Barcellona segreta: dalla Barcino romana al Born, tra Gotico e Ribera
Torri romane, oche in un chiostro, re che regnarono su Napoli, una piazza ferita e la cattedrale costruita dai facchini del porto: duemila anni di Barcellona in una passeggiata
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1. Plaça Nova: le torri romane di Barcino
Plaça Nova, 08002 Barcelona, Spain
Mettiti al centro della piazza e guarda verso l'imbocco del vicolo che sale accanto alla cattedrale: due torri tozze, rotonde, di pietra scura, lo stringono come due guardiani. Non sono un falso romantico e non sono medievali... sono le torri di una porta romana. Da qui, duemila anni fa, si entrava in città.
La città si chiamava Barcino, ed era una colonia minuscola, fondata ai tempi di Augusto, più o meno tra il 15 e il 10 avanti Cristo, con un nome lunghissimo: Colonia Iulia Augusta Faventia Paterna Barcino. Una decina di ettari in tutto, meno di un grande centro commerciale di oggi. Nel tardo impero, quando i barbari cominciarono a fare paura, le mura furono raddoppiate di spessore e punteggiate da decine di torri. Accanto a queste vedi anche alcuni archi ricostruiti dell'acquedotto che portava l'acqua dentro le mura.
Ora voltati verso l'edificio moderno di cemento, il Col·legi d'Arquitectes. Sulla sua facciata corre un fregio che sembra lo scarabocchio di un bambino: figure che ballano, giganti della festa, gente che porta rami di palma. Lo disegnò Pablo Picasso all'inizio degli anni Sessanta, e a inciderlo nel cemento con la sabbiatrice fu l'artista norvegese Carl Nesjar. Picasso non venne a vederlo: in quegli anni si rifiutava di mettere piede nella Spagna di Franco.
E sulla piazza, guarda le grandi lettere che compongono la parola BARCINO: sono un'opera del poeta Joan Brossa, che amava giocare con l'alfabeto come con un giocattolo. È un bel gioco di specchi, se ci pensi... le pietre del primo secolo, il cemento del Novecento, le lettere di un poeta, tutto nel giro di pochi passi. E intorno, gente seduta sui gradini con un gelato, ignara di stare su duemila anni di storia.
Per secoli Barcellona è rimasta stretta dentro le sue mura, prima romane, poi medievali, e solo a metà Ottocento ha avuto il permesso di abbatterle e di uscire dal guscio. Quello che vedrai nelle prossime ore è il cuore più antico, strato sopra strato, come le pagine di un libro incollate insieme. Ora volta a destra e cammina verso la grande facciata gotica in cima alla scalinata: la cattedrale ti aspetta, e con lei tredici ospiti molto rumorosi.
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2. La Cattedrale di Santa Eulàlia e le tredici oche
Pla de la Seu, s/n, 08002 Barcelona, Spain
Sali con lo sguardo lungo la facciata: guglie, pinnacoli, gargolle, un merletto di pietra che sembra il gotico più puro del mondo. Ti svelo subito il trucco... questa facciata è dell'Ottocento. Il resto della cattedrale è medievale, ma per secoli il fronte rimase una parete spoglia, incompiuta.
I lavori della cattedrale gotica cominciarono nel 1298, sopra una chiesa romanica, che a sua volta stava sopra una basilica paleocristiana. Poi i soldi finirono, le guerre e le pestilenze fecero il resto, e la facciata aspettò quasi seicento anni. Fu un banchiere, Manuel Girona, a pagarla di tasca propria alla fine dell'Ottocento, e la guglia centrale arrivò soltanto nel 1913. Così il simbolo gotico di Barcellona è, almeno in parte, più giovane della Torre Eiffel.
La cattedrale è dedicata alla Santa Croce e a Santa Eulàlia, una ragazza di Barcino che, secondo la tradizione, fu martirizzata all'inizio del IV secolo, durante le persecuzioni di Diocleziano. Aveva tredici anni, dice la leggenda, e subì tredici torture. Le sue spoglie riposano nella cripta, sotto l'altare maggiore, in un sarcofago di alabastro del Trecento attribuito a uno scultore pisano, Lupo di Francesco. Un pezzo di Toscana, insomma, custodisce la patrona più antica della città.
E ora la parte che nessun bambino dimentica. Entra nel chiostro, avvicinati alla fontana tra le palme e le magnolie, e sentirai starnazzare: lì vivono tredici oche bianche, una per ogni anno di Eulàlia. Perché proprio le oche? Qualcuno dice per il loro candore, simbolo di purezza; altri ricordano che le oche, come quelle del Campidoglio, erano guardiane infallibili. E a giugno, per il Corpus Domini, sul getto d'acqua della fontana del chiostro danza un uovo vuoto, l'ou com balla, che gira e rimbalza senza mai cadere.
Prima di uscire abbassa gli occhi: sul pavimento del chiostro ci sono lapidi consumate dai passi, con gli attrezzi dei mestieri scolpiti sopra, una scarpa, delle forbici. Erano le tombe dei membri delle corporazioni medievali, che si facevano seppellire qui con il loro stemma. Ora esci su Carrer del Bisbe e seguila verso sud: tra pochi passi ci passerai sotto un ponte che sembra antichissimo... e non lo è affatto.
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3. Pont del Bisbe e Plaça de Sant Jaume: il foro di Barcino
Plaça de Sant Jaume, 08002 Barcelona, Spain
Ti sei appena lasciato alle spalle il ponte di pietra traforata che scavalca Carrer del Bisbe, e davanti a te si apre una piazza larga, luminosa, con due grandi palazzi che si fronteggiano come due pugili prima del match. Fermati un attimo nel mezzo e girati piano su te stesso.
Quel ponte, il Pont del Bisbe, quasi tutti lo credono medievale. È del 1928. Lo disegnò l'architetto Joan Rubió i Bellver, che era stato collaboratore di Gaudí, per collegare il palazzo del governo alla casa dei canonici, e lo fece in un gotico così convincente da ingannare un secolo di fotografi. C'è anche una leggenda moderna: tra i trafori si nasconde un teschio trafitto da un pugnale, e si dice che chi riuscisse a sfilarlo scatenerebbe la rovina della città. Quindi, per favore, guardalo e basta.
La piazza in cui sei era il cuore di Barcino: più o meno qui si incrociavano le due strade principali della colonia, e qui c'era il foro. E oggi è ancora il cuore politico. Da un lato il Palau de la Generalitat, sede del governo catalano, con la facciata rinascimentale e San Giorgio che uccide il drago. Dall'altro l'Ajuntament, il municipio, con il suo fronte neoclassico. Governo e città, uno davanti all'altro, da secoli. Quando Barcellona festeggia, protesta o vince qualcosa, viene qui.
E del foro romano resta qualcosa? Sì, a due passi. In Carrer del Paradís, dentro il cortile del Centre Excursionista de Catalunya, si alzano quattro colonne corinzie alte circa nove metri, chiuse tra i muri di un palazzo come fantasmi. Erano del tempio dedicato al culto dell'imperatore Augusto, costruito sulla cima del Mont Tàber, la piccola altura su cui nacque la città. Nel selciato del vicolo una macina di pietra segna il punto più alto: sedici metri e novanta sul livello del mare. Ecco la montagna di Barcellona.
Ora vai proprio lì: imbocca Carrer del Paradís, entra a salutare le colonne di Augusto, e poi prosegui dritto tra i vicoli fino a Plaça del Rei. È una piazza chiusa, tutta di pietra, dove abitavano re che governavano mezzo Mediterraneo... compreso un bel pezzo d'Italia.
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4. Plaça del Rei: il palazzo dei re che regnarono su Napoli
Plaça del Rei, 08002 Barcelona, Spain
Entra in questa piazza chiusa e fermati nel mezzo: davanti a te una scalinata a ventaglio sale verso un grande portale, in un angolo si alza una torre di cinque piani di loggiati, e tutto intorno è pietra dorata. Sembra il set di un film in costume... ed è, invece, il palazzo dei conti di Barcellona, che a un certo punto diventarono re.
Dietro quel portale c'è il Saló del Tinell, una sala del Trecento voluta dal re Pietro il Cerimonioso e coperta da enormi archi di pietra a tutto sesto, che sembrano le costole di una nave capovolta. La tradizione racconta che proprio su questa scalinata, nella primavera del 1493, Ferdinando e Isabella ricevettero Cristoforo Colombo di ritorno dal suo primo viaggio. Gli storici ne discutono... ma la scena del genovese che sale i gradini con pappagalli e oggetti venuti da un altro mondo è troppo bella per non raccontarla.
E qui la storia diventa un po' anche tua. I re che vivevano in questo palazzo erano i sovrani della Corona d'Aragona, e il loro regno guardava al mare. Dopo i Vespri siciliani del 1282, Pietro il Grande prese la corona di Sicilia; nel Trecento arrivò la Sardegna; e nel 1442 Alfonso il Magnanimo entrò a Napoli, ne fece la sua capitale e non tornò mai più in patria. Sull'arco trionfale di Castel Nuovo lo vedi ancora oggi, scolpito nel marmo, festeggiato come un imperatore romano. E ad Alghero, in Sardegna, ancora oggi si parla un dialetto catalano: un'eco di quei re, rimasta nell'aria per più di seicento anni.
Sotto i tuoi piedi, intanto, c'è un'altra città. Per far posto alla Via Laietana, un palazzo gotico, la Casa Padellàs, fu smontato pietra per pietra e nel 1931 ricostruito qui accanto. Scavando le nuove fondamenta, saltarono fuori strade, botteghe, una lavanderia e vasche per la salsa di pesce della Barcino romana. Oggi il Museo di Storia di Barcellona ti fa camminare su passerelle sopra quelle rovine: un intero quartiere romano sotto la piazza.
L'ultimo re di questa dinastia fu Martino l'Umano, morto nel 1410 senza eredi, e con lui finì la linea dei conti di Barcellona; la torre che vedi, costruita più tardi, porta il suo nome. Ora torna verso ovest, aggirando la cattedrale tra i vicoli più stretti, fino a una piazzetta silenziosa con una fontana al centro e una chiesa dalla facciata ferita.
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5. Plaça de Sant Felip Neri: la piazza ferita
Plaça de Sant Felip Neri, 08002 Barcelona, Spain
Ascolta, prima ancora di guardare: in questa piazzetta il rumore della città si spegne di colpo, e resta solo l'acqua della fontana al centro. Poi alza gli occhi sulla facciata della chiesa, in fondo: la pietra è butterata, scheggiata, piena di buchi, come se qualcuno l'avesse presa a martellate.
Non è stato un martello. Il 30 gennaio 1938, durante la guerra civile, aerei dell'Aviazione Legionaria italiana, alleata di Franco, bombardarono il centro di Barcellona. Una bomba cadde qui, dove nei sotterranei della chiesa si erano rifugiate molte persone, tra cui tanti bambini. Morirono 42 persone, in gran parte bambini. I segni che vedi sono le schegge di quella mattina d'inverno.
Per decenni, sotto la dittatura, di quella mattina si parlava poco, e in città girava un'altra voce: che quei buchi fossero i colpi dei plotoni d'esecuzione. Oggi una lapide sulla piazza ricorda le vittime e racconta che cosa accadde davvero. La facciata invece non è mai stata restaurata, e non lo sarà: è una ferita lasciata aperta di proposito, perché chi passa si fermi, come stai facendo tu.
Il resto della piazza nasconde un piccolo trucco. Due degli edifici che ti circondano non sono nati qui: erano le sedi delle corporazioni dei calzolai e dei calderai, e negli anni Quaranta furono smontati e rimontati in questa piazza, per salvarli dai lavori che stavano sventrando altre parti del quartiere. E in questa chiesa veniva a pregare quasi ogni giorno Antoni Gaudí, a piedi dalla Sagrada Família. Il 7 giugno 1926, mentre camminava verso Sant Felip Neri, fu investito da un tram; vestito come un mendicante, nessuno lo riconobbe subito, e morì tre giorni dopo.
In una sola piazza convivono il silenzio, la memoria di una strage e l'ultima passeggiata di un genio. Siediti un momento sul bordo della fontana, se trovi posto, e lascia che la piazza faccia il suo lavoro. Poi esci dal lato opposto e scendi nei vicoli strettissimi del Call, l'antico quartiere ebraico: il prossimo racconto è lì, dietro un portoncino sotto il livello della strada.
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6. El Call: la Sinagoga Major e il rabbino sardo
Carrer de Marlet 5, 08002 Barcelona, Spain
Infilati in Carrer de Marlet e fermati davanti a una porticina, qualche gradino sotto il livello della strada: è così stretta che rischi di passarle davanti senza vederla. Questo vicolo, e i quattro o cinque qui intorno, erano il Call, il quartiere ebraico della Barcellona medievale. Una città nella città, che attraversi in un paio di minuti.
La parola Call viene probabilmente dall'ebraico qahal, comunità. Nel Duecento e nel Trecento qui vivevano medici, traduttori, astronomi, mercanti, finanzieri dei re. Il rabbino più celebre, Shlomo ben Adret, era ascoltato in tutto il Mediterraneo: da mezza Europa gli scrivevano per chiedergli come interpretare la legge, e migliaia delle sue risposte sono studiate ancora oggi. Mentre altrove in Europa si chiudevano le porte, qui per un po' si tradussero libri dall'arabo e dall'ebraico al latino.
Ora cerca, sul muro all'angolo, una lapide con un'iscrizione in ebraico. È una copia, l'originale è al museo, e dice più o meno così: fondazione pia di rabbi Samuel ha-Sardí, la sua anima riposi in paradiso. Ha-Sardí, il sardo. Il nome sembra raccontare un uomo, o una famiglia, arrivati dalla Sardegna, che lasciarono un'opera di carità a Barcellona. Il Mediterraneo, già allora, era una sola grande strada, e la Sardegna, ricordi, apparteneva agli stessi re.
Poi, nell'estate del 1391, un'ondata di violenza partita da Siviglia attraversò i regni iberici e in agosto arrivò qui. Il Call fu assaltato, centinaia di persone furono uccise, molte altre costrette al battesimo. La comunità non si riprese più, e pochi decenni dopo il quartiere ebraico di Barcellona smise ufficialmente di esistere. Le sinagoghe diventarono case, botteghe, magazzini... e la memoria finì sotto l'intonaco.
Quella sotto i tuoi piedi è stata identificata, negli anni Novanta, come la possibile Sinagoga Major, la principale della città: due piccole stanze semi interrate, con un muro orientato verso Gerusalemme. Gli studiosi ne discutono ancora, ma entrarci resta un'emozione. Ora scendi verso il mare lungo Carrer d'Avinyó, una via stretta e un po' sgangherata che ha prestato il suo nome, si dice, a uno dei quadri più famosi del Novecento.
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7. Basílica de la Mercè: la patrona che guarda il mare
Plaça de la Mercè 1, 08002 Barcelona, Spain
Alza la testa oltre la facciata barocca, fino alla cupola: lassù, in cima, c'è una grande statua della Madonna, girata verso il porto, come una sentinella. Da lì protegge le navi che entrano, e il suo nome lo sentirai gridare ovunque, a settembre: è la Mercè, la patrona di Barcellona.
La leggenda dice che nel 1218 la Vergine apparve nella stessa notte a tre uomini diversi: il mercante Pere Nolasc, il giovane re Giacomo I e il frate Raimondo di Peñafort. A tutti e tre chiese la stessa cosa: fondare un ordine per riscattare i cristiani fatti prigionieri dai pirati e nei regni musulmani. Nacquero così i Mercedari, frati che attraversavano il mare per trattare e pagare riscatti, e che facevano un voto in più degli altri: offrirsi come ostaggi, se necessario, al posto dei prigionieri.
Ogni anno, intorno al 24 settembre, Barcellona festeggia la sua patrona con giorni di festa in strada. I castellers costruiscono torri umane alte come palazzi in Plaça de Sant Jaume, i giganti di cartapesta ballano per le vie, e la notte del correfoc diavoli armati di fuochi d'artificio corrono in mezzo alla folla. Se ci capiti, copriti la testa con un cappello e non metterti in prima fila... a meno che le scintille sui vestiti non siano il tuo genere di souvenir.
Per arrivare qui hai percorso Carrer d'Avinyó. Si racconta che fosse un bordello di quella strada, ricordato dal giovane Picasso, a dare il titolo a Les Demoiselles d'Avignon, il quadro del 1907 che spaccò in due la storia della pittura. Il titolo, in realtà, non lo scelse lui ma un amico, anni dopo, e Picasso lo trovò sempre un po' irritante. Però la Avignon del quadro, quasi certamente, non è la città dei papi... è quel vicolo di Barcellona.
La chiesa che vedi è del Settecento, costruita sul luogo del convento medievale dei Mercedari, ed è una delle poche grandi chiese barocche di una città che, in fondo al cuore, ha sempre preferito il gotico. Ora prosegui verso est, per le strade parallele al lungomare, fino ad attraversare la Via Laietana, il grande taglio che all'inizio del Novecento squarciò la città vecchia per far passare il traffico moderno. Dall'altra parte ti aspetta un palazzo severo che nasconde un segreto gotico.
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8. Llotja de Mar: la borsa gotica e la legge del mare
Passeig d'Isabel II 1, 08003 Barcelona, Spain
Davanti a te c'è un palazzo neoclassico, sobrio, quasi severo, con colonne e statue allegoriche: sembra un ministero, o una vecchia banca. E in fondo è proprio questo... ma dentro nasconde una delle sale gotiche civili più belle d'Europa.
La Llotja era la borsa dei mercanti di Barcellona. Alla fine del Trecento qui si costruì il Saló de Contractacions, una grande sala divisa in tre navate da archi altissimi su colonne sottili, dove si trattavano lane, spezie, coralli, noli e assicurazioni marittime. Nel Settecento ci costruirono intorno questo involucro neoclassico, ma la sala gotica rimase intatta dentro, come un gioiello in una scatola di cartone elegante.
Qui aveva sede anche il Consolat de Mar, il tribunale del commercio marittimo. Le sue regole, raccolte nel Llibre del Consolat de Mar, decidevano che cosa succedeva in caso di naufragio, di merce gettata in mare durante una tempesta, di un capitano che non pagava l'equipaggio. Furono seguite per secoli in molti porti del Mediterraneo, e il libro fu tradotto anche in italiano. Una delle prime grandi leggi comuni del mare è legata a doppio filo a questo palazzo.
Al piano di sopra, nell'Ottocento, funzionava la scuola di belle arti della città, che tutti chiamavano semplicemente la Llotja. Nel 1895 vi entrò un ragazzino di Malaga di tredici anni, figlio di un professore della scuola: si chiamava Pablo Ruiz Picasso, e secondo la leggenda superò in un solo giorno la prova d'ammissione per cui gli altri avevano un mese. Qualche anno più tardi, tra questi corridoi passò anche Joan Miró. Due rivoluzioni dell'arte moderna, cresciute sotto lo stesso tetto dei mercanti.
La Llotja è ancora oggi la sede della Camera di Commercio di Barcellona: seicento anni dopo, in questo palazzo si parla ancora di affari. Ora gira le spalle al porto e risali verso l'interno, nel quartiere della Ribera: in pochi passi vedrai alzarsi tra le case strette una chiesa enorme, spoglia, quasi severa, costruita da facchini e marinai.
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9. Santa Maria del Mar, la cattedrale del mare
Plaça de Santa Maria 1, 08003 Barcelona, Spain
Fermati davanti al portale e guarda bene le porte di bronzo: piccole figure di uomini curvi, con una pietra enorme sulla schiena. Non sono santi, non sono re. Sono facchini del porto... e questa chiesa, in un certo senso, l'hanno costruita loro.
Si chiamavano bastaixos, gli scaricatori che portavano a spalla le merci dalle barche alla riva, perché Barcellona non aveva ancora un vero porto. Quando nel 1329 si posò la prima pietra di Santa Maria del Mar, i bastaixos si offrirono di trasportare gratis le pietre dalle cave di Montjuïc: chilometri di cammino, avanti e indietro, con blocchi enormi sulle spalle. Il quartiere della Ribera, fatto di mercanti, marinai e pescatori, voleva una chiesa tutta sua, e se la pagò con il sudore.
E la costruirono in fretta, in appena cinquantaquattro anni, dal 1329 al 1383: un lampo, per una chiesa gotica. Per questo è così pura, così coerente, un solo stile e un'unica idea. Entra e guarda le colonne ottagonali, sottilissime, distanti più di tredici metri l'una dall'altra. È uno degli spazi gotici più ampi e leggeri mai costruiti, e quando il sole entra dal rosone sembra che le pareti non pesino niente.
Nel luglio del 1936, all'inizio della guerra civile, la chiesa fu incendiata e bruciò, si racconta, per giorni. Gli altari barocchi, le statue, il coro: tutto andò perduto. Quando la si restaurò, si scelse di non rimettere l'oro e di lasciare la pietra nuda. Ed è così che la vedi oggi, luminosa e austera, forse più vicina di prima a come l'avevano immaginata i costruttori del Trecento.
Se hai letto La cattedrale del mare di Ildefonso Falcones, questa è la sua chiesa: il protagonista, Arnau, è proprio un bastaix che porta le pietre di Montjuïc. Ora esci sul fianco della chiesa: troverai una piazza in leggera discesa, lastricata di rosso, con una fiamma che non si spegne mai. Ne capirai il senso tra poco. Poi risali per Carrer de Montcada, la via dei palazzi, che si apre proprio davanti alla facciata.
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10. Carrer de Montcada e il Museu Picasso
Carrer de Montcada 15-23, 08003 Barcelona, Spain
Cammina piano lungo questa via stretta e sbircia dentro i portoni: dietro ognuno si apre un cortile di pietra, con una scala scoperta che sale verso un loggiato. Sono palazzi di mercanti e di nobili del Medioevo, uno dopo l'altro, come se la ricchezza della Barcellona marinara si fosse data appuntamento in poche centinaia di metri.
Carrer de Montcada fu aperta nel XII secolo e prende il nome dalla famiglia Montcada, una delle grandi casate catalane. Per secoli fu la via più elegante della città. Poi la nobiltà si trasferì in quartieri più moderni, e i palazzi diventarono magazzini, laboratori, alloggi divisi in mille stanze. A salvarli, nel Novecento, sono stati soprattutto i musei, che li hanno ripuliti uno alla volta.
Il più famoso è quello che hai davanti: il Museu Picasso, aperto nel 1963 nel Palau Aguilar e poi allargato ai palazzi accanto, fino a cinque. Nacque grazie a Jaume Sabartés, amico di gioventù e segretario di Picasso, che donò la sua collezione. Nel 1970 fu Picasso stesso a regalare centinaia di opere della sua giovinezza: disegni da bambino, quaderni di scuola, i quadri dipinti alla Llotja. È il posto giusto per capire come si diventa Picasso, prima di diventarlo.
Il paradosso è che Picasso, in questo museo, non entrò mai. Dalla guerra civile in poi si rifiutò di tornare in Spagna finché c'era Franco, e mantenne la promessa: morì in Francia nel 1973, due anni prima del dittatore. E all'inizio, per prudenza, il museo fu presentato al pubblico come la collezione Sabartés, perché il nome dell'autore di Guernica metteva ancora a disagio le autorità.
Prima di andare, guarda in alto sulle facciate: finestre gotiche a colonnine sottilissime, stemmi scalpellati, gargolle con la bocca aperta. E ascolta i passi sul selciato, che rimbalzano tra i muri come in un corridoio. Ora risali la via fino in fondo, gira a destra in Carrer de la Princesa e poi scendi per Carrer del Comerç: alla fine della discesa ti aspetta una grande tettoia di ferro.
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11. El Born Centre de Cultura i Memòria: la città sepolta del 1714
Plaça Comercial 12, 08003 Barcelona, Spain
Davanti a te c'è un enorme padiglione di ferro e vetro, con le colonne di ghisa e i tetti a capanna: per quasi un secolo è stato il mercato all'ingrosso della frutta e della verdura. Entra e affacciati alla balaustra: sotto, al posto dei banchi, ci sono strade, soglie, cucine, pozzi. Un quartiere intero.
Nel 2002, mentre si scavava per trasformare il vecchio mercato in una biblioteca, sono riapparse le case della Ribera così come erano all'inizio del Settecento. Il progetto della biblioteca fu spostato altrove, e nel 2013 il mercato è diventato un centro di cultura e memoria, costruito tutto intorno alle rovine. Puoi leggere le vie come su una mappa: i muri delle case, i canali che portavano l'acqua, le soglie consumate delle botteghe.
Per capire perché sono lì sotto bisogna tornare all'11 settembre 1714. Dopo più di un anno di assedio, nella guerra di successione spagnola, Barcellona cadde davanti alle truppe di Filippo V di Borbone. Il nuovo re abolì le istituzioni catalane e, per tenere sotto controllo la città, decise di costruire una fortezza proprio qui accanto. Migliaia di persone dovettero lasciare le proprie case, e un pezzo intero della Ribera fu raso al suolo.
Ricordi la piazza in discesa accanto a Santa Maria del Mar, con la fiamma accesa? È il Fossar de les Moreres, il cimitero dove furono sepolti difensori della città caduti nell'assedio. Un verso del poeta Frederic Soler dice che lì non è sepolto nessun traditore. Ogni 11 settembre, la Diada, festa nazionale della Catalogna, molte persone portano fiori lì e vengono anche qui, ognuna con la propria idea di che cosa significhi quella data.
Fuori, il Passeig del Born, il viale che nel Medioevo ospitava giostre, tornei e feste popolari, oggi è pieno di tavolini e di voci, ed è uno dei posti più vivi della sera. Esci dal lato opposto del mercato e cammina verso il grande parco: è il luogo in cui sorgeva quella fortezza, e dove la città, alla fine, si è presa la sua rivincita.
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12. Parc de la Ciutadella: dalla fortezza al Parlamento
Parc de la Ciutadella, s/n, 08003 Barcelona, Spain
Ora sei in mezzo al verde: palme, viali di ghiaia, anatre sul laghetto, gente che fa picnic sul prato o prova i passi di una danza. E davanti a te c'è un palazzo di gusto classico, ordinato e un po' austero: è il Parlament de Catalunya. Difficile credere che qui, per un secolo e mezzo, ci fosse la costruzione più odiata della città.
La Ciutadella, la cittadella voluta da Filippo V, era una fortezza a stella con cinque bastioni, costruita dopo il 1714 con i cannoni puntati non verso il mare, ma verso le case. Per i barcellonesi era il simbolo della sconfitta e della sorveglianza. Per generazioni chiesero di abbatterla, e solo nel 1869, dopo una rivoluzione e un cambio di governo, il generale Prim cedette il terreno alla città.
Il luogo della paura diventò un parco, disegnato dal capomastro Josep Fontserè, e nel 1888 ospitò la prima Esposizione Universale di Barcellona. Fu il momento in cui la città si mise in vetrina davanti al mondo, e l'Arc de Triomf di mattoni rossi, in cima al viale alberato poco più a nord, era la porta d'ingresso dell'esposizione. Da quella festa nacque l'energia che avrebbe riempito di modernismo i nuovi quartieri.
Della vecchia fortezza sopravvissero pochissimi edifici: la cappella, il palazzo del governatore e l'arsenale. Proprio l'arsenale, trasformato prima in palazzo reale e poi in museo, ospitò il Parlamento catalano nel 1932 e, dopo la lunga pausa della dittatura, di nuovo dal 1980. È un rovesciamento perfetto: dove si custodivano le armi per tenere a bada la città, oggi siedono i deputati che la rappresentano. E poco più in là c'è la grande Cascada, la fontana monumentale a cui lavorò da studente un giovane assistente di Fontserè: Antoni Gaudí.
E così finisce il cammino. Hai cominciato davanti a una porta romana e chiudi davanti a una fortezza che non c'è più. In mezzo, duemila anni di una città che è stata colonia, capitale di re mediterranei, quartiere di mercanti, città assediata e città ostinata. Siediti su una panchina, guarda le palme muoversi nel vento, e lascia che Barcellona, per una volta, ti racconti il suo silenzio.