La Roma operaia e la street art: dal Gazometro dell'Ostiense ai lotti della Garbatella
Archeologia industriale, muri dipinti e statue antiche tra le turbine della Centrale Montemartini, poi la città giardino della Garbatella fino alla Basilica di San Paolo: la Roma che lavora, quella che le guide dimenticano
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1. Ex Mercati Generali
Via Ostiense 92, 00154 Roma RM, Italy
Hai davanti un recinto di mattoni lunghissimo, affacciato sulla Via Ostiense, con un ingresso solenne che sembra il portone di una stazione di inizio Novecento. Dietro quel muro oggi trovi soprattutto cantieri e silenzio... ma per quasi ottant'anni qui dentro Roma si è svegliata ogni notte, prima di tutti.
Questi erano i Mercati Generali, il grande mercato all'ingrosso della capitale, progettati dall'ingegnere Emilio Saffi e aperti all'inizio degli anni Venti. Il posto non è stato scelto a caso. Il piano regolatore del 1909, voluto dalla giunta del sindaco Ernesto Nathan, aveva deciso che l'Ostiense sarebbe diventata la zona industriale di Roma: qui c'erano la ferrovia, il fiume con il suo porto, e tanto spazio libero lungo l'antica strada per Ostia.
Immagina le tre di notte. Camion e carretti in fila, fruttaroli che contrattano a voce alta, cassette di carciofi, montagne di cocomeri d'estate, il pesce appena arrivato dal mare. Intorno ai Mercati è nato un mondo intero, fatto di facchini, grossisti e osterie che aprivano quando il resto della città dormiva, dove all'alba si mangiava la trippa con un bicchiere di vino. Se l'Ostiense ancora oggi vive soprattutto di notte, un po' è per questa vecchia abitudine.
Nel 2002 il mercato è stato trasferito fuori città, verso Guidonia, e questi padiglioni sono rimasti vuoti. Per farli rinascere è stato chiamato perfino l'architetto olandese Rem Koolhaas, con l'idea di una cittadella per i giovani, tra cultura, sport e negozi. Ma i lavori sono andati avanti a singhiozzo per anni, tra fermi, ripartenze e cambi di progetto, e per molti romani i Mercati sono diventati il simbolo delle grandi opere che non finiscono mai.
Eppure è proprio in questo vuoto che è nata un'altra Ostiense: quella dei locali nelle vecchie officine, degli studenti di Roma Tre, dei muri dipinti. Il quartiere operaio non è sparito, si è travestito. Ora costeggia il recinto e prendi la strada che scende verso il fiume, Via del Porto Fluviale. Tieni lo sguardo alto: lì i palazzi ti guardano in faccia.
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2. Street art di Via del Porto Fluviale
Via del Porto Fluviale, 00154 Roma RM, Italy
Cammina piano lungo Via del Porto Fluviale e guarda le facciate: qui i muri non stanno zitti. Saracinesche dipinte, sottopassi coperti di colori, firme, volti, animali giganti... e palazzi che all'improvviso ti fissano con occhi grandi come finestre.
Il nome della strada ricorda il porto sul Tevere che all'inizio del Novecento serviva le fabbriche del quartiere: le chiatte risalivano il fiume cariche di carbone e di merci e scaricavano a pochi passi dal gasometro. Poi le fabbriche hanno chiuso, una dopo l'altra, e l'Ostiense si è ritrovata piena di muri ciechi, capannoni vuoti, cortili abbandonati. Per un artista di strada, una tela enorme... e gratis.
Negli anni Duemiladieci artisti italiani e stranieri hanno trasformato questo pezzo di città in una specie di museo all'aperto, spesso con festival e progetti nati dal basso, insieme agli abitanti. Il caso più famoso di questa strada è un ex edificio militare occupato da famiglie senza casa: nel 2014 l'artista che si firma Blu ne ha dipinto la facciata, trasformando le finestre negli occhi di decine di volti colorati. Un palazzo che sembra abitato da una folla, e in un certo senso lo è.
Ma la street art è fragile per natura. I muri vengono ristrutturati, gli edifici cambiano proprietario, un'opera può sparire sotto una mano di grigio o dietro un cartellone pubblicitario. Lo stesso Blu, nel 2016, a Bologna, ha cancellato con le sue mani i propri murales piuttosto che vederli staccati dai muri e portati in una mostra a pagamento. Così, se torni qui tra qualche anno, alcune opere che vedi oggi non ci saranno più, e ne saranno nate altre. È questo il patto.
E c'è un'ironia tutta romana: in una città dove ogni pietra antica è protetta, sorvegliata e catalogata, l'arte più viva sta su muri che nessuno protegge. Prosegui fino in fondo, verso il fiume. Davanti a te comparirà una struttura di travi di ferro grigie: il ponte che i romani chiamano semplicemente ponte di ferro.
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3. Ponte dell'Industria (ponte di ferro)
Ponte dell'Industria, Lungotevere degli Inventori, 00154 Roma RM, Italy
Eccolo, il ponte di ferro: travi incrociate, bulloni grandi come pugni, e sotto il Tevere che scorre lento e verdastro tra gli alberi delle sponde. Fermati a metà, se puoi, e guarda verso nord: l'Aventino, Testaccio, e la Roma dei monumenti che da qui sembra un'altra città.
Il nome ufficiale è Ponte dell'Industria, ma per tutti è il ponte di ferro. Fu costruito all'inizio degli anni Sessanta dell'Ottocento, sotto papa Pio IX, quando Roma era ancora la capitale dello Stato Pontificio, per portare oltre il fiume la ferrovia che arrivava da Civitavecchia. Le sue parti metalliche furono fabbricate in Inghilterra e montate qui, pezzo per pezzo: un piccolo monumento della rivoluzione industriale in una città che di industria, allora, non voleva sentir parlare.
Questo ponte ha visto anche una delle pagine più dure della Roma occupata. Il 7 aprile 1944, nella fame più nera, un gruppo di donne della zona assaltò un forno che produceva pane per gli occupanti. I nazifascisti ne presero dieci e le fucilarono qui, vicino al ponte. Una lapide le ricorda: madri, mogli, ragazze che chiedevano soltanto pane per i figli.
Poi, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 2021, il ponte di ferro ha preso fuoco. Le fiamme partite sotto la struttura l'hanno avvolto per ore, e il bagliore si vedeva da mezza Roma sud. Sembrava la fine. Invece le vecchie travi ottocentesche hanno resistito, e dopo i lavori di messa in sicurezza il ponte è tornato a fare quello che fa da più di un secolo e mezzo: unire due rive.
Da qui vedi già il gigante del quartiere, la gabbia d'acciaio che domina il cielo dell'Ostiense. Di sera, sul ponte, passano ciclisti, coppie, ragazzi che tornano da un concerto, e le luci dei locali si riflettono nell'acqua scura. Torna sulla sponda dell'Ostiense e cammina verso di lui, lungo il fiume: non è un monumento antico, eppure i romani lo amano come se lo fosse.
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4. Gazometro
Via del Commercio, 00154 Roma RM, Italy
Alza lo sguardo: davanti a te c'è un'enorme gabbia cilindrica d'acciaio, vuota, trasparente, alta quasi novanta metri. È il Gazometro, e se Roma ha un'icona industriale, è proprio questa.
Qui, dal primo Novecento, c'era l'officina del gas della città: forni, montagne di carbone, ciminiere. Il gas ottenuto dal carbone serviva a illuminare le strade e, più tardi, ad accendere i fornelli delle case romane. Roma capitale cresceva a vista d'occhio, e ogni nuovo quartiere voleva la sua luce, il suo riscaldamento, la sua cucina moderna: tutta quell'energia nasceva qui, tra fumo e fuliggine. Il gasometro più grande fu completato negli anni Trenta. Dentro la gabbia c'era una gigantesca campana di metallo che saliva e scendeva a seconda di quanto gas conteneva: quando il serbatoio era pieno, la campana arrivava quasi in cima; quando era vuoto, si abbassava fino a terra.
Oggi il gas non c'è più, e la campana è stata smontata da tempo. È rimasto solo lo scheletro... e paradossalmente è diventato più bello così. Al tramonto la luce attraversa la struttura e la trasforma in un merletto contro il cielo arancione. Fotografi, registi, pubblicitari: prima o poi passano tutti di qui. Ferzan Özpetek, nel 2001, con Le fate ignoranti, ha raccontato proprio questo quartiere, le sue terrazze, le sue cene affollate, e da allora l'Ostiense è anche un luogo dell'anima.
Potresti chiamarlo il Colosseo dell'industria. Come il Colosseo, è sopravvissuto alla sua funzione: nessuno ci produce più niente, ma a nessuno verrebbe in mente di abbatterlo. Intorno, nell'area della vecchia officina, da anni si parla di progetti di recupero, di campus, di centri di ricerca. Lui intanto aspetta, immobile, come sanno fare i monumenti a Roma.
Ora torna verso Via Ostiense e cerca un edificio lungo e basso, di mattoni, con una ciminiera e grandi vetrate: è l'ex centrale elettrica. Dentro ti aspetta uno degli accostamenti più incredibili che Roma possa offrirti.
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5. Centrale Montemartini
Via Ostiense 106, 00154 Roma RM, Italy
Davanti a te c'è una fabbrica di inizio Novecento: mattoni, grandi finestre, la ciminiera. Sembra un'officina come tante altre del quartiere... ma dentro, tra caldaie e motori, ti aspettano dèi, imperatori e atleti di marmo.
Questa era la prima centrale elettrica pubblica di Roma, inaugurata nel 1912. Porta il nome di Giovanni Montemartini, economista e assessore della giunta Nathan, che sognava un Comune capace di produrre da sé l'energia per i tram e per l'illuminazione delle strade, senza dipendere dalle compagnie private. Per decenni queste macchine hanno acceso le lampadine dei romani. Poi la produzione si è fermata, e la centrale è rimasta in silenzio.
Nel 1997 è successa una cosa imprevista. I Musei Capitolini dovevano essere ristrutturati, e centinaia di sculture antiche cercavano un rifugio provvisorio. Qualcuno ebbe l'idea, un po' folle, di portarle qui. La mostra si chiamava Le macchine e gli dei, e doveva durare poco. Invece l'accostamento era così riuscito che molte statue non se ne sono più andate, e la Centrale Montemartini è diventata un museo stabile.
Immagina la sala macchine: due enormi motori diesel scuri, alti come palazzine, con le loro scalette, i volani, i manometri. E davanti, una fila di figure bianche: dee, busti di imperatori, frammenti di templi. Ci sono anche le statue che decoravano il frontone del tempio di Apollo Sosiano, vicino al Teatro di Marcello, con una battaglia tra Greci e Amazzoni. Il contrasto spiazza: il ferro sembra antico quanto il marmo, e il marmo sembra moderno quanto il ferro. Pensa agli operai in tuta che per decenni hanno lavorato tra queste caldaie, senza immaginare che un giorno, al loro posto, sarebbero arrivati Minerva, Ercole e gli imperatori.
Qui capisci lo spirito di tutta l'Ostiense: niente si butta, tutto si reinventa. Ora attraversa la Via Ostiense e cammina verso est, verso la stazione Garbatella. Ti aspetta un ponte bianco sopra i binari, con un nome che ogni romano dovrebbe conoscere.
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6. Ponte Settimia Spizzichino
Ponte Settimia Spizzichino, Circonvallazione Ostiense, 00154 Roma RM, Italy
Sali su questo ponte bianco sospeso sopra i binari e guarda le due sponde: da una parte l'Ostiense dei capannoni, dei gasometri e dell'università, dall'altra le case basse e i giardini della Garbatella. È stato inaugurato nel 2012, e prima di attraversarlo vale la pena fermarsi: il suo nome è una lezione di storia.
Settimia Spizzichino era una ragazza ebrea del Ghetto di Roma. All'alba del 16 ottobre 1943 i nazisti circondarono il quartiere e catturarono più di mille persone: uomini, donne, bambini, anziani strappati dal letto. Furono rinchiusi per due giorni nel Collegio Militare alla Lungara, poi caricati su un treno merci alla stazione Tiburtina, diretto ad Auschwitz. Un viaggio di quasi una settimana, chiusi nei vagoni, senza sapere dove. Settimia aveva ventidue anni.
Di quel convoglio tornarono a casa in sedici. Quindici uomini... e una sola donna. Era lei. Sopravvisse ad Auschwitz e poi al campo di Bergen-Belsen, dove fu liberata nella primavera del 1945, ridotta a un'ombra. Tornò a Roma, nelle stesse strade da cui l'avevano portata via, e scoprì che quasi tutta la sua famiglia non sarebbe tornata mai più.
E qui Settimia fece la sua scelta: parlare. Per tutta la vita andò nelle scuole, accompagnò ragazzi e ragazze nei viaggi della memoria ad Auschwitz, raccontò senza stancarsi, anche quando ricordare faceva male. Scrisse la sua storia in un libro intitolato Gli anni rubati. Morì nel 2000. E Roma, invece di una semplice lapide, le ha dedicato un ponte: qualcosa che si attraversa ogni giorno, che unisce, che serve. Mi sembra il monumento più giusto.
Guardati intorno ancora un attimo: questa passerella collega due quartieri nati nel Novecento per chi lavorava con le mani, operai, ferrovieri, facchini, scaricatori. Hai appena visto la sua metà industriale; adesso entri nell'altra, quella delle case. Scendi dal lato della Garbatella e cammina verso est per le strade del quartiere: cerca un grande edificio color mattone, affacciato su Piazza Eugenio Biffi.
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7. Albergo Rosso
Piazza Eugenio Biffi, 00154 Roma RM, Italy
Benvenuto alla Garbatella. Eccolo, l'edificio che cercavi: grande e compatto, color mattone acceso, con archi, terrazze, scale esterne e un'aria quasi da castello moderno. Lo chiamano tutti Albergo Rosso, e il perché lo capisci al primo sguardo... ma la sua storia è meno allegra del suo colore.
Alla fine degli anni Venti il regime fascista stava sventrando il centro di Roma. Per aprire le grandi strade monumentali intorno al Campidoglio e ai Fori vennero demoliti interi rioni medievali, e migliaia di famiglie si ritrovarono senza casa. Dove metterle? Lontano dal centro, nelle borgate. Per ospitarle in attesa di un alloggio vero, Innocenzo Sabbatini progettò alla Garbatella i cosiddetti alberghi suburbani.
Erano edifici con camere, servizi in comune, refettori, lavatoi: più collegi che case. Ciascuno aveva il nome di un colore, e il Rosso è il più famoso. Le famiglie avrebbero dovuto restarci poco, ma molte ci rimasero anni. Immagina chi era cresciuto nei vicoli sotto il Campidoglio, con il mercato sotto casa e la messa a due passi, ritrovarsi qui, ai margini della città, dove oltre le ultime case cominciava la campagna.
Eppure è successa una cosa inattesa. Proprio da questi sradicati, ammassati e lontani da tutto, è nato uno dei quartieri più solidali di Roma. Sulle scale e nei cortili ci si aiutava, ci si prestava il sale e due lire, si tenevano i figli degli altri. E da quel senso di comunità è cresciuta anche una forte tradizione antifascista: durante l'occupazione tedesca la Garbatella diede molti uomini e donne alla Resistenza romana.
Guarda come Sabbatini ha costruito l'edificio: masse squadrate, ma interrotte da archi, torrette e scale, come per rendere meno duro il destino di chi ci entrava. Oggi l'Albergo Rosso è uno dei simboli della Garbatella. Ora scendi verso sud, fino a Piazza Giovanni da Triora: lì capirai perché tutta Italia conosce queste strade, anche senza esserci mai stata.
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8. Piazza Giovanni da Triora: la piazza dei Cesaroni
Piazza Giovanni da Triora, 00154 Roma RM, Italy
Riconosci questa piazzetta? Se hai guardato la televisione italiana negli anni Duemila, probabilmente sì. Le palazzine con le persiane, gli alberi, gli angoli dove ci si ferma a chiacchierare... e quella bottiglieria che per anni è stata la più famosa d'Italia: quella dei Cesaroni.
I Cesaroni è andata in onda su Canale 5 dal 2006 al 2014. Raccontava una famiglia allargata e rumorosa, con Claudio Amendola nei panni di Giulio, oste romano di poche parole e gran cuore, ed Elena Sofia Ricci in quelli di Lucia. Milioni di italiani, ogni settimana, entravano idealmente in questa piazza. E per anni qui sono arrivati fan da tutta Italia, a farsi la foto davanti alla bottiglieria, come davanti a un monumento.
La Garbatella però era già una star del cinema. Nel 1993 Nanni Moretti, in Caro diario, la attraversò sulla sua Vespa nelle lunghe passeggiate di un agosto romano deserto, e quelle immagini sono diventate quasi un manifesto per chi ama la Roma lontana dai monumenti. Il cinema e la televisione hanno sempre cercato qui una Roma vera: di cortile, di battuta pronta, di finestre aperte. E il bello è che non serviva costruire niente: bastava piazzare la macchina da presa e aspettare che il quartiere recitasse se stesso.
E i garbatellani? Un po' ne sono orgogliosi, un po' alzano gli occhi al cielo. Perché la loro Garbatella non è un set: è il bar dove ti conoscono per nome, la signora che chiama il figlio dal balcone, il campetto, la festa del quartiere. Ma ammettono, con un mezzo sorriso, che la serie ha capito una cosa vera: qui tutti sanno tutto di tutti... e alla fine si sta insieme.
E ora lascia il set e torna nella vita vera del quartiere. Fai pochi passi verso ovest, fino a Piazza Damiano Sauli, il salotto della Garbatella, con la sua grande scuola e la sua chiesa. Lì ti racconto il segreto più prezioso di queste case.
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9. Piazza Damiano Sauli e i lotti
Piazza Damiano Sauli, 00154 Roma RM, Italy
Sei nella piazza più grande e solenne della Garbatella: da una parte la scuola, un edificio imponente come un palazzo, dall'altra la chiesa di San Francesco Saverio. Intorno, il viavai di sempre: mamme con il passeggino, anziani sulle panchine, ragazzini che giocano a pallone dove non dovrebbero.
La scuola elementare Cesare Battisti fu costruita all'inizio degli anni Trenta, quando il quartiere era cresciuto e i bambini erano tantissimi. È un edificio enorme per una borgata, e il messaggio era chiaro: anche i figli degli operai meritavano una scuola grande e bella. Generazioni di garbatellani hanno imparato a leggere e scrivere lì dentro, e qui quasi ogni famiglia ha un nonno, una madre o un figlio passato per quei corridoi.
Di fronte, la chiesa porta il nome di San Francesco Saverio, il gesuita missionario che nel Cinquecento portò il Vangelo fino in Giappone. Un santo viaggiatore per un quartiere di gente arrivata da lontano. E qui i garbatellani hanno sempre vissuto con la stessa passione la messa della domenica e la sezione di partito... spesso erano le stesse persone, in una specie di Don Camillo e Peppone in salsa romana.
Ma il vero segreto della Garbatella sono i lotti, e intorno a questa piazza ne trovi diversi. Ogni lotto ha il suo numero, e per chi ci abita dire sono del lotto tale è come dire il nome del proprio paese. Se vedi un passaggio aperto, sbircia con discrezione: cortili con alberi da frutto, orti, panni stesi, i vecchi lavatoi comuni dove le donne si ritrovavano a lavare e a raccontarsi la vita. Sono spazi privati e abitati, quindi rispetto e voce bassa.
Negli ultimi anni la Garbatella è diventata di moda, e c'è chi teme che perda la sua anima, tra affitti che salgono e case vendute a chi viene da fuori. Ma basta un pomeriggio in questa piazza per sentire che il quartiere resiste. Ora prosegui verso ovest fino a Piazza Bartolomeo Romano: ti aspetta un teatro dalla facciata elegante.
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10. Teatro Palladium
Piazza Bartolomeo Romano 8, 00154 Roma RM, Italy
Guarda la facciata che chiude la piazza: linee pulite, un grande ingresso, il nome scritto in alto come sui cinema di una volta. È il Teatro Palladium, e quando aprì, alla fine degli anni Venti, per la gente della Garbatella era una piccola meraviglia.
Lo progettò Innocenzo Sabbatini, l'architetto che più di ogni altro ha dato alla Garbatella la sua seconda faccia. Se le prime case erano villini da borgo, con lui arrivò uno stile più monumentale e moderno, ma sempre con un'aria un po' teatrale, fatta di volumi netti, archi e scale. Il Palladium era cinema e teatro insieme: qui le famiglie operaie andavano a vedere i film, l'avanspettacolo, le riviste con le ballerine. Una sala per il popolo, nel quartiere del popolo.
Con il tempo, come tante sale di quartiere, anche il Palladium ha conosciuto la crisi: la televisione, la fuga del pubblico, anni di chiusura e di abbandono. Poteva finire come molti cinema romani, trasformati in sale bingo, supermercati o garage. Invece è stato salvato, e oggi è il teatro dell'Università Roma Tre: concerti, spettacoli, incontri, festival. Il quartiere operaio si è ripreso il suo palcoscenico.
C'è un dettaglio che racconta bene la vita di allora. Nelle prime case popolari il bagno con la vasca era un lusso, e così il quartiere ebbe anche i suoi bagni pubblici, dove si andava con l'asciugamano sotto il braccio e la saponetta in tasca. Immagina la fila del sabato, le chiacchiere sulle panche, i bambini strigliati per bene prima della domenica. Il teatro e i bagni: lo svago e la dignità, tutti e due pensati per gente che fino a ieri non aveva né l'uno né l'altra.
Ma come è cominciato tutto questo? Per scoprirlo devi andare nel posto più antico del quartiere, una piazzetta dove un re posò una pietra. Prosegui verso ovest per le scalette, fino a Piazza Benedetto Brin.
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11. Piazza Benedetto Brin: la prima pietra della Garbatella
Piazza Benedetto Brin, 00154 Roma RM, Italy
Sei in una piazzetta raccolta, con scalette, archi, palazzine color pastello e tetti di tegole: sembra un borgo di campagna, non un quartiere popolare a due passi da una ferrovia. Cerca la lapide sul muro: ricorda che qui, il 18 febbraio 1920, il re Vittorio Emanuele III posò la prima pietra della Garbatella.
Dietro questo quartiere c'era un grande sogno: fare di Roma una città di mare, con un porto industriale lungo il Tevere e un canale navigabile verso Ostia. Le case dovevano ospitare i lavoratori di quel porto, e per questo alcune strade portano nomi legati alla navigazione. Benedetto Brin, a cui è dedicata la piazza, fu un grande ingegnere navale e ministro della Marina. Il porto non si fece mai... ma il quartiere sì.
Il modello era la città giardino inglese: niente casermoni, ma case basse, orti, cortili in comune, ogni famiglia con il suo pezzo di verde. Gli architetti, tra cui Gustavo Giovannoni e Massimo Piacentini, disegnarono le prime case con uno stile che è stato chiamato barocchetto romano: archi, logge, comignoli, scalinate, finestre tutte diverse. E nacquero i lotti che hai già visto, con i loro cortili, dove si stendevano i panni, si coltivavano i pomodori, si litigava... e ci si voleva bene.
E il nome? Qui ogni romano ha la sua versione. La più amata racconta di un'ostessa, una certa Carlotta, che gestiva una locanda lungo la strada per San Paolo: era così gentile, così garbata, che i viandanti la chiamavano la garbatella. Gli studiosi preferiscono una spiegazione agricola: in questi campi la vite si coltivava a garbata, appoggiata a sostegni secondo una tecnica particolare. Tu scegli quella che preferisci. I garbatellani, si sa, hanno già scelto Carlotta.
Pensa che quando posarono quella pietra intorno c'erano solo vigne e campi, e la città finiva molto prima. Oggi la Garbatella è uno dei quartieri più amati di Roma, proprio perché ha conservato quell'aria di paese. Ora ti aspetta l'ultimo tratto, il più solenne. Scendi verso sud-ovest, in direzione della Via Ostiense: oltre gli alberi vedrai comparire la mole di una delle quattro basiliche papali di Roma, costruita sulla tomba di un apostolo.
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12. Basilica di San Paolo fuori le Mura
Piazzale San Paolo 1, 00146 Roma RM, Italy
Davanti a te si apre il quadriportico, una selva di colonne intorno a un giardino di palme, e al centro la statua gigantesca di San Paolo con la spada in mano. Dietro, la facciata scintilla di mosaici d'oro. Dopo le case degli operai, entri nella Roma dei papi e degli imperatori.
Secondo la tradizione, sotto l'altare è sepolto l'apostolo Paolo, decapitato a Roma poco lontano da qui, nella seconda metà del primo secolo. Sulla sua tomba l'imperatore Costantino fece costruire una prima chiesa, e alla fine del quarto secolo ne sorse una molto più grande. Oggi è la seconda basilica di Roma per dimensioni, dopo San Pietro. Nel 2009 Benedetto XVI annunciò che piccoli frammenti di ossa trovati in un sarcofago sotto l'altare risalivano al primo o al secondo secolo.
Nella notte del 15 luglio 1823 un incendio, partito dal tetto dove lavoravano alcuni operai, devastò la basilica antica. Si salvò ben poco: parte dei mosaici, l'arco trionfale, il chiostro. La ricostruzione durò decenni, con doni arrivati da tutto il mondo: lo zar di Russia mandò la malachite per gli altari, il viceré d'Egitto le colonne di alabastro. La nuova basilica fu consacrata nel 1854 da Pio IX.
Quando entri, alza gli occhi lungo le pareti: corre una fila di medaglioni con i ritratti di tutti i papi, da San Pietro fino a oggi. La leggenda dice che quando non ci sarà più spazio per un nuovo ritratto arriverà la fine del mondo. Tranquillo: qualche medaglione vuoto c'è ancora.
E così il cerchio si chiude. Hai cominciato tra i muri dipinti e i capannoni dell'Ostiense, hai attraversato i cortili della Garbatella, e finisci davanti alla tomba di un uomo che arrivò a Roma in catene e cambiò la storia del mondo. Roma operaia, Roma popolare, Roma eterna: alla fine è sempre la stessa città, testarda e generosa. Se riesci, prima di andare, concediti un minuto di silenzio nel chiostro.