagli occhi del papa quanto bastava. Un posto da affari, e non sempre puliti. Ora esci dall'arco e scendi verso il fiume, fino alla grande facciata bianca che chiude in fondo la strada: è la chiesa dei banchieri fiorentini.

  5. 5. San Giovanni dei Fiorentini: la chiesa dei banchieri

    Via Acciaioli 2, 00186 Roma RM, Italy

    Davanti a te, in fondo alla piazza, si alza una grande facciata di travertino, alta e solenne, che chiude Via Giulia verso il fiume come il sipario di un teatro. È San Giovanni dei Fiorentini, la chiesa della comunità toscana di Roma... quella dei banchieri che hai appena incontrato sotto l'Arco dei Banchi.

    La volle all'inizio del Cinquecento papa Leone X, un Medici, fiorentino fino al midollo. Per il progetto ci fu una vera gara tra i più grandi del tempo: presentarono disegni anche Raffaello e Antonio da Sangallo, e vinse Jacopo Sansovino. Decenni dopo perfino Michelangelo, ormai vecchio, ne disegnò una versione tutta sua. Il cantiere andò avanti per più di un secolo, e la facciata che vedi arrivò solo nel 1734, firmata da Alessandro Galilei.

    Il quartiere attorno era la piccola Firenze di Roma. Banchieri, mercanti, orefici, scultori toscani: avevano qui le case, le botteghe, le confraternite, la loro nazione, come si diceva allora. Parlavano fiorentino, mangiavano alla fiorentina, e prestavano denaro a mezza Europa. Quando un fiorentino moriva a Roma, era in questa chiesa che voleva riposare.

    E infatti, sotto il pavimento della chiesa, c'è una tomba che quasi nessuno nota. Lì riposa Carlo Maderno, l'architetto della facciata di San Pietro. E accanto a lui, nel 1667, fu sepolto il suo giovane parente e allievo, Francesco Borromini, il genio più tormentato del Barocco romano, morto suicida. Nessun monumento, nessuna statua: solo un posto accanto al maestro, nella chiesa dove aveva lavorato per la famiglia Falconieri.

    Guarda Via Giulia che parte da qui verso sud, dritta come una lama: la ritroveremo più avanti, e capirai perché è così diversa da tutte le altre. Prima però facciamo una deviazione nel mondo del denaro e del potere. Lascia la piazza verso est e imbocca Via dei Banchi Vecchi: andiamo a trovare il palazzo di un cardinale accusato di essersi comprato il papato.

  6. 6. Via dei Banchi Vecchi e il palazzo dei Borgia

    Via dei Banchi Vecchi, 00186 Roma RM, Italy

    Percorri Via dei Banchi Vecchi e osserva quel lungo palazzo severo sul lato della strada, con un cortile che si intravede dal portone. Oggi si chiama Palazzo Sforza Cesarini. Ma alla fine del Quattrocento tutti a Roma sapevano di chi era: del cardinale Rodrigo Borgia.

    Rodrigo Borgia era spagnolo, nipote di un papa, e per più di trent'anni fu vicecancelliere della Chiesa, uno degli uffici più ricchi della curia. Qui si fece costruire una residenza degna di un re, tanto che il palazzo veniva chiamato la Cancelleria Vecchia. Feste, arazzi, ospiti illustri... e una famiglia che a un cardinale non sarebbe stata permessa, con figli come Cesare e Lucrezia.

    Nell'estate del 1492 muore papa Innocenzo VIII e si apre il conclave. L'11 agosto Rodrigo Borgia esce eletto, e prende il nome di Alessandro VI. Le malelingue dell'epoca dissero subito che i voti li aveva comprati. Uno dei suoi grandi elettori fu il cardinale Ascanio Sforza... e guarda caso, subito dopo, il palazzo di Via dei Banchi Vecchi passò proprio a lui. Da qui, col tempo, il nome Sforza Cesarini.

    Era l'epoca in cui il papa era anche un principe, con eserciti, alleanze e intrighi da corte rinascimentale. Il pontificato di Alessandro VI è diventato il simbolo di tutto questo, tra leggende di veleni, la fama terribile di Cesare Borgia e il rogo di Girolamo Savonarola a Firenze nel 1498, il frate che aveva osato attaccarlo. Molte storie sono state esagerate dai nemici, ma la sostanza era quella.

    Il nome della strada ti racconta il resto. Banchi Vecchi, perché i banchieri stavano qui prima di spostarsi più vicino al ponte, nei Banchi Nuovi. Oggi è una via di botteghe, restauratori e piccoli laboratori, molto più tranquilla di allora. Prosegui verso est, raggiungi Corso Vittorio Emanuele e sbuca sulla piazza della Chiesa Nuova, davanti alla grande facciata bianca. Lì ci aspetta un santo che faceva ridere Roma.

  7. 7. Chiesa Nuova e l'Oratorio di Borromini

    Piazza della Chiesa Nuova, 00186 Roma RM, Italy

    Mettiti al centro della piazza e guarda le due facciate una accanto all'altra. A destra la chiesa, bianca, solenne, classica. A sinistra una facciata di mattoni che si piega verso di te, concava, come se il muro avesse deciso di respirare.

    La chiesa è Santa Maria in Vallicella, che i romani chiamano da sempre Chiesa Nuova. Papa Gregorio XIII la affidò nel 1575 a un prete fiorentino che tutta Roma adorava: Filippo Neri, per la gente semplicemente Pippo bono. Neri faceva scherzi ai cardinali, si radeva mezza barba per non farsi prendere troppo sul serio, giocava coi ragazzini di strada. E ai ragazzi ripeteva una frase che è rimasta proverbiale: state buoni, se potete. Morì nel 1595 e fu proclamato santo nel 1622, nello stesso giorno di Ignazio di Loyola e Teresa d'Avila.

    Dentro, sopra l'altare maggiore, ci sono tre dipinti di Rubens. Il giovane fiammingo aveva consegnato una prima tela, ma la luce della chiesa ci batteva sopra e la rendeva illeggibile. Così la rifece dipingendo su lastre di ardesia, che non riflettono. E al centro c'è un trucco: nei giorni di festa la pala si abbassa e rivela un'antica immagine miracolosa della Madonna.

    Ora torna a quella facciata di mattoni. È l'Oratorio dei Filippini, di Francesco Borromini, costruito a partire dal 1637. Borromini stesso spiegava che quella curva era come un corpo con le braccia aperte, pronto ad accogliere chi entra. E là dentro i filippini radunavano la gente per pregare, ascoltare prediche e soprattutto musica... tanto che il genere musicale dell'oratorio, quello che poi farà grande Händel, prende il nome proprio da questo tipo di sala.

    Gira l'angolo a sinistra e alza lo sguardo: sopra il convento spunta la Torre dell'Orologio, sempre di Borromini, con le sue curve e il suo quadrante. Prendila come la tua bussola. Sotto la torre comincia Via del Governo Vecchio, la strada che porta dritta da Pasquino. Seguila.

  8. 8. Via del Governo Vecchio e Palazzo Nardini

    Via del Governo Vecchio 39, 00186 Roma RM, Italy

    Cammina lungo Via del Governo Vecchio e fermati davanti al palazzo con il grande portale di marmo, tra una bottega di abiti usati e una trattoria. È Palazzo Nardini, e la sua facciata quattrocentesca è una delle poche di quell'epoca rimaste così leggibili a Roma.

    Il nome della strada sembra uno scherzo, Governo Vecchio, ma è letterale. Il palazzo fu costruito negli anni Settanta del Quattrocento dal cardinale Stefano Nardini, e poi per molto tempo fu la sede del governatore di Roma, il magistrato che amministrava la giustizia e l'ordine in città per conto del papa. Quando nel Settecento il governatore traslocò a Palazzo Madama, la gente continuò a chiamare questa la via del governo... vecchio.

    Ma prima ancora questa strada aveva un altro ruolo. Faceva parte della Via Papalis, il percorso solenne della cavalcata del possesso. Ogni nuovo papa, dopo l'elezione, andava a cavallo da San Pietro fino a San Giovanni in Laterano, la sua cattedrale, per prendere possesso della città. Il corteo attraversava Ponte Sant'Angelo, i Banchi, questa strada, poi saliva al Campidoglio e scendeva per il Foro fino al Laterano. Archi trionfali di legno, arazzi alle finestre, monete lanciate alla folla, e i cardinali in fila... tutto passava sotto queste finestre.

    Oggi la processione è un'altra. Via del Governo Vecchio è la via del vintage romano, delle giacche di pelle d'altri tempi, delle librerie con i libri accatastati fino al soffitto e delle osterie dove si mangia gomito a gomito. I romani ci vengono a cercare quello che il centro turistico ha perso: un po' di vita di quartiere.

    Guarda i portoni, i cortili, le date sugli architravi. Qui ogni palazzo è stato tante cose: residenza di un cardinale, ufficio, carcere, convento, appartamento. Roma non butta via niente, ricicla tutto, anche le sue strade. Prosegui verso est fino a una piccola piazza triangolare. All'angolo ti aspetta il cittadino più chiacchierone di Roma... e non ha nemmeno le braccia.

  9. 9. Pasquino: la statua che parla

    Piazza di Pasquino, 00186 Roma RM, Italy

    Avvicinati a quel blocco di marmo consumato, appoggiato all'angolo del palazzo: un torso senza braccia, una testa senza naso, quasi senza faccia. Sembra un rottame. Eppure è la statua più chiacchierona di Roma. Si chiama Pasquino, e guarda bene la base... spesso ci troverai attaccato un foglio.

    È un frammento di un gruppo ellenistico, probabilmente Menelao che sorregge il corpo di Patroclo, un eroe che salva un amico morto. Fu ritrovato nel 1501 durante dei lavori qui intorno, e il cardinale Oliviero Carafa, quello del chiostro di Bramante, lo fece sistemare all'angolo del palazzo dove abitava. Oggi sta appoggiato al fianco di Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma. Il nome? La tradizione parla di un Pasquino del quartiere, sarto o barbiere o maestro, famoso per la lingua tagliente.

    Nel giro di pochi anni, di notte, i romani cominciarono ad appendere al collo della statua versi satirici, anonimi, contro il papa, i cardinali, i nipoti arricchiti. Nacquero così le pasquinate. Quando Olimpia Maidalchini, la cognata di papa Innocenzo X, comandava più del papa, Pasquino giocò col suo nome: Olim pia, nunc impia. Una volta pia, adesso empia.

    Si racconta che papa Adriano VI, esasperato, volesse buttarlo nel Tevere. Qualcuno gli avrebbe risposto che sarebbe stato inutile: Pasquino, anche sott'acqua, avrebbe gracidato come le rane, più forte di prima. E infatti Pasquino non era solo. Aveva amici con cui dialogava da una parte all'altra della città: Marforio, Madama Lucrezia, l'Abate Luigi, il Facchino, il Babuino. Insieme formavano quello che i romani chiamavano il Congresso degli Arguti.

    Pensaci: per secoli, in una città dove criticare il papa-re poteva costarti la galera, la libertà di parola aveva un indirizzo preciso, questo angolo. E ancora oggi c'è chi viene qui a lasciare un biglietto contro il governo o il sindaco. Ora attraversa Corso Vittorio Emanuele e infilati nei vicoli verso il fiume, fino a Via Giulia, la strada più nobile del Rinascimento.

  10. 10. Via Giulia: i sofà di Bramante e le Carceri Nuove

    Via Giulia 52, 00186 Roma RM, Italy

    Eccoti di nuovo in Via Giulia, stavolta a metà strada: guarda lungo la via, in un senso e nell'altro. Quasi un chilometro di linea retta, palazzi nobili, chiese, nessun negozio chiassoso. In una città fatta di curve e di vicoli, questa via sembra disegnata con la squadra. Ed è esattamente così.

    La volle papa Giulio II, Giuliano della Rovere, il papa guerriero, quello che commissionò a Michelangelo la volta della Sistina. Intorno al 1508 affidò il progetto a Donato Bramante. L'idea era grandiosa: una strada dritta che collegasse i quartieri lungo il fiume, e al centro un enorme Palazzo dei Tribunali, dove riunire tutti gli uffici della giustizia di Roma.

    Il palazzo non fu mai finito. Il papa morì nel 1513, i soldi finirono, e del grande progetto restarono solo le fondamenta e alcuni enormi blocchi di travertino bugnato alla base delle case, poco più a nord. Sono così grandi e comodi che i romani li hanno ribattezzati con ironia i sofà di Via Giulia. Siediti pure, se vuoi: stai poggiando le gambe su un sogno di Bramante.

    La giustizia però in Via Giulia ci arrivò lo stesso. Davanti a te c'è un palazzo dalla facciata severa: sono le Carceri Nuove, che papa Innocenzo X fece costruire nel 1655. L'iscrizione parla di una custodia dei detenuti più sicura e più mite, ed erano considerate tra le prigioni più moderne d'Europa, con celle separate al posto dei vecchi stanzoni dove tutti erano ammassati. Per secoli, per i romani, finire in Via Giulia voleva dire una cosa sola.

    Strano destino, quello di questa strada: progettata come il salotto del papa, è diventata la via dei tribunali, delle prigioni e insieme dei palazzi più eleganti di Roma. La sera, quando si accendono i lampioni, sembra di camminare dentro un'incisione antica. Prosegui verso sud lungo Via Giulia, finché non vedrai un arco coperto d'edera e una faccia di pietra che sputa acqua.

  11. 11. Fontana del Mascherone e Arco Farnese

    Via Giulia, angolo Via del Mascherone, 00186 Roma RM, Italy

    Fermati davanti a quella faccia di marmo enorme, con la bocca spalancata da cui scende un filo d'acqua in una vasca di granito. È il Mascherone, e ha un'aria un po' stupita, come se avesse appena visto passare qualcosa di incredibile. Forse è perché, secondo i romani, un giorno ha sputato vino.

    La fontana fu sistemata qui nel 1626 riutilizzando pezzi antichi: la grande maschera di marmo viene dalla Roma dei Cesari. I Farnese, padroni del gigantesco palazzo alle tue spalle, volevano che la loro strada avesse un ornamento degno. Ed ecco la leggenda: si racconta che nel 1720, per una grande festa, il Mascherone versò vino invece d'acqua per tre giorni di fila. Immagina la fila dei romani col bicchiere in mano.

    Ora alza gli occhi verso l'arco che scavalca Via Giulia, coperto di edera e di glicine. È l'Arco Farnese, ed è l'unico pezzo realizzato di un progetto folle, attribuito a Michelangelo: un passaggio privato che dal Palazzo Farnese doveva attraversare la strada e poi il Tevere con un ponte, fino ai giardini dall'altra parte del fiume, dove più tardi i Farnese compreranno la villa di Agostino Chigi, che da allora si chiama Farnesina. Un cardinale che va in giardino senza mai mettere piede in strada... Il ponte non si fece mai, ed è rimasto solo l'arco.

    Accanto all'arco c'è una chiesa dalla facciata inquietante, decorata con teschi alati: Santa Maria dell'Orazione e Morte. Apparteneva a una confraternita nata nel Cinquecento con un compito pietoso e terribile: recuperare e seppellire i morti senza nome trovati nelle campagne o restituiti dal fiume. Sotto la chiesa c'è una cripta decorata con ossa, e una cassetta per le elemosine dove è scritto che sono per i poveri morti.

    Vino e teschi, feste e sepolture, a pochi metri di distanza: questa è Roma, che non ha mai separato la vita dalla morte. Ora lascia Via Giulia, passa accanto a Palazzo Farnese e raggiungi Piazza Capo di Ferro, una piccola piazza con una facciata coperta di statue di stucco. Ultima tappa: un inganno firmato Borromini.

  12. 12. Palazzo Spada e la prospettiva di Borromini

    Piazza Capo di Ferro 13, 00186 Roma RM, Italy

    Guarda la facciata di questo palazzo: è un museo all'aperto, coperta di stucchi, ghirlande, iscrizioni e statue di eroi dell'antica Roma che ti fissano dalle nicchie. Nel Cinquecento era la casa del cardinale Girolamo Capodiferro, e la piazza ne porta ancora il nome. Ma il motivo per cui la gente viene fin qui è dentro, nel cortile, e dura pochi metri.

    Nel 1632 il palazzo fu comprato dal cardinale Bernardino Spada, uomo colto, appassionato d'arte e di scienza. Una ventina d'anni dopo chiamò Francesco Borromini, insieme a un matematico, il frate agostiniano Giovanni Maria da Bitonto, per un esperimento: costruire una galleria che sembrasse lunghissima in uno spazio minuscolo.

    Il risultato ti lascia a bocca aperta. Guardi attraverso il colonnato e vedi un lungo corridoio di colonne, in fondo un giardino luminoso e una statua a grandezza naturale. Sembra profondo più di trenta metri. In realtà è lungo meno di nove. Il pavimento sale, il soffitto scende, le colonne si accorciano e si avvicinano man mano che si allontanano. E la statua in fondo è alta poco più di mezzo metro.

    Il trucco si svela quando un custode o un visitatore cammina fino in fondo: lo vedi diventare un gigante, con la testa che quasi tocca il soffitto. Borromini, l'architetto più tormentato del Seicento, qui sembra quasi giocare. Ma per il cardinale Spada non era solo un gioco: era una lezione morale. Il mondo ti promette grandezza, e invece è un'illusione.

    Oggi il palazzo è sede del Consiglio di Stato e ospita la Galleria Spada, la quadreria del cardinale. E qui si chiude il nostro cammino tra statue che parlano, piene del Tevere, banchieri, papi e prigioni. Hai visto una Roma che non sta nelle cartoline, ma che i romani conoscono a memoria. E ricordati del Pasquino: in questa città anche le pietre hanno qualcosa da dire, basta fermarsi ad ascoltare.