Praga segreta: la collina di Petřín, Strahov e la Santa Casa di Loreto

Una funicolare ad acqua, il Muro della Fame, una piccola Torre Eiffel, l'ospedale degli italiani, le biblioteche di Strahov e la copia boema della Santa Casa marchigiana

Prague · 11 stops · 27 min audio · Generated

  1. 1. Memoriale alle vittime del comunismo

    Újezd, 118 00 Praha 1, Czechia

    Ai piedi della collina, dove il verde di Petřín incontra i binari del tram, una scalinata sale verso gli alberi. Su quei gradini scendono sette uomini di bronzo, uno dietro l'altro. Il primo, in basso, è intero. Gli altri, più sono in alto, più si sfaldano: a uno manca un braccio, a un altro mezzo corpo, l'ultimo è poco più di una sagoma.

    È il Memoriale alle vittime del comunismo, inaugurato nel 2002, opera dello scultore Olbram Zoubek con gli architetti Jan Kerel e Zdeněk Hölzel. Le figure non sono persone precise: raccontano come un regime consuma un essere umano pezzo dopo pezzo, anche senza ucciderlo... il lavoro, gli amici, la voce, la speranza. L'iscrizione lo dice chiaramente: il monumento non è dedicato soltanto a chi fu imprigionato o giustiziato, ma anche a chi si vide rovinare la vita in silenzio.

    Lungo la scalinata corre una striscia di bronzo con dei numeri. Leggili con calma: oltre duecentomila persone condannate, 248 giustiziate, circa quattromilacinquecento morte in carcere, 327 uccise mentre cercavano di passare il confine, più di centosettantamila fuggite all'estero. Dietro ogni cifra c'è una famiglia, e molte di quelle famiglie abitano ancora a Praga, magari negli stessi palazzi da cui qualcuno, una notte, fu portato via.

    C'è un dettaglio che pochi conoscono. Nel gennaio 1969 fu proprio Olbram Zoubek a prendere la maschera funebre di Jan Palach, lo studente che si era dato fuoco in Piazza Venceslao contro l'occupazione. Per quel gesto, negli anni della cosiddetta normalizzazione, gli fu reso difficile lavorare ed esporre. Più di trent'anni dopo, toccò di nuovo a lui dare un volto alle vittime: questa volta a tutte insieme.

    Poco più a nord, a un paio di minuti, c'è la stazione a valle della funicolare di Petřín, e la incontreremo più avanti. Ma prima fai come i praghesi: entra nel parco e sali a piedi per i viali, tra i prati e gli alberi da frutto. Dopo poche curve incontrerai un giovane poeta di bronzo, con l'aria di chi è perdutamente innamorato.

  2. 2. Statua di Karel Hynek Mácha

    Petřínské sady, 118 00 Praha 1, Czechia

    Eccolo, tra gli alberi del parco: un giovane uomo di bronzo, in piedi, con la testa leggermente china, come se stesse ascoltando una musica che tu non senti. È Karel Hynek Mácha, il poeta romantico per eccellenza della lingua ceca, e questo è il suo angolo di Petřín.

    Nel 1836 Mácha pubblicò a sue spese Máj, cioè Maggio, un poema che i critici del tempo accolsero con freddezza e che poi ogni scolaro ceco avrebbe imparato a memoria. Comincia più o meno così: era tarda sera, il primo di maggio, sera di maggio, era il tempo dell'amore. Con pochi versi, una lingua che molti consideravano adatta solo a contadini e prediche si scoprì capace di musica, di notte, di desiderio.

    La sua vita fu brevissima. In quello stesso 1836, a Litoměřice, sull'Elba, si ammalò, si racconta dopo aver aiutato a spegnere un incendio, e morì a venticinque anni, pochi giorni prima delle nozze. Più di un secolo dopo, nel 1939, i suoi resti furono traslati da Litoměřice, appena annessa dalla Germania nazista, al cimitero di Vyšehrad, e quel funerale divenne una silenziosa manifestazione di orgoglio nazionale in piena occupazione.

    E qui entra in gioco la collina. Ogni primo maggio le coppie salgono a Petřín, portano fiori alla statua e si baciano sotto un ciliegio in fiore. La tradizione dice che un bacio sotto gli alberi fioriti, quel giorno, porta un anno di amore e di salute... e che una ragazza che non viene baciata rischia di seccarsi come un ramo d'inverno. La statua, opera di Josef Václav Myslbek, lo stesso scultore del San Venceslao di Piazza Venceslao, fu inaugurata all'inizio del Novecento, e da allora è il punto più romantico della città.

    Anche se non è maggio, guardati intorno: i ciliegi e i meli di Petřín sono qui, pazienti, e aspettano la prossima primavera. Ora prosegui in salita lungo il viale, verso la stazione di mezzo della funicolare, Nebozízek: la sentirai arrivare prima ancora di vederla, con il suo cigolio di cavi e di ruote.

  3. 3. Funicolare di Petřín e Nebozízek

    Petřínské sady 411, 118 00 Praha 1, Czechia

    Fermati accanto alla stazione di mezzo, sul fianco della collina. Ogni pochi minuti una carrozza della funicolare si ferma sul pendio, scarica qualcuno e riprende a salire. E se ti volti, hai davanti il primo grande panorama della giornata: i tetti rossi di Malá Strana, le cupole verdi, la Moldava con i ponti in fila e, dall'altra parte del fiume, i tetti della Città Vecchia.

    La funicolare fu inaugurata nel 1891, per la grande Esposizione del Giubileo, insieme alla torre panoramica che vedrai in cima. E sai qual era il suo motore? L'acqua. Sotto ogni carrozza c'era un serbatoio: in cima lo riempivano, la carrozza più pesante scendeva e, legata allo stesso cavo, tirava su l'altra. A valle l'acqua veniva svuotata, e il gioco ricominciava. Nessun motore, solo gravità e pazienza. Un'idea semplicissima, che per i visitatori dell'esposizione sembrava quasi una magia.

    Quel sistema funzionò fino alla Prima guerra mondiale, poi la funicolare si fermò. Fu elettrificata e riaperta nel 1932. Nel 1965 una frana danneggiò gravemente il pendio e la linea, e per vent'anni i praghesi tornarono a salire a piedi: la funicolare ha riaperto solo nel 1985, dopo lavori lunghi e complicati per consolidare la collina.

    Perché la collina, in effetti, è fatta di storia. Petřín prende probabilmente il nome dal latino petra, pietra: da qui per secoli si è cavata l'opuka, una pietra chiara e tenera con cui sono costruite molte delle chiese romaniche e gotiche di Praga. E sui pendii, un tempo, c'erano vigne: Carlo IV ne incoraggiò la coltivazione attorno alla città, e il nome di qualche viale lo ricorda ancora.

    Anche il nome di questa fermata, Nebozízek, è curioso: in ceco vuol dire succhiello, il piccolo attrezzo per forare il legno, e sulla sua origine i praghesi raccontano storie diverse, nessuna davvero sicura. Ora continua a salire per il viale fino al pianoro in cima. Cerca un edificio con delle cupole bianche: è un osservatorio, e tutt'intorno ha un giardino di rose.

  4. 4. Osservatorio Štefánik e il roseto

    Strahovská 205, 118 00 Praha 1, Czechia

    Sei arrivato sul pianoro: davanti a te aiuole di rose, viali di ghiaia, panchine, e oltre le siepi un edificio con le cupole bianche dei telescopi. È l'Osservatorio Štefánik, Štefánikova hvězdárna, e il giardino che lo circonda è il roseto di Petřín. Sei a più di trecento metri sul livello del mare, sulla collina più alta del centro di Praga: per questo, più di un secolo fa, qualcuno pensò che fosse il posto giusto per avvicinarsi al cielo.

    L'osservatorio aprì nel 1928, voluto dalla Società astronomica ceca, ed era pensato fin dall'inizio non per pochi scienziati ma per chiunque avesse voglia di guardare il cielo. Ancora oggi, nelle sere limpide, i praghesi salgono quassù per avvicinare l'occhio a un telescopio e vedere la Luna, i pianeti o le stelle doppie, nel mezzo di una capitale.

    Il nome che porta è quello di un personaggio da romanzo. Milan Rastislav Štefánik, figlio di un pastore protestante slovacco, divenne astronomo a Parigi, salì più volte sul Monte Bianco per osservare il Sole e viaggiò fino a Tahiti per inseguire il cielo australe. Poi venne la Prima guerra mondiale: si fece aviatore nell'esercito francese, diventò generale e, insieme a Masaryk e Beneš, costruì la Cecoslovacchia indipendente.

    Non la vide crescere. Il 4 maggio 1919 il suo aereo precipitò mentre stava rientrando in Slovacchia, vicino a Bratislava. Aveva trentotto anni. Ancora oggi le cause di quell'incidente vengono discusse, e per gli slovacchi Štefánik resta un eroe nazionale: un uomo che guardava le stelle e fece nascere uno Stato. Che il suo nome stia su un osservatorio, e non su una caserma, è forse l'omaggio che gli sarebbe piaciuto di più.

    Il roseto, intanto, è il segreto meglio custodito di Petřín: tra la tarda primavera e l'estate qui fioriscono centinaia di varietà di rose, e l'aria profuma come una bottega di essenze. Siediti un momento, se ti va. Poi cammina verso ovest, verso il bordo del pianoro, finché tra gli alberi non vedi un lungo muro di pietra grigia, con i merli come quelli di un castello.

  5. 5. Il Muro della Fame

    Petřínské sady, 118 00 Praha 1, Czechia

    Davanti a te corre un muro di pietra grigia, merlato, alto qualche metro, che segue la cresta della collina e sparisce tra gli alberi in entrambe le direzioni. Sembra la scenografia di un film in costume, e invece è autentico, e ha più di sei secoli e mezzo. È la Hladová zeď, il Muro della Fame.

    Lo fece costruire Carlo IV tra il 1360 e il 1362, come parte delle nuove fortificazioni di Malá Strana. Parte giù in basso, da Újezd, sale lungo il fianco della collina fino alla cresta e poi corre verso nord, fino al monastero di Strahov, per circa un chilometro e duecento metri. Era la difesa di Praga sul lato sud-occidentale, quello da cui il Castello era più esposto.

    Ma la sua fama viene da una leggenda. Si racconta che in quegli anni Praga fosse colpita da una carestia, e che Carlo IV, invece di distribuire elemosine, abbia dato ai poveri un lavoro: costruire il muro, in cambio di pane per sé e per le loro famiglie. Un re saggio, che sfama la città e intanto la fortifica. Da lì il nome, Muro della Fame.

    Gli storici sono più prudenti. Le prove di una grande carestia proprio in quegli anni sono scarse, e il muro nasce prima di tutto come opera militare, dentro il gigantesco programma edilizio di Carlo: la Città Nuova, il ponte di pietra sulla Moldava, l'università, il castello di Karlštejn. Il nome compare molto più tardi. Ma a Praga, si sa, una bella leggenda vince quasi sempre sulle carte d'archivio, e i praghesi non hanno alcuna intenzione di rinunciarci.

    Passa la mano sulla pietra: è la stessa opuka chiara cavata da questa collina, e i merli che vedi sono in gran parte frutto di restauri, ma la linea del muro è ancora quella del Trecento. Ora segui il muro verso nord: dopo poche centinaia di metri, tra le chiome degli alberi, sbuca una torre di ferro che ti sembrerà stranamente familiare.

  6. 6. Torre panoramica di Petřín e labirinto degli specchi

    Petřínské sady 633, 118 00 Praha 1, Czechia

    Alza la testa: una torre di ferro a pianta ottagonale, che si assottiglia verso l'alto, con una scala che gira e gira dentro la struttura. Ti ricorda qualcosa? È esattamente quello che volevano. Questa è la Petřínská rozhledna, la torre panoramica di Petřín, e la sua mamma vive a Parigi.

    Nel 1889 alcuni soci del Club dei turisti cechi visitarono l'Esposizione universale di Parigi e tornarono a casa ossessionati dalla Torre Eiffel. Due anni dopo, per l'Esposizione del Giubileo del 1891, Praga ebbe la sua versione in miniatura, costruita in pochi mesi: sessantatré metri e mezzo, poco meno di trecento gradini. Si dice che, grazie alla collina, la sua cima arrivi più o meno alla stessa altitudine sul livello del mare di quella dell'originale.

    Accanto c'è un padiglione che sembra una piccola porta fortificata: è una copia della porta Špička di Vyšehrad, e dentro nasconde il labirinto degli specchi, anche lui nato per l'esposizione del 1891 e trasferito quassù poco dopo. Specchi deformanti, risate garantite... e in fondo un grande diorama che racconta la battaglia del 1648, quando studenti e cittadini di Praga difesero il Ponte Carlo dagli svedesi.

    Per qualche decennio la torre ha fatto anche da antenna televisiva, finché il compito non è passato alla torre di Žižkov, all'altro capo della città. E c'è una leggenda che i praghesi raccontano volentieri: Hitler, affacciandosi dal Castello nel marzo 1939, avrebbe ordinato di abbatterla perché gli rovinava il panorama. Nessuno sa se sia vero, ma la torre è ancora qui, e lui no. Accanto alla torre, intanto, sale la Via Crucis di Petřín, con le sue cappelle, fino alla piccola chiesa barocca di San Lorenzo: la collina è sempre stata un po' giardino, un po' fiera e un po' santuario.

    Se hai fiato, sali: dall'alto, nelle giornate limpide, lo sguardo si perde ben oltre i confini della città. Poi scendi dal lato nord della collina, lungo i sentieri che portano verso Malá Strana, fino a una via in salita dal nome che a un italiano dovrebbe suonare familiare: Vlašská.

  7. 7. Vlašská, l'ospedale degli italiani e l'ambasciata del 1989

    Vlašská 34, 118 00 Praha 1, Czechia

    Sei in Vlašská, una via in salita ai margini di Malá Strana, davanti a un lungo edificio barocco con una piccola cappella. Il nome della strada è già un indizio: nel ceco antico Vlach voleva dire italiano. In un certo senso, sei a casa.

    Tra Cinquecento e Seicento Praga era piena di italiani: architetti, capomastri, scalpellini, stuccatori e mercanti, molti venuti dalle valli tra il lago di Como e il Canton Ticino, chiamati a costruire la città rinascimentale e poi quella barocca. Si organizzarono in una confraternita, e all'inizio del Seicento la comunità aprì qui un ospedale e un orfanotrofio per i suoi, con una cappella dedicata a San Carlo Borromeo. Lo chiamano ancora Vlašský špitál, l'ospedale degli italiani.

    Oggi quell'edificio ospita l'Istituto Italiano di Cultura: quattro secoli dopo, l'italiano si parla ancora tra queste mura. Ma guarda il palazzo accanto, più grande e più elegante: è il palazzo Lobkowicz, sede dell'ambasciata della Germania. E qui, nell'autunno del 1989, è successa una cosa straordinaria.

    Migliaia di cittadini della Germania dell'Est, in vacanza o in fuga, scavalcarono la recinzione del giardino dell'ambasciata e si accamparono lì dentro, nel fango, sotto la pioggia, con i bambini, chiedendo di andare a Ovest. La sera del 30 settembre il ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher si affacciò al balcone per annunciare che potevano partire, e la sua frase fu coperta da un boato. Poche settimane dopo cadeva il Muro di Berlino, e molti di loro raccontano ancora che la loro libertà è cominciata in un giardino di Praga, a due passi da una via che porta il nome degli italiani.

    Di quei giorni restano migliaia di Trabant, le piccole auto di plastica abbandonate nelle strade di Malá Strana, e una scultura di David Černý: una Trabant che cammina su quattro gambe umane, che si può intravedere nel giardino dell'ambasciata dal lato della collina. Ora risali verso ovest, attraverso i giardini di Strahov: in cima, due torri bianche gemelle ti indicheranno la strada verso il monastero.

  8. 8. Monastero di Strahov e le sue biblioteche

    Strahovské nádvoří 1/132, 118 00 Praha 1, Czechia

    Attraversa il portale barocco e ti ritrovi in un cortile tranquillo: una basilica con due torri bianche, alberi, ciottoli, e il silenzio di un luogo abitato da religiosi da quasi novecento anni. Sei nel monastero di Strahov, sulla cresta della collina, alle porte occidentali della città antica.

    Lo fondarono nel 1143 il principe Vladislao II e il vescovo Jindřich Zdík, e lo affidarono ai premonstratensi, i canonici dall'abito bianco. Nel 1627, in piena Controriforma, arrivarono qui da Magdeburgo, diventata protestante, le reliquie di San Norberto, il fondatore dell'ordine. E la tradizione racconta che nel 1787, durante uno dei suoi soggiorni praghesi, Mozart abbia improvvisato sull'organo di questa basilica.

    Ma il vero tesoro sono i libri. Le due sale principali della biblioteca sono tra le più belle d'Europa. La Sala Teologica, del Seicento, ha soffitti bianchi coperti di stucchi e affreschi, e globi antichi allineati al centro. La Sala Filosofica, della fine del Settecento, è alta due piani: le sue scaffalature di noce arrivavano da un monastero della Moravia soppresso dall'imperatore Giuseppe II, e la sala fu costruita apposta per contenerle. Sul soffitto, Franz Anton Maulbertsch dipinse nel 1794 la lunga ricerca della saggezza da parte dell'umanità.

    Proprio i libri, si dice, salvarono il monastero quando Giuseppe II chiudeva i conventi che giudicava inutili: Strahov si presentò come un centro di studi. Non bastò nel 1950. Il regime comunista sgomberò i monaci in una sola notte e trasformò il complesso nel Museo della letteratura ceca. I premonstratensi sono tornati solo dopo il 1989, e oggi il monastero è di nuovo vivo.

    Il nome Strahov, secondo una spiegazione diffusa, ricorderebbe una postazione di guardia sulla strada che arrivava da occidente verso il Castello. Esci ora dal portale verso la piazza di Pohořelec e piega a sinistra lungo la strada che scende: in un paio di minuti si apre davanti a te una facciata lunghissima, scandita da colonne giganti.

  9. 9. Palazzo Černín

    Loretánské nám. 5, 118 00 Praha 1, Czechia

    Guarda questa facciata e prova a contarne le colonne: non ci riuscirai al primo colpo. Sono una trentina, giganti, alte quanto più piani, allineate per circa centocinquanta metri. È Palazzo Černín, il palazzo barocco più grande di Praga, oggi sede del ministero degli Esteri ceco.

    Lo volle il conte Humprecht Jan Černín, che era stato ambasciatore dell'imperatore a Venezia e tornò in Boemia innamorato dei palazzi italiani. I lavori cominciarono nel 1669 su progetto di un architetto italiano, Francesco Caratti, e il conte non badò a spese. Si racconta che l'imperatore Leopoldo, vedendolo, abbia commentato che sembrava un enorme granaio... e che il conte abbia risposto a tono, come solo un aristocratico ferito sa fare.

    Quel sogno costò carissimo. Per generazioni i Černín faticarono a mantenerlo e a finirlo, e a metà Ottocento il palazzo fu venduto allo Stato e trasformato in caserma: soldati e cavalli dove il conte immaginava feste veneziane. Solo nella Cecoslovacchia indipendente fu restaurato e destinato alla diplomazia, e durante l'occupazione nazista, amara ironia, diventò un centro del potere tedesco sul Protettorato. Ogni stagione politica del paese, insomma, è passata da questi corridoi.

    Ed è qui che si consumò uno dei misteri più cupi del Novecento ceco. All'alba del 10 marzo 1948, due settimane dopo il colpo di Stato comunista, il ministro degli Esteri Jan Masaryk, figlio del fondatore della Cecoslovacchia, fu trovato morto nel cortile, sotto la finestra del suo appartamento. La versione ufficiale parlò di suicidio. Le indagini, riaperte più volte, l'ultima nei primi anni Duemila, hanno fatto pendere la bilancia verso l'omicidio, ma un colpevole non è mai stato trovato.

    Per questo c'è chi la chiama, con amara ironia, la terza defenestrazione di Praga. Ora attraversa la piazza: di fronte al palazzo ti aspetta un'altra facciata, più piccola e tutta curve, con un campanile da cui ogni ora scende una melodia di campane. Ed è un pezzo d'Italia.

  10. 10. Loreto di Praga e la Santa Casa

    Loretánské nám. 7, 118 00 Praha 1, Czechia

    Ascolta... se arrivi allo scoccare dell'ora, dal campanile scende una melodia di campane, lenta e un po' malinconica. Davanti a te c'è una facciata barocca tutta curve, con statue e un orologio, e dietro si nasconde uno dei luoghi più sorprendenti di Praga, almeno per un italiano: la Loreta.

    Conosci la leggenda di Loreto, nelle Marche? Si narra che nel 1294 gli angeli abbiano trasportato in volo dalla Terra Santa la casa di Nazaret in cui visse Maria, posandola su una collina vicino al mare. Dopo la battaglia della Montagna Bianca, nel 1620, gli Asburgo usarono il culto mariano come strumento della Controriforma, e in Boemia nacquero decine di copie della Santa Casa. Questa fu fondata nel 1626 da una nobildonna, Benigna Kateřina di Lobkowicz, ed è la più celebre di tutte: per secoli i pellegrini boemi che non potevano permettersi il viaggio fino all'Adriatico venivano qui.

    Nel cortile, circondata dai chiostri, c'è proprio lei: una piccola casa rettangolare, rivestita fuori di rilievi in stucco che imitano i marmi del santuario marchigiano. La facciata che hai visto entrando arrivò quasi un secolo dopo, negli anni Venti del Settecento, firmata dai Dientzenhofer, la grande famiglia di architetti del barocco praghese. E le campane del carillon arrivarono da Amsterdam alla fine del Seicento: suonano un canto mariano, ogni ora, da più di trecento anni.

    In una cappella del chiostro c'è una figura che lascia di stucco i visitatori: una donna crocifissa, con un vestito elegante e... la barba. È santa Starosta, conosciuta altrove come Vilgeforte. La leggenda dice che fosse una principessa cristiana promessa a un re pagano: pregò di diventare brutta, le crebbe la barba, e il padre furioso la fece crocifiggere.

    E nel tesoro del santuario brilla il Sole di Praga, un ostensorio del 1699 tempestato di oltre seimila diamanti. Quando esci, prendi la stradina in discesa che parte sul lato destro della piazza, Černínská: in un paio di minuti ti porterà in un angolo dove Praga sembra essersi dimenticata del tempo.

  11. 11. Nový Svět

    Nový Svět, 118 00 Praha 1, Czechia

    Rallenta il passo: la strada si stringe, curva, e i palazzi enormi spariscono. Al loro posto, casette basse dai colori pastello, ciottoli lucidi, portoni di legno, vecchie insegne con animali e frutti dorati, un lampione. Benvenuto a Nový Svět, il Nuovo Mondo, la via più segreta di Hradčany.

    Il nome fa sorridere, perché di nuovo qui c'è ben poco. Il quartiere nacque nel Trecento, ai margini della città del Castello, come rifugio per servitori, artigiani e poveri, che non potevano permettersi di vivere tra i palazzi dei nobili. Nel 1541 un grande incendio devastò Hradčany e Malá Strana, e queste casette furono ricostruite più o meno com'erano: piccole, storte, addossate l'una all'altra.

    Si racconta che nel 1600 in una di queste case abbia vissuto per qualche tempo Tycho Brahe, il grande astronomo danese chiamato a Praga dall'imperatore Rodolfo II. E che si lamentasse delle campane dei cappuccini, il cui convento, il primo dell'ordine in Boemia, sta proprio qui dietro: disturbavano le sue osservazioni del cielo. Dopo la sua morte, nel 1601, il suo assistente Johannes Keplero usò proprio le osservazioni raccolte a Praga per scoprire le leggi del moto dei pianeti. Pochi passi, e torniamo idealmente all'osservatorio da cui sei passato un paio d'ore fa.

    È questo il bello di Nový Svět: a cinque minuti dal Castello e dalle sue folle, qui puoi sentire i tuoi passi sui ciottoli. Le case dei poveri sono diventate tra le più ambite di Praga, e il convento dei cappuccini, a Natale, espone un famoso presepe che i praghesi vengono a vedere da generazioni.

    Pensa alla strada che hai fatto: un memoriale che si sfalda, un poeta innamorato, una funicolare ad acqua, un muro nato dalla fame, una piccola Torre Eiffel, l'ospedale degli italiani, i libri di Strahov, una finestra del 1948 e una casa portata dagli angeli. Praga, lontano dalla folla, è proprio così: una collina di storie nascoste. Il Castello è a due passi... ma quella è un'altra passeggiata.