Madrid segreta: Gran Vía, Malasaña e Chueca oltre le vetrine
Grattacieli degli anni Venti, affreschi di Luca Giordano, la rivolta del Dos de Mayo e i re arrivati da Napoli: il cuore ribelle di Madrid a nord della Gran Vía
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1. Edificio Metrópolis: dove comincia la Gran Vía
Calle de Alcalá 39, 28014 Madrid, Spain
Mettiti sul marciapiede dove Calle de Alcalá incontra la Gran Vía e alza gli occhi verso quella torta di pietra bianca con la cupola d'ardesia nera e oro: è l'Edificio Metrópolis, la cartolina più fotografata di Madrid. In cima, una Vittoria alata con le braccia aperte sembra sul punto di spiccare il volo sopra il traffico.
Il palazzo fu inaugurato nel 1911, su progetto degli architetti francesi Jules e Raymond Février, per una compagnia di assicurazioni, La Unión y el Fénix. Ecco perché sulla cupola, all'inizio, c'era una fenice, il simbolo della compagnia. Quando l'edificio passò a un'altra assicurazione, la Metrópolis, la fenice traslocò, e nel 1977 al suo posto salì la Vittoria che vedi ora.
Qui comincia la Gran Vía, una strada che Madrid ha sognato per decenni prima di costruirla. Nel 1886 il compositore Federico Chueca portò in scena una zarzuela intitolata proprio La Gran Vía, una satira su un viale progettato e mai realizzato, in cui le vecchie strade del centro cantavano e ballavano preoccupate per il loro destino. Il pubblico ne andò pazzo, e alcune delle sue arie si canticchiano ancora oggi. Tieni a mente quel nome, Chueca: lo ritroverai verso la fine della passeggiata.
I lavori veri cominciarono solo il 4 aprile 1910, quando il re Alfonso XIII diede il primo colpo con un piccone d'argento a una casa dietro la chiesa di San José, qui accanto. Per aprire il viale furono abbattute centinaia di case e cancellati interi vicoli, e la Gran Vía fu completata a tappe, nel corso di vari decenni, diventando la vetrina della Madrid moderna.
Prima di muoverti guarda anche l'edificio all'imbocco della Gran Vía, quello con la torretta rotonda: è l'Edificio Grassy, del 1917, che prende il nome dalla gioielleria che vi si trasferì negli anni Cinquanta. Ora risali la Gran Vía sul marciapiede di destra, fino al grattacielo che per più di vent'anni fu il più alto di Madrid.
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2. Edificio Telefónica: il primo grattacielo di Madrid
Gran Vía 28, 28013 Madrid, Spain
Eccolo, il gigante: l'Edificio Telefónica, al numero 28 della Gran Vía. Fai qualche passo indietro per vederlo tutto, perché da vicino la cima ti sfugge: 89 metri di pietra, con gli ornamenti barocchi in facciata che cercano di far sembrare spagnolo un grattacielo dall'anima americana.
Fu costruito tra il 1926 e il 1929 per la Compañía Telefónica Nacional de España, nata da poco e legata al gruppo statunitense ITT. Il progetto partiva dai disegni dell'architetto americano Louis S. Weeks, adattati dal giovane Ignacio de Cárdenas, che vestì la struttura d'acciaio di pinnacoli e decorazioni alla madrilena. Per più di vent'anni fu l'edificio più alto della città, e uno dei primi grattacieli d'Europa. Cárdenas non aveva nemmeno trent'anni, e i madrileni guardavano la sua torre con un misto di orgoglio e sospetto: per alcuni era la modernità, per altri un intruso americano piantato nel cuore di Madrid.
Durante la Guerra civile, tra il 1936 e il 1939, Madrid fu assediata dalle truppe di Franco, con il fronte a pochi chilometri, e la Telefónica divenne insieme un osservatorio e un bersaglio. Dalla cima si vedevano le linee nemiche; contro i suoi muri arrivavano i colpi d'artiglieria, e la Gran Vía si guadagnò un soprannome amaro: la avenida de los obuses, il viale degli obici.
Ai piani alti funzionava l'ufficio per i corrispondenti stranieri, con la sua censura. Qui venivano a dettare i loro pezzi giornalisti e scrittori, tra cui Ernest Hemingway, e tra i censori lavorò Arturo Barea, che anni dopo raccontò quei giorni nella sua trilogia autobiografica La forja de un rebelde. Pensaci: alcune delle cronache più celebri di quella guerra sono passate per le linee di questo palazzo.
Oggi al piano terra c'è lo spazio espositivo della Fundación Telefónica, e il vecchio gigante è tornato a essere un simbolo della città, non più un bersaglio. Ora continua sulla Gran Vía verso ovest, fino alla piazza dove le insegne luminose non si spengono mai.
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3. Edificio Carrión e Plaza de Callao: il Broadway di Madrid
Gran Vía 41, 28013 Madrid, Spain
Sei in Plaza de Callao, la piazza dei cinema. Davanti a te, all'angolo tra la Gran Vía e Calle de Jacometrezo, un palazzo curvo come la prua di una nave porta in cima un'insegna luminosa gigantesca: Schweppes. È l'Edificio Carrión, che tutti però chiamano Capitol, dal nome del cinema che ospita.
Lo costruirono tra il 1931 e il 1933 Luis Martínez-Feduchi e Vicente Eced per Enrique Carrión, marchese di Melín, che gli diede il suo nome. Era modernissimo: cemento armato, linee orizzontali, e dentro un cinema, un albergo, uffici e appartamenti, tutto in un unico blocco, come nelle metropoli americane. L'insegna al neon è arrivata negli anni Settanta ed è diventata così famosa da essere difesa dai madrileni come un monumento.
Se hai visto El día de la Bestia, il film di Álex de la Iglesia del 1995, quell'insegna la conosci bene: il finale si svolge proprio lassù, tra le lettere luminose, con i protagonisti appesi sopra il vuoto della Gran Vía. Da allora, per i madrileni, la Schweppes non è più soltanto una pubblicità: è un set cinematografico.
Guardati intorno: il Palacio de la Prensa, il grattacielo di mattoni costruito negli anni Venti per l'associazione dei giornalisti, e il Cine Callao, del 1926, sono i resti dell'epoca in cui questo tratto di Gran Vía era chiamato il Broadway di Madrid, con una sala dopo l'altra e le prime dei film americani. Il nome della piazza, invece, viene da lontano: ricorda la battaglia navale del Callao, in Perù, del 1866.
Ora lasciati alle spalle le luci, prendi una delle stradine a nord della piazza e raggiungi Corredera Baja de San Pablo: tra negozi e facciate scrostate, dietro una porta che quasi nessuno nota, c'è una chiesa che toglie il fiato. Sì, a duecento metri dalla piazza più rumorosa di Madrid, e in un silenzio che ti sembrerà di un altro secolo.
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4. San Antonio de los Alemanes: gli affreschi di Luca Giordano
Calle de la Puebla 22, 28004 Madrid, Spain
Da fuori sembra poco più di un muro di mattoni all'angolo tra Calle de la Puebla e Corredera Baja de San Pablo. Ma entra e alza la testa: ogni centimetro, dalle pareti fino alla cupola, è coperto di affreschi. Sei nella Real Iglesia de San Antonio de los Alemanes, e stai guardando una delle meraviglie più nascoste di Madrid.
Il nome è un piccolo rompicapo. La chiesa nacque come San Antonio de los Portugueses, costruita negli anni Venti e Trenta del Seicento per la comunità portoghese, quando Spagna e Portogallo avevano lo stesso re. Poi il Portogallo tornò indipendente, e nella seconda metà del secolo la regina Mariana d'Austria affidò la chiesa ai cattolici di lingua tedesca. Uscirono i portoghesi, entrarono i tedeschi, e Sant'Antonio, nato a Lisbona e morto a Padova, rimase al suo posto.
La grande volta fu dipinta da due pittori spagnoli, Francisco Rizi e Juan Carreño de Miranda. Ma le pareti hanno un accento napoletano: sono opera di Luca Giordano, chiamato a Madrid dal re Carlo II nel 1692, così rapido nel lavoro che in Italia lo chiamavano Luca fa presto. Qui raccontò la vita di Sant'Antonio con la sua tavolozza luminosa, e il risultato è un cielo che ti avvolge da tutte le parti.
Dagli inizi del Settecento la chiesa è affidata alla Hermandad del Refugio, una confraternita nata nel 1615 per soccorrere poveri e malati abbandonati. I confratelli giravano di notte per i vicoli con una lanterna, e agli affamati offrivano pane e un uovo: una tradizione di carità che la confraternita porta avanti da quattro secoli, a pochi passi dalle vetrine della Gran Vía.
La pianta è ellittica, cosa rara nella Madrid del Seicento, e l'effetto è quello di stare dentro un uovo dipinto. Ora esci e risali verso nord per le stradine di Malasaña, tra negozi vintage e vecchie botteghe, fino a una piazza con un grande arco di mattoni.
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5. Plaza del Dos de Mayo: la rivolta di Malasaña
Plaza del Dos de Mayo, 28004 Madrid, Spain
Eccoti in Plaza del Dos de Mayo, il salotto di Malasaña: bambini sugli scivoli, terrazze piene, e al centro un arco di mattoni solitario con sotto due ufficiali di marmo, fianco a fianco. Quell'arco è tutto ciò che resta del Parque de Artillería de Monteleón, la caserma d'artiglieria che qui sorgeva nel 1808.
Il 2 maggio 1808 Madrid era occupata dalle truppe napoleoniche, e quando la folla vide che i francesi stavano portando via gli ultimi membri della famiglia reale, la città insorse. I capitani d'artiglieria Luis Daoíz e Pedro Velarde aprirono le porte del parco ai civili, distribuirono le armi e resistettero per ore con un pugno di soldati e di popolani. Morirono entrambi qui. Il giorno dopo cominciarono le fucilazioni che Goya avrebbe dipinto nel suo Tres de Mayo.
E qui entra in scena l'Italia. Chi comandava le truppe francesi a Madrid quel giorno? Gioacchino Murat, il cognato di Napoleone, che represse la rivolta senza pietà. Pochi mesi dopo, nell'estate dello stesso 1808, Murat diventò re di Napoli, prendendo il posto di Giuseppe Bonaparte, che a sua volta lasciava Napoli per diventare re di Spagna. Un vero valzer di troni: per qualche anno Madrid e Napoli si scambiarono i sovrani.
Tra i caduti di quel giorno c'era anche una ragazza di quindici anni, Manuela Malasaña, ricamatrice. La versione più famosa racconta che i soldati francesi la fermarono, le trovarono addosso le forbici da lavoro e la uccisero come se fossero un'arma; un'altra la vuole morta mentre portava munizioni ai difensori. Il quartiere intero oggi porta il suo nome.
Quasi due secoli dopo, questa piazza fu il cuore di un'altra rivolta, molto più pacifica: la Movida madrileña, l'esplosione di musica, moda e libertà tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, dopo la fine della dittatura. Nei bar intorno suonavano band, si giravano film con due soldi, e Madrid scopriva di poter essere giovane. Ora sali verso nord, passando per Calle de Manuela Malasaña, fino alla Glorieta de Bilbao.
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6. Café Comercial e Glorieta de Bilbao: il salotto di Madrid
Glorieta de Bilbao 7, 28004 Madrid, Spain
Sei sulla Glorieta de Bilbao, una rotonda trafficata, e all'angolo con Calle de Fuencarral c'è un caffè con le grandi vetrate e un'insegna d'altri tempi: è il Café Comercial, aperto nel 1887, uno dei più antichi di Madrid. Dentro, specchi alle pareti, colonne e tavolini di marmo: il salotto pubblico di generazioni di madrileni.
Nella Madrid dell'Ottocento i caffè erano decine e decine, ognuno con la sua clientela, politici, toreri, poeti, militari, ed erano molto più che bar. Erano uffici, redazioni, sale di lettura, e soprattutto la casa delle tertulias, gli incontri fissi tra amici attorno allo stesso tavolo, alla stessa ora, per anni. Al Comercial si sono seduti scrittori, studenti, artisti e innamorati, e per molti è stato una seconda casa, più calda e più economica della prima.
Per questo, quando nel 2015 il Café Comercial chiuse all'improvviso, Madrid lo visse come un lutto. Sembrava la fine di un'epoca, l'ennesimo caffè storico destinato a diventare un negozio qualunque. Invece, dopo un lungo restauro, nel 2017 ha riaperto, conservando le sale, gli specchi e l'atmosfera.
Sotto i tuoi piedi, intanto, passa un altro pezzo di storia. Il 17 ottobre 1919 il re Alfonso XIII inaugurò la prima linea della metropolitana di Madrid, da Sol a Cuatro Caminos: otto stazioni in tutto, e Glorieta de Bilbao era una di quelle. L'avevano voluta tre ingegneri, Carlos Mendoza, Antonio González Echarte e Miguel Otamendi, e i madrileni facevano la coda per provare l'emozione di viaggiare sottoterra, nel cuore di una città che fino a pochi anni prima andava ancora in carrozza.
E quella linea nasconde un fantasma: la vecchia stazione di Chamberí, poco più a nord, chiusa nel 1966 e oggi museo, con le piastrelle e i cartelloni pubblicitari dell'epoca ancora intatti. Ora scendi lungo Calle de Fuencarral verso sud: dopo pochi minuti, sulla sinistra, ti aspetta il portale più esagerato di Madrid.
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7. Museo de Historia de Madrid: il portale di Pedro de Ribera
Calle de Fuencarral 78, 28004 Madrid, Spain
Fermati davanti al portale e lasciati travolgere: pietra che si arriccia, si piega, esplode in volute, drappeggi e pinnacoli, e al centro, in una nicchia, il re San Ferdinando. È l'ingresso dell'antico Real Hospicio de San Fernando, oggi Museo de Historia de Madrid, e quella facciata è il capolavoro di Pedro de Ribera, il più scatenato degli architetti barocchi madrileni.
L'edificio fu costruito negli anni Venti del Settecento per accogliere i poveri, i mendicanti e gli orfani della città, che qui ricevevano un letto, il cibo e un mestiere da imparare. Lo stile di Ribera si chiama churrigueresco, e i critici neoclassici lo detestavano: troppo, tutto troppo. Oggi invece è proprio quel troppo che ci fa fermare in mezzo al marciapiede.
Dentro, oltre a uno straordinario plastico in legno della Madrid del 1830, realizzato da León Gil de Palacio, c'è un quadro di Goya con una storia da romanzo. È l'Allegoria della città di Madrid, dipinta nel 1810: nel medaglione al centro c'era il ritratto di Giuseppe Bonaparte, il re imposto dai francesi. Poi quel medaglione fu ridipinto più volte, con la parola Costituzione, di nuovo con Giuseppe, con il volto di Ferdinando VII, finché nel 1872 vi fu scritto quello che leggi oggi: Dos de Mayo.
E qui torna Napoli. Prima di diventare re di Spagna, Giuseppe Bonaparte era stato re di Napoli, dal 1806 al 1808. A Madrid lo chiamavano Pepe Botella, Peppe Bottiglia, per dargli dell'ubriacone; si dice invece che fosse quasi astemio, ma la propaganda, si sa, funziona meglio della verità. Quel medaglione che cambia faccia è il ritratto perfetto di un secolo spagnolo che non riusciva a decidersi.
Sul fianco del museo c'è un piccolo giardino intitolato proprio a Pedro de Ribera, un angolo tranquillo dove i madrileni del quartiere portano a spasso i cani. Ora attraversa Calle de Fuencarral e cammina verso est, oltre Calle de Hortaleza, fino all'incrocio tra Calle de Fernando VI e Calle de Pelayo: un palazzo sta per sciogliersi davanti ai tuoi occhi.
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8. Palacio de Longoria: il Liberty di Madrid
Calle de Fernando VI 4, 28004 Madrid, Spain
All'angolo tra Calle de Fernando VI e Calle de Pelayo, un palazzo sembra sciogliersi come cera: balconi che ondeggiano, colonne che diventano tronchi, foglie e fiori di pietra che salgono fino alla cupola. È il Palacio de Longoria, l'esempio più spettacolare di modernismo di Madrid. In Italia, lo chiameremmo stile Liberty.
Fu costruito tra il 1902 e il 1904 per un finanziere, Javier González Longoria, che voleva una casa capace di far parlare la città. L'architetto era un catalano, José Grases Riera, lo stesso che firmò il progetto del grande monumento ad Alfonso XII sul laghetto del Retiro, e qui si vede la sua origine: è come se un pezzo di Barcellona fosse atterrato per sbaglio nella Madrid austera dei ministeri e dei conventi.
A Madrid il modernismo è rimasto rarissimo, ed è proprio per questo che il Longoria colpisce tanto. Chi ha avuto la fortuna di entrarci racconta di uno scalone avvolto in curve di ferro e pietra, sotto una vetrata colorata che fa piovere luce dall'alto. Da fuori puoi giocare a cercare un angolo retto sulla facciata: non è facile. Guarda le ringhiere dei balconi, che sembrano alghe mosse dalla corrente, e le finestre che si aprono come bocche di conchiglia.
Dal 1950 il palazzo è la sede della SGAE, la Sociedad General de Autores y Editores, l'ente che tutela i diritti di musicisti, scrittori e registi spagnoli. Ogni volta che una canzone spagnola passa alla radio, insomma, una parte dei conti si fa qui dentro. Un palazzo nato per un banchiere è finito a contare note e parole: forse il destino più poetico che potesse capitargli.
Il quartiere intorno si chiama Justicia, e tra un attimo capirai perché. Ora prosegui verso est lungo Calle de Fernando VI: il nome del re non è un caso, perché in fondo alla strada ti aspetta la sua tomba, insieme a una storia che porta dritto a Napoli.
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9. Salesas Reales e Santa Bárbara: la tomba di un re e l'arrivo di Carlo III
Calle del General Castaños 2, 28004 Madrid, Spain
Davanti a te si alza una facciata di granito con statue e rilievi, e dietro una cupola barocca dalle proporzioni regali: è la chiesa di Santa Bárbara, l'unica parte rimasta aperta al culto del grande monastero delle Salesas Reales. Il resto del complesso, quello che si affaccia su Plaza de la Villa de París, ospita oggi il Tribunal Supremo, la corte suprema spagnola. Ecco perché il quartiere si chiama Justicia.
Tutto nacque dal desiderio di una regina, Barbara di Braganza, moglie di Ferdinando VI. Non aveva figli e temeva, se il marito fosse morto per primo, di restare sola alla mercé del nuovo re. Così nel 1748 fondò questo monastero per le monache della Visitazione, con un collegio per ragazze nobili e un appartamento tutto per sé. I lavori costarono una fortuna, e si racconta che i madrileni ci scherzassero sopra: Barbara regina, barbaro gusto, barbara opera, barbara spesa.
Il destino rovesciò i piani: Barbara morì per prima, nel 1758, e Ferdinando, distrutto dal dolore, si chiuse nel castello di Villaviciosa de Odón e morì l'anno dopo, nel 1759, ormai fuori di sé. Sono sepolti entrambi qui, in Santa Bárbara.
Ed ecco l'Italia. Ferdinando non lasciava figli, e la corona passò al fratellastro, che regnava già da venticinque anni a Napoli: Carlo di Borbone, re di Napoli dal 1734. Carlo lasciò il trono napoletano al figlio Ferdinando, un bambino di otto anni, e partì per Madrid, dove diventò Carlo III di Spagna. Fu lui a volere la tomba del fratello che si trova qui dentro, disegnata da Francesco Sabatini, l'architetto palermitano che aveva lavorato con Vanvitelli alla Reggia di Caserta, e scolpita da Francisco Gutiérrez.
Gran parte della Madrid elegante che conosci, con le sue fontane, i suoi viali e le sue porte monumentali, è figlia di un re che aveva imparato il mestiere a Napoli. Ora torna verso sud-ovest tra le stradine del quartiere, fino alla piazza che porta il nome del compositore che hai incontrato all'inizio.
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10. Plaza de Chueca: musica, libertà e un quartiere rinato
Plaza de Chueca, 28004 Madrid, Spain
Eccoti in Plaza de Chueca: una piazzetta irregolare con le terrazze, l'ingresso della metropolitana nel mezzo e le bandiere arcobaleno che spuntano dai balconi. Benvenuto nel quartiere più vivace, e forse più libero, di Madrid: di giorno sembra un paese, di notte non dorme mai.
Il nome viene da Federico Chueca, il compositore della zarzuela La Gran Vía che hai incontrato all'inizio, davanti al Metrópolis. Si racconta che da giovane studente di medicina fu arrestato durante le proteste universitarie del 1865, e che in cella scrisse dei valzer che il maestro Francisco Asenjo Barbieri trovò così belli da farli eseguire in concerto. Chueca lasciò la medicina e diventò il musicista più popolare di Madrid, il cantore delle sue strade. Barbieri, del resto, ha una via tutta sua qui a due passi.
Per buona parte del Novecento questo quartiere fu dimenticato: palazzi cadenti, vicoli bui, e negli anni Ottanta il degrado e la droga. Poi, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, la comunità gay e lesbica cominciò ad aprire qui bar, librerie e negozi, a ristrutturare le case, a vivere alla luce del sole. Chueca rinacque così, e diventò il simbolo di una Madrid aperta.
Oggi è il cuore del Madrid Orgullo, il Pride della città, che ogni estate porta in queste strade una folla enorme, e nel 2017 Madrid ha ospitato il WorldPride. La Spagna, nel 2005, è stata uno dei primi paesi al mondo a riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E a pochi passi c'è il Mercado de San Antón, un vecchio mercato rionale rinato su più piani, con una terrazza sui tetti.
Dalla zarzuela all'arcobaleno, Chueca è sempre stata il quartiere di chi cantava fuori dal coro. Ora scendi verso sud per Calle de Barbieri, sì, proprio l'amico del compositore, fino a Calle de las Infantas e alla piccola Plaza del Rey: ti aspetta una casa con sette camini e un fantasma.
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11. Casa de las Siete Chimeneas: il fantasma e il ministro siciliano
Plaza del Rey 1, 28004 Madrid, Spain
Conta i comignoli sul tetto di questa casa di mattoni e pietra in Plaza del Rey: sono sette, allineati come sentinelle. È la Casa de las Siete Chimeneas, uno dei più antichi palazzi civili di Madrid, costruito nella seconda metà del Cinquecento, quando qui intorno c'erano ancora orti e campi.
E naturalmente ha il suo fantasma. La leggenda parla di una giovane donna che qui visse e morì in circostanze misteriose, e le malelingue tirano in ballo perfino Filippo II. Da allora, nelle notti scure, si vedrebbe una figura bianca camminare tra i sette camini con una torcia in mano. E si racconta che durante dei lavori, nell'Ottocento, dentro un muro fu trovato lo scheletro di una donna accanto a delle monete antiche.
Ma la storia vera più clamorosa di questa casa parla italiano. Nel Settecento ci abitava Leopoldo de Gregorio, marchese di Squillace, per gli spagnoli Esquilache: un siciliano arrivato da Napoli al seguito di Carlo III e diventato il suo potentissimo ministro. Squillace voleva una Madrid moderna, pulita e illuminata, e nel 1766 provò perfino a vietare i mantelli lunghi e i cappelli a larga tesa, dietro i quali, diceva, si nascondevano i malviventi.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso: il pane era carissimo e i madrileni non sopportavano un ministro straniero che pretendeva di cambiare loro il cappello. Nel marzo del 1766 scoppiò il Motín de Esquilache, e la folla prese d'assalto proprio questa casa. Carlo III dovette cedere: Squillace fu allontanato e tornò in Italia, dove finì i suoi giorni come ambasciatore a Venezia.
Eppure Madrid, alla fine, cambiò lo stesso: lampioni, fogne, strade lastricate, viali e fontane. E i madrileni, che contro quelle riforme si erano ribellati, finirono per chiamare Carlo III il miglior sindaco di Madrid, el mejor alcalde. Oggi la casa delle sette ciminiere ospita il Ministero della Cultura, e la passeggiata finisce qui: torna verso Calle de Alcalá, e la Vittoria alata del Metrópolis ti saluterà, sempre a braccia aperte.