Parigi monumentale: dalla Torre Eiffel alla tomba di Napoleone
Dal Trocadéro al Grand Palais, passando per la Torre, l'École Militaire, gli Invalides e il giardino di Rodin: ferro, oro e marmo nella Parigi dei grandi viali, con un còrso di famiglia toscana sempre dietro l'angolo
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1. Trocadéro e Palais de Chaillot
Place du Trocadéro et du 11 Novembre, 75016 Paris, France
Mettiti in mezzo alla grande terrazza, tra le due ali curve del palazzo bianco, e guarda davanti a te: giardini che scendono, fontane, la Senna... e lei, la Torre Eiffel, intera, di fronte, come se qualcuno l'avesse messa lì apposta per la tua foto. È la vista più famosa di Parigi, e da qui comincia la nostra passeggiata.
Il nome Trocadéro non è francese. È quello di un forte vicino a Cadice, in Spagna, conquistato dai francesi nel 1823 in una spedizione per restituire il potere assoluto al re di Spagna. Prima, questa era semplicemente la collina di Chaillot. E qui Napoleone aveva sognato un palazzo immenso per suo figlio, appena nato e già proclamato Re di Roma. Non fu mai costruito: l'impero crollò prima. Ricordati di quel bambino, lo ritroveremo alla fine del percorso napoleonico.
Il palazzo che vedi è dell'Esposizione universale del 1937, e ha preso il posto di un edificio in stile moresco del 1878. Tre anni dopo, il 23 giugno 1940, su questa stessa terrazza si fece fotografare Adolf Hitler, con la Torre alle spalle, durante l'unica visita della sua vita a Parigi occupata. Una delle immagini più gelide del Novecento. Oggi le due ali sono piene di cultura: il Museo dell'Uomo, il Museo della Marina, la Città dell'architettura, e sotto la terrazza un teatro nazionale.
Ma questa terrazza ha anche un nome di riscatto: Parvis des Droits de l'Homme. Il 10 dicembre 1948, nel Palais de Chaillot, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei diritti umani. Alza lo sguardo sulle facciate: le frasi incise in lettere d'oro sono del poeta Paul Valéry.
Ai piedi della terrazza, i giardini del Trocadéro e la fontana di Varsavia, con i suoi getti d'acqua che d'estate sembrano cannoni. Scendi le scale e i viali tra le aiuole fino al fiume, e fermati sul ponte che porta dritto ai piedi della Torre.
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2. Pont d'Iéna: il ponte che i prussiani volevano far saltare
Pont d'Iéna, 75007 Paris, France
Sei sul ponte, con la Senna che scorre sotto e la Torre Eiffel che ormai ti riempie tutto il campo visivo. Fermati a metà e sporgiti un po': sui piloni, tra le arcate, ci sono le aquile imperiali scolpite nella pietra. Questo ponte porta il nome di una vittoria, e quel nome per poco non gli è costato la vita.
Jena, in Turingia, 14 ottobre 1806: in un solo giorno l'esercito prussiano, che si credeva ancora l'erede invincibile di Federico il Grande, va in pezzi. Napoleone ordina subito questo ponte per ricordarlo. Il ponte fu finito nel 1814... giusto in tempo per vedere arrivare a Parigi proprio i prussiani, insieme agli altri eserciti alleati che avevano sconfitto l'imperatore.
E i prussiani non avevano nessuna voglia di passeggiare su un monumento alla loro umiliazione. Nel 1815, dopo Waterloo, il maresciallo Blücher decise di farlo saltare in aria. Si racconta che il re Luigi XVIII, appena rientrato, abbia fatto sapere che si sarebbe seduto lui stesso sul ponte, così da saltare insieme alle pietre. Leggenda o no, il ponte rimase in piedi. Per placare gli alleati, però, per un po' gli cambiarono nome.
Il nome Iéna tornò dopo la caduta dei Borboni, e con Napoleone III tornarono anche le aquile. Ai quattro angoli, dal 1853, vegliano quattro guerrieri a cavallo: un gallo, un greco, un arabo e un romano. Popoli e imperi che hanno fatto la guerra, messi di guardia a un ponte che celebra una battaglia. Nel 1937, per l'Esposizione, il ponte fu allargato per reggere la folla.
Oggi è uno dei punti più affollati di Parigi: venditori di torri in miniatura, selfie, comitive. Ma in una mattina presto, quando la città è ancora vuota, è uno dei posti più belli per vedere la Torre emergere dalla foschia del fiume. Prosegui dritto: in meno di un minuto sei sotto i suoi piedi.
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3. Tour Eiffel: la dama di ferro che doveva sparire
Champ de Mars, 5 Avenue Anatole France, 75007 Paris, France
Mettiti sotto, tra i quattro piedi, e alza la testa. Da qui la Torre non è una cartolina: è un groviglio di travi, croci, bulloni, una cattedrale di ferro che si stringe verso il cielo. Senti il vento che ci passa attraverso? È proprio questo il trucco: è tutta vuota, per non offrire resistenza al vento.
Fu costruita per l'Esposizione universale del 1889, nel centenario della Rivoluzione. L'idea iniziale venne a due ingegneri dell'impresa di Gustave Eiffel, Maurice Koechlin ed Émile Nouguier, insieme all'architetto Stephen Sauvestre. Eiffel comprò il brevetto e ci mise il nome. Più di diciottomila pezzi, due milioni e mezzo di rivetti, poco più di due anni di cantiere. Con i suoi trecento metri fu la costruzione più alta del mondo fino al 1930.
E Parigi la odiava. Nel 1887, a cantiere appena aperto, un gruppo di artisti firmò una protesta pubblica contro questa torre inutile e mostruosa: c'erano Guy de Maupassant, il compositore Gounod, l'architetto dell'Opéra Charles Garnier. Una battuta attribuita a Maupassant dice che pranzava al ristorante della Torre perché era l'unico posto di Parigi da cui non la si vedeva.
Il permesso, poi, era solo per vent'anni. A salvarla fu la scienza: Eiffel la trasformò in laboratorio e soprattutto in antenna per la radio militare, troppo utile per demolirla. E si racconta che nel 1925 un truffatore di nome Victor Lustig sia riuscito perfino a venderla, come rottame, a un commerciante ingenuo.
Cerca sotto la prima piattaforma, tutto intorno, i settantadue nomi incisi: sono scienziati e ingegneri francesi, scelti da Eiffel. In cima Eiffel si era riservato un piccolo appartamento, dove riceveva ospiti illustri: nel 1889 ci salì anche Thomas Edison. La Torre viene riverniciata più o meno ogni sette anni, a mano, e d'estate il ferro si dilata e lei si allunga di qualche centimetro. Ora girale le spalle e cammina sul grande prato verso sud-est, verso l'edificio con la cupola in fondo.
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4. Champ de Mars: il Campo Marzio di Parigi
Champ de Mars, 2 Allée Adrienne Lecouvreur, 75007 Paris, France
Cammina lungo i prati, con la Torre alle spalle e in fondo, lontano, la facciata dell'École Militaire. Intorno a te gente sdraiata sull'erba, picnic, bambini che corrono, coppie che si fotografano. Difficile immaginarlo, ma questo era un campo di soldati. Lo dice anche il nome.
Champ de Mars, il Campo di Marte, prende il nome dal Campo Marzio di Roma, la grande pianura dove i romani facevano esercitare le legioni. Quando nel Settecento nacque l'École Militaire, questo terreno divenne la sua piazza d'armi, e i cadetti ci marciavano avanti e indietro. Parigi, anche qui, si è vestita da Roma antica.
Il 27 agosto 1783 da questo prato si alzò in volo il primo pallone a idrogeno della storia, lanciato dal fisico Jacques Charles. Salì tra le nuvole e atterrò a Gonesse, nei campi a nord di Parigi, dove i contadini, terrorizzati da quel mostro caduto dal cielo, lo attaccarono con i forconi. Benjamin Franklin era tra la folla che guardava la partenza.
Il 14 luglio 1790, primo anniversario della Bastiglia, qui si tenne la Festa della Federazione. Migliaia di parigini, nobili e operai insieme, scavarono a mano un anfiteatro di terra in poche settimane, e centinaia di migliaia di persone giurarono fedeltà alla nazione. Poi arrivarono le Esposizioni universali, una dopo l'altra, dal 1867 al 1937. Per quella del 1889, oltre alla Torre, qui sorgeva la Galleria delle macchine, un'immensa sala di ferro e vetro senza un solo pilastro interno, demolita nel 1910. E nel 2024 i Giochi olimpici, con lo stadio del beach volley montato ai piedi della Torre.
Ma questo prato ha visto anche il rovescio della festa. Un anno dopo, il 17 luglio 1791, la Guardia nazionale sparò qui sulla folla riunita per firmare una petizione che chiedeva la deposizione del re. Festa e strage, a dodici mesi di distanza, sullo stesso pezzo d'erba. Continua dritto lungo il viale centrale, fino in fondo al prato, davanti alla grande facciata con la cupola.
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5. Place Joffre: il maresciallo della Marna
Place Joffre, 75007 Paris, France
Sei arrivato in fondo al Campo di Marte, in place Joffre. Davanti a te la facciata dell'École Militaire, e in mezzo alla piazza, su un alto piedistallo di pietra, un uomo a cavallo, tarchiato, con il chepì e due grandi baffi. Prima di guardarlo, però, voltati: in fondo al lungo prato, perfettamente in asse, c'è la Torre Eiffel. È una delle prospettive più belle, e meno affollate, di Parigi.
Il cavaliere è Joseph Joffre, nato nel 1852 a Rivesaltes, ai piedi dei Pirenei, figlio di un bottaio. Nell'estate del 1914 è il comandante in capo dell'esercito francese, e le cose vanno malissimo: i tedeschi invadono il Belgio, travolgono le difese di frontiera e all'inizio di settembre sono a poche decine di chilometri da Parigi. Il governo lascia la capitale e si rifugia a Bordeaux.
Joffre non perde la testa. Fa ripiegare le truppe, le riorganizza, sposta divisioni intere, e il 6 settembre ordina il contrattacco sulla Marna. Il governatore militare di Parigi, il generale Gallieni, requisisce perfino i taxi della città per portare rinforzi al fronte: sono i famosi taxi della Marna. In pochi giorni i tedeschi devono ritirarsi. Parigi è salva, e per i francesi quel generale massiccio diventa papà Joffre.
Della sua calma si raccontano meraviglie: si dice che nemmeno nei giorni più drammatici rinunciasse al pranzo e alle sue ore di sonno. E quando, anni dopo, gli chiesero chi avesse davvero vinto la Marna, gli si attribuisce una risposta perfetta: non so chi l'abbia vinta, ma so benissimo chi l'avrebbe persa. Nel 1916 fu nominato maresciallo di Francia, e morì nel 1931.
Questa piazza ha anche una storia più recente. Fino al 2020 qui sorgeva il Muro per la Pace, un padiglione di vetro con la parola pace scritta in decine di lingue, smontato per far posto al Grand Palais Éphémère, la grande sala provvisoria che nel 2024 ospitò il judo e la lotta dei Giochi olimpici. Del muro non è rimasto nulla, ma il paradosso della piazza resta: un generale a cavallo, una scuola di guerra, e alle sue spalle un prato pieno di picnic. Ora girati verso la facciata con la cupola e l'orologio: lì dentro, un ragazzo corso di quindici anni stava per diventare ufficiale.
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6. École Militaire: il cadetto Buonaparte
1 Place Joffre, 75007 Paris, France
Davanti a te si alza la facciata dell'École Militaire: colonne corinzie, un frontone scolpito, una cupola quadrata e al centro un grande orologio. È elegante come un palazzo, ma è una scuola di guerra: ancora oggi qui dentro studiano gli ufficiali superiori dell'esercito francese.
La fondò Luigi XV nel 1750, spinto da Madame de Pompadour e dal finanziere Joseph Pâris-Duverney, per dare un'istruzione ai figli dei nobili senza un soldo. L'architetto fu Ange-Jacques Gabriel, lo stesso di place de la Concorde. I soldi però mancavano sempre, e per finire i lavori si inventarono una lotteria e una tassa sulle carte da gioco. In pratica, l'hanno pagata i giocatori di carte di tutta la Francia.
Nell'ottobre del 1784 arriva da Brienne un cadetto di quindici anni, magro, scuro, taciturno. Si chiama Napoleone di Buonaparte ed è nato ad Ajaccio nel 1769, appena un anno dopo che la Repubblica di Genova aveva ceduto la Corsica alla Francia. La sua famiglia veniva dalla Toscana, la sua lingua di casa era il còrso, e il francese lo parlava con un accento marcato. Si racconta che i compagni lo prendessero in giro storpiando il suo nome.
Nel febbraio del 1785 gli muore il padre, e lui ha fretta. Termina il corso in un solo anno invece dei soliti due o tre. All'esame finale lo interroga il grande matematico Pierre-Simon Laplace. Esce nel settembre del 1785, quarantaduesimo su cinquantotto, sottotenente d'artiglieria a sedici anni. Un piazzamento modesto, per uno che vent'anni dopo sarebbe stato imperatore. Si racconta che uno dei suoi insegnanti avesse annotato che quel ragazzo sarebbe andato lontano, se le circostanze lo avessero favorito. Le circostanze, poi, arrivarono.
Pensa: da quelle finestre il ragazzo guardava lo stesso campo di Marte che hai appena attraversato. Non poteva sapere che sarebbe tornato a pochi isolati da qui, per sempre, sotto una cupola d'oro. Ora prendi avenue de La Motte-Picquet verso est e gira a sinistra nella via del mercato, rue Cler.
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7. Rue Cler: una via del mercato che parla di Magenta
Rue Cler, 75007 Paris, France
Ecco rue Cler, una via pedonale stretta e piena di vita: banchi di frutta che invadono il marciapiede, pescherie con il ghiaccio tritato, formaggi impilati in vetrina, panetterie, tavolini di caffè dove qualcuno legge il giornale da un'ora. Siamo in uno dei quartieri più eleganti di Parigi, ma questa è la sua cucina.
Guarda la targa all'angolo. Rue Cler. Pochi parigini se lo chiedono, ma Cler era un generale: Jean-Joseph Gustave Cler, ufficiale della Guardia imperiale di Napoleone III. Morì il 4 giugno 1859 a Magenta, in Lombardia, nella battaglia in cui francesi e piemontesi sconfissero gli austriaci. Una battaglia della nostra seconda guerra d'indipendenza, insomma: un pezzo di Risorgimento finito su una targa parigina.
E non è l'unico. Parigi è piena di quella guerra: c'è il boulevard de Magenta, c'è rue de Solférino qui nel settimo arrondissement, e Magenta è perfino diventato il nome di un colore. Un colorante rosso porpora scoperto proprio in quegli anni fu battezzato così in onore della vittoria. Ogni volta che una stampante ti chiede l'inchiostro magenta, sta citando una battaglia lombarda.
Guardati intorno con occhi da parigino. Qui la spesa non si fa: si discute. Il formaggio si sceglie dopo averlo annusato, il pesce dopo averlo guardato negli occhi, la baguette dopo averne tastato la crosta. E il sabato mattina la via si riempie di famiglie del quartiere con il carrello a rotelle, più ordinate di un reggimento. In un quartiere di ambasciate e ministeri, questo è il posto dove si incontrano tutti: la diplomatica e la portinaia, in fila per lo stesso formaggio.
È la bellezza di Parigi: si compra il pane in una strada dedicata a un uomo morto per l'unità d'Italia, e nessuno ci fa caso. Ora risali la via fino in fondo, gira a destra in rue de Grenelle e poi scendi lungo il fossato degli Invalides, fino alla cupola d'oro che vedi spuntare sopra i tetti.
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8. Dôme des Invalides: la tomba di Napoleone
Place Vauban, 75007 Paris, France
Alza gli occhi sulla cupola: oro su piombo scuro, una lanterna in cima, la guglia che sale verso il cielo. Jules Hardouin-Mansart la costruì per Luigi XIV a partire dal 1677 come cappella reale, e nel 1989, per il bicentenario della Rivoluzione, è stata ridorata da capo. Nelle giornate di sole brilla fino a chilometri di distanza.
Ma il re che oggi dorme qui sotto non è un Borbone. È il ragazzo dell'École Militaire, Napoleone. E qui vale la pena ricordare da dove veniva: i Buonaparte erano una famiglia di origine toscana, legata a San Miniato e poi a Sarzana, in Lunigiana, passata in Corsica secoli prima della sua nascita. Il cognome che i francesi hanno reso Bonaparte, all'inizio, si scriveva con la u.
Napoleone morì in esilio a Sant'Elena il 5 maggio 1821. Nel 1840 il re Luigi Filippo ottenne dagli inglesi di riportarlo in Francia, e il 15 dicembre, in un freddo terribile, il corteo funebre attraversò Parigi davanti a centinaia di migliaia di persone. Il testamento era stato chiaro: voleva riposare sulle rive della Senna, in mezzo a quel popolo francese che aveva tanto amato. La frase è incisa sopra l'ingresso della cripta.
E qui c'è la sorpresa per noi: la cripta l'ha progettata Louis Visconti, architetto nato a Roma nel 1791, figlio dell'archeologo Ennio Quirino Visconti, che aveva curato le antichità dei musei vaticani prima di trasferirsi a Parigi. Dentro, un grande sarcofago di quarzite rossa su una base di granito verde, circondato da dodici statue di Vittorie. Lo guardi dall'alto, da una balaustra circolare, oppure scendi e devi alzare la testa: lui resta sempre sopra di te.
Vicino a lui riposano due fratelli, Giuseppe e Girolamo. E dal 1940 anche suo figlio, il Re di Roma, il bambino del palazzo mai costruito al Trocadéro: le sue ceneri arrivarono da Vienna per ordine di Hitler. Ora esci e prendi a destra il boulevard des Invalides, fino a rue de Varenne e al giardino delle sculture.
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9. Musée Rodin: il Pensatore era Dante
77 Rue de Varenne, 75007 Paris, France
Oltre il cancello vedi un palazzetto settecentesco bianco in mezzo a un giardino di rose, e su un alto piedistallo un uomo di bronzo, seduto, il mento appoggiato sul pugno. Lo conosci: è il Pensatore. Ma forse non sai a chi sta pensando... e la risposta è italiana.
Il palazzo è l'Hôtel Biron, costruito tra il 1727 e il 1732 per un finanziere arricchito. All'inizio del Novecento era mezzo abbandonato e lo Stato ne affittava le stanze a poco prezzo agli artisti: ci abitarono Matisse, Cocteau, la ballerina Isadora Duncan e il poeta Rainer Maria Rilke, che era stato segretario di Rodin e gli parlò del posto. Rodin prese casa qui nel 1908. Nel 1916 donò tutte le sue opere allo Stato in cambio di un museo; morì l'anno dopo, e il museo aprì nel 1919.
L'Italia, nella sua vita, arriva presto. Nel 1875 Rodin, ancora sconosciuto, viaggia fino a Firenze e Roma, e davanti a Michelangelo cambia per sempre il suo modo di scolpire. Torna a Parigi e realizza L'età del bronzo, un nudo così vero che lo accusano di averlo ricavato da un calco sul modello vivo.
Nel 1880 lo Stato gli commissiona una porta monumentale per un museo, e lui sceglie il tema: l'Inferno di Dante, con un pensiero alle Porte del Paradiso del Ghiberti a Firenze. Ci lavorerà per tutta la vita, senza mai vederla fusa. In cima alla porta, seduto, c'era il Poeta che medita sulla sua opera: era Dante. Ingrandito e reso indipendente, è diventato il Pensatore. E il Bacio? All'inizio erano Paolo e Francesca, i due amanti del quinto canto.
Nel museo ci sono anche le opere di Camille Claudel, sua allieva e amante, una scultrice immensa che la storia ha lasciato a lungo nell'ombra, e che passò gli ultimi trent'anni della sua vita rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Ora torna sul boulevard des Invalides e risalilo verso nord, fino alla grande spianata d'erba che scende verso la Senna.
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10. Esplanade e Hôtel des Invalides
Esplanade des Invalides, 75007 Paris, France
Ti trovi su una spianata d'erba lunga quasi mezzo chilometro, che scende dritta fino alla Senna. Voltati: in fondo c'è la facciata lunghissima dell'Hôtel des Invalides, con i cannoni allineati nel fossato e la cupola d'oro che spunta da dietro. È una delle prospettive più teatrali di Parigi, e infatti è stata pensata proprio per impressionare: la disegnò all'inizio del Settecento Robert de Cotte, cognato di Hardouin-Mansart, l'architetto della cupola.
Nel 1670 Luigi XIV decise di dare una casa ai soldati feriti e invalidi, che fino ad allora finivano a mendicare per le strade. L'architetto Libéral Bruant costruì una vera città militare, con cortili, refettori, laboratori e una chiesa, per diverse migliaia di veterani. Ancora oggi, dietro quelle finestre, c'è un istituto che cura i soldati feriti. Il resto ospita il Museo dell'Esercito.
La mattina del 14 luglio 1789 una folla di parigini invase gli Invalides in cerca di armi. La guarnigione di vecchi soldati non oppose quasi resistenza, e la folla ne uscì con decine di migliaia di fucili e alcuni cannoni. Mancava solo la polvere da sparo, e la polvere era custodita in una vecchia fortezza dall'altra parte della città: la Bastiglia. La Rivoluzione, in un certo senso, è cominciata a fare sul serio proprio qui.
Cinquant'anni dopo, il 15 dicembre 1840, lungo questa stessa spianata arrivò il carro funebre di Napoleone, enorme, dorato, trainato da sedici cavalli, tra statue provvisorie di gesso e una folla che sfidava il gelo. Victor Hugo era lì e lo raccontò nei suoi appunti. I veterani delle sue guerre, ormai vecchi, aspettavano sulla soglia degli Invalides per accogliere il loro imperatore.
Oggi la spianata è il campo da calcio dei ragazzi del quartiere, il posto dei picnic, dei cani, dei giocatori di bocce. La grandezza e la quotidianità, una sopra l'altra. Ora cammina verso il fiume: davanti a te si apre il ponte più sfarzoso di Parigi.
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11. Pont Alexandre III: il ponte dello zar
Pont Alexandre III, 75008 Paris, France
Sei sul ponte più sfarzoso di Parigi, e lui lo sa. Lampioni di bronzo con amorini, ghirlande, conchiglie, mostri marini, e ai quattro angoli altissimi piloni sormontati da cavalli alati dorati che sembrano sul punto di spiccare il volo. Se il Pont d'Iéna era un ponte per una vittoria, questo è un ponte per un'amicizia.
Negli anni Novanta dell'Ottocento la Francia e la Russia firmano un'alleanza, e Parigi la celebra in grande. Il 7 ottobre 1896 la prima pietra la posa lo zar Nicola II in persona, e il ponte prende il nome di suo padre, Alessandro III. Viene inaugurato per l'Esposizione universale del 1900. L'anno dopo, a San Pietroburgo, il presidente francese posava quella di un ponte gemello sulla Neva.
Guarda sotto: non ci sono piloni nel fiume. È un'unica arcata d'acciaio di più di cento metri, una delle grandi prodezze tecniche del tempo. Ed è bassissima, quasi schiacciata sull'acqua, per un motivo preciso: non doveva assolutamente coprire la vista dagli Champs-Élysées verso la cupola degli Invalides. Il ponte si è fatto piccolo per lasciare spazio a Napoleone. Sono i quattro grandi piloni di pietra alle estremità a fare da contrappeso e da ancoraggio, e intanto danno al ponte la sua aria da arco di trionfo.
Al centro dell'arcata, da un lato e dall'altro, cerca due figure femminili in bronzo: sono le ninfe della Senna e della Neva, i due fiumi delle due capitali, che si guardano. In cima ai piloni, le quattro Fame dorate rappresentano le Scienze, le Arti, il Commercio e l'Industria. E alla base, quattro figure raccontano la Francia nelle sue epoche, da Carlomagno a quella moderna.
Nell'estate del 2024, durante i Giochi olimpici, da qui partirono le gare di nuoto nella Senna, dopo un secolo di divieti di balneazione. Per qualche giorno il fiume di Parigi, che per tutto il Novecento aveva fatto paura a chiunque pensasse di tuffarcisi, è tornato a essere una piscina. Ora attraversa il fiume verso la riva destra: davanti a te, a sinistra, si alza un'enorme cupola di vetro.
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12. Grand Palais: la grande navata di vetro
Avenue Winston Churchill, 75008 Paris, France
Fermati davanti alla lunga facciata di pietra con il colonnato e i mosaici, e poi alza lo sguardo: sopra, una navata di ferro e vetro grande come una stazione, verde chiaro, e agli angoli due quadrighe di bronzo che sembrano lanciarsi nel vuoto. È il Grand Palais, e l'ultima tappa della nostra passeggiata.
Fu costruito tra il 1897 e il 1900 per la stessa Esposizione universale del ponte che hai appena attraversato, al posto di un vecchio palazzo dell'Industria. Ci lavorarono tre architetti diversi, Henri Deglane, Albert Louvet e Albert Thomas, ciascuno con la sua parte, e si vede: fuori la pietra accademica, dentro la leggerezza del ferro. La sua navata è tra le più grandi coperture di vetro d'Europa.
Da allora qui è passato di tutto: i Salon di pittura, i concorsi ippici, i saloni dell'automobile, e durante la Prima guerra mondiale perfino un ospedale militare. Più tardi le sfilate di alta moda, con scenografie impossibili sotto la volta di vetro. Parigi, quando vuole mostrarsi, viene qui.
Quel verde chiaro della struttura, tra l'altro, è il colore originale del 1900, il verde reseda, ritrovato durante i restauri. Dopo un lungo cantiere il palazzo ha riaperto per i Giochi olimpici del 2024, con le gare di scherma e di taekwondo. E qui c'è un ultimo regalo per un italiano: proprio sotto questa volta, nell'estate del 2024, la squadra femminile di spada dell'Italia vinse l'oro olimpico battendo in finale la Francia, davanti al pubblico di casa. Un'altra piccola vittoria italiana a Parigi, dopo quelle di Mazzarino e di Lully.
Pensa al percorso che hai fatto: il palazzo dei diritti umani, la torre che nessuno voleva, il campo di Marte che si chiama come quello di Roma, la scuola di un cadetto còrso, una strada dedicata a Magenta, la tomba disegnata da un architetto romano e il Pensatore che era Dante. Parigi monumentale, ma con un accento italiano. Gli Champs-Élysées sono a pochi passi: la passeggiata finisce qui, la città continua.