Monaco di Baviera, Atene sull'Isar: Königsplatz, Gliptoteca e le Pinacoteche del Kunstareal

Dal Fauno Barberini al Cavaliere Azzurro, dalla coppa di Exekias trovata in Etruria al Lepanto di Cy Twombly: il quartiere dei musei che Ludovico I sognò guardando Roma e Atene

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  1. 1. Alter Botanischer Garten: il palazzo di vetro che bruciò

    Sophienstraße 7, 80333 München, Germany

    Sei in un parco tranquillo, a due passi dalla stazione e dal traffico di Karlsplatz: prati, alberi altissimi, panchine, e una grande fontana con un Nettuno muscoloso. Sembra un giardino come tanti... ma è il posto giusto per cominciare un viaggio nell'arte di Monaco, perché qui, una notte, l'arte è bruciata.

    Questo è l'Alter Botanischer Garten, il vecchio orto botanico, creato a partire dal 1812 sotto il primo re di Baviera, Massimiliano I Giuseppe. All'ingresso su Sophienstraße resiste ancora il portale neoclassico di quell'epoca. Ma la città cresceva, il fumo e il traffico soffocavano le serre, e all'inizio del Novecento le piante traslocarono nel nuovo giardino botanico di Nymphenburg.

    Il vero fantasma di questo parco, però, è un palazzo di vetro. Nel 1854 qui fu costruito il Glaspalast, un enorme edificio di ferro e vetro sul modello del Crystal Palace di Londra, per la prima grande esposizione industriale tedesca. Poi divenne il tempio delle mostre d'arte: ogni anno vi si esponevano migliaia di quadri. Il 6 giugno 1931 bruciò in poche ore. Andarono perdute più di tremila opere, tra cui un'intera mostra di pittori romantici tedeschi, con diverse tele di Caspar David Friedrich.

    Il Glaspalast non fu mai ricostruito. La fontana di Nettuno che hai davanti fu aggiunta nel 1937, negli anni del regime, dallo scultore Joseph Wackerle. Pensaci, mentre guardi quel dio del mare: in questo prato, una volta, c'erano le nebbie e le rovine dipinte da Friedrich, e oggi di loro restano soltanto fotografie in bianco e nero.

    Da qui comincia il Kunstareal, il quartiere dei musei: in poche centinaia di metri, statue greche, maestri del Rinascimento, avanguardie del Novecento. E ha un regista: Ludovico I, il re che aveva vissuto lunghi mesi in Italia e voleva fare di Monaco un'Atene sull'Isar, ma con il cuore a Roma. Esci dal lato nord del parco e risali Luisenstraße per circa mezzo chilometro: passerai accanto a una grande porta con le colonne, ci torneremo, e ti fermerai davanti a una villa color ocra in stile toscano.

  2. 2. Lenbachhaus: una villa toscana per il Cavaliere Azzurro

    Luisenstraße 33, 80333 München, Germany

    Davanti a te c'è una villa gialla con logge, balaustre e un giardino all'italiana: sembra trasportata di peso dalle colline di Firenze. Accanto, quasi a farle da contrappunto, un volume moderno rivestito di tubi metallici color oro.

    Era la casa di Franz von Lenbach, il 'principe dei pittori' della Monaco di fine Ottocento, il ritrattista di Bismarck, dell'imperatore Guglielmo I e di papa Leone XIII. Da giovane Lenbach aveva passato anni in Italia a copiare i grandi maestri per un collezionista, il conte Schack. Quando si fece costruire la villa, tra il 1887 e il 1891, chiese all'architetto Gabriel von Seidl uno stile rinascimentale toscano. Un pittore bavarese che voleva abitare in una villa fiorentina.

    Oggi però la gente viene qui per tutt'altro: il Cavaliere Azzurro, der Blaue Reiter. Nel 1911 Vasilij Kandinskij e Franz Marc diedero vita a Monaco a questo gruppo che cambiò la pittura: colori liberati dalla realtà, forme che diventano musica, cavalli blu e montagne viola. Dentro trovi i cavalli di Marc, le prime astrazioni di Kandinskij, i paesaggi di Gabriele Münter, le opere di August Macke e di Paul Klee.

    E tutto questo esiste grazie a una donna. Gabriele Münter era stata per anni la compagna di Kandinskij. Quando lui partì, lei custodì nella sua casa di Murnau decine di sue tele, e durante il nazismo, quando quella pittura era bollata come 'arte degenerata', le tenne nascoste in cantina. Nel 1957, per il suo ottantesimo compleanno, regalò tutto alla città: più di novanta dipinti di Kandinskij, centinaia di disegni, e molte opere sue.

    Se entri, alza gli occhi nell'atrio: dal soffitto pende un enorme vortice di cerchi colorati e specchi, un'opera di Olafur Eliasson installata quando il museo riaprì dopo l'ampliamento, nel 2013. Ora esci, e cammina verso est lungo il lato nord della grande piazza che si apre lì accanto: il primo tempio che incontri, con le colonne ioniche, è la Gliptoteca.

  3. 3. Gliptoteca: il Fauno Barberini venuto da Roma

    Königsplatz 3, 80333 München, Germany

    Davanti a te c'è un tempio greco con un portico di colonne ioniche e, ai lati, lunghi muri senza finestre, punteggiati di nicchie con statue. È la Gliptoteca, ed è stata costruita per un solo scopo: le sculture antiche.

    La volle Ludovico I quando era ancora principe ereditario, e la progettò Leo von Klenze tra il 1816 e il 1830. Fu il primo museo pubblico di Monaco. Anche il nome è una creazione di quegli anni, dal greco: glyptós, scolpito, e théke, deposito. Ludovico comprava antichità a Roma e in Grecia attraverso i suoi agenti, con una passione instancabile.

    Il tesoro più famoso viene da Roma: il Fauno Barberini. Un satiro addormentato, ubriaco, abbandonato su una roccia, una gamba sollevata, la testa reclinata all'indietro... È una scultura ellenistica di più di duemila anni fa. Fu ritrovata nel Seicento vicino a Castel Sant'Angelo e finì nella collezione della famiglia Barberini, quella di papa Urbano VIII. Ludovico riuscì a comprarla, ma le autorità di Roma esitarono a lungo a lasciarla partire: arrivò a Monaco solo diversi anni dopo l'acquisto.

    Da Roma arriva anche la Medusa Rondanini, un volto di marmo bellissimo e malinconico, che stava in un palazzo di via del Corso e che Goethe ammirava durante il suo viaggio in Italia. E poi ci sono i frontoni del tempio di Egina, scoperti nel 1811 e comprati da Ludovico l'anno dopo. Li fece restaurare a Roma da Bertel Thorvaldsen, che aggiunse con disinvoltura braccia, nasi e gambe mancanti... integrazioni che più tardi furono in gran parte rimosse.

    Durante la guerra la Gliptoteca fu sventrata dalle bombe. Ricostruita, riaprì nel 1972 con le pareti di mattoni a vista, senza gli stucchi e i colori di Klenze. Molti dicono che le statue non siano mai state così belle come in questa luce nuda. Ora attraversa il prato verso ovest, fino alla grande porta con le due torri: da lì vedrai tutta la piazza.

  4. 4. Propilei e Königsplatz: Atene sull'Isar

    Königsplatz, 80333 München, Germany

    Davanti a te si alza una porta monumentale: due torri massicce e, in mezzo, un portico di colonne doriche. Sono i Propilei, e se ti ricordano l'ingresso dell'Acropoli di Atene è perché lo sono... in versione bavarese.

    Voltati e abbraccia con lo sguardo tutta la Königsplatz, la piazza del re, il sogno di Ludovico I: un'Atene sull'Isar. Guarda i tre edifici: questa porta con le colonne doriche, la Gliptoteca con quelle ioniche e, di fronte, il museo delle antichità con quelle corinzie. I tre ordini dell'architettura greca, uno per lato, come nelle pagine di un manuale.

    I Propilei furono costruiti da Klenze tra il 1854 e il 1862, quando Ludovico non era più re: aveva abdicato nel 1848, travolto anche dallo scandalo della sua relazione con la ballerina Lola Montez. Li pagò di tasca propria. Celebrano la guerra d'indipendenza greca e suo figlio Ottone, diventato nel 1832 il primo re della Grecia moderna; nei rilievi delle torri vedi scene di battaglie e di quel regno. L'ironia della storia: nel 1862, proprio l'anno in cui la porta fu finita, Ottone fu deposto e tornò in Baviera.

    Ma questa piazza ha anche un'altra memoria. Dopo il 1933 i nazisti la ricoprirono di lastre di granito e la trasformarono in un piazzale per le adunate, con due 'templi d'onore' per i caduti del putsch del 1923. Il 10 maggio 1933, proprio qui, si bruciarono i libri. Nel 1947 l'esercito americano fece saltare i templi, e il prato è tornato solo nel 1988. Poco più a est, sulla Brienner Straße, il Centro di documentazione sul nazionalsocialismo, aperto nel 2015 dove sorgeva la sede del partito, racconta questa storia senza sconti.

    Oggi, nelle sere d'estate, sul prato si sdraiano gli studenti, e la piazza ospita concerti e cinema all'aperto. Ludovico, forse, ne sarebbe contento: il suo tempio è tornato a essere un luogo di cultura. Ora attraversa la piazza in diagonale verso sud-est, fino al tempio con le colonne corinzie.

  5. 5. Antikensammlungen: i vasi greci delle tombe etrusche

    Königsplatz 1, 80333 München, Germany

    Sali con lo sguardo lungo le colonne corinzie, fino ai capitelli fatti di foglie d'acanto: è l'edificio delle Antikensammlungen, le collezioni di antichità. Fu costruito tra il 1838 e il 1848 da Georg Friedrich Ziebland come sede per le mostre d'arte e d'industria, e solo dal 1967 ospita vasi, bronzi e gioielli antichi.

    Dentro c'è una delle raccolte di vasi greci più importanti del mondo. E qui il nostro filo italiano diventa sottile e sorprendente: molti di questi vasi greci non vengono dalla Grecia, ma dall'Italia, dalle tombe degli Etruschi. Gli Etruschi amavano la ceramica dipinta di Atene: la importavano, la usavano a tavola e se la portavano nell'aldilà. Sala dopo sala vedrai anfore, crateri per mescolare il vino con l'acqua, coppe da banchetto: il servizio buono di famiglie vissute duemilacinquecento anni fa.

    Il pezzo più celebre è una coppa dipinta intorno al 530 avanti Cristo da Exekias, uno dei più grandi pittori di vasi di Atene. Sul fondo, Dioniso naviga sdraiato su una nave, dall'albero spunta una vite carica di grappoli, e intorno nuotano dei delfini. Il mito racconta che i pirati che avevano rapito il dio furono trasformati proprio in delfini. E questa coppa è stata ritrovata a Vulci, in Etruria, al confine tra Lazio e Toscana.

    Come sono arrivati qui tanti vasi etruschi? Alla fine degli anni Venti dell'Ottocento, nei terreni di Vulci cominciò a scavare Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone e principe di Canino. Dalle tombe uscirono migliaia di vasi, e gli agenti di Ludovico I furono tra i compratori più assidui. Era l'archeologia di quei tempi: più caccia al tesoro che scienza, ma è così che Monaco si riempì di Grecia passando per l'Italia.

    Se entri, non perderti i gioielli d'oro greci ed etruschi, lavorati con una finezza che sembra impossibile senza una lente. Ora torna sulla Brienner Straße e seguila verso est: dopo poche centinaia di metri, al centro di una piazza rotonda, ti aspetta un obelisco scuro.

  6. 6. L'obelisco di Karolinenplatz

    Karolinenplatz, 80333 München, Germany

    Al centro di questa piazza rotonda, circondata da palazzi signorili e dal traffico, si alza un obelisco scuro, alto circa ventinove metri e rivestito di bronzo. Nessun geroglifico, nessun faraone: è un monumento ai caduti.

    Fu inaugurato nel 1833 per ricordare i trentamila soldati bavaresi morti nella campagna di Russia del 1812. Pensa a che cosa significa: la Baviera era alleata di Napoleone e mandò verso Mosca un intero esercito... ne tornarono pochissimi. Il monumento lo disegnò Leo von Klenze, ancora una volta per Ludovico I.

    E c'è un paradosso inciso sul piedistallo. Una delle iscrizioni dice che anche loro morirono per la liberazione della patria. Ma quei soldati erano morti combattendo al fianco di Napoleone, non contro di lui: la Baviera cambiò fronte solo nell'autunno del 1813, poco prima della battaglia di Lipsia. Ricordare i caduti è facile; dire per che cosa siano morti, molto meno.

    L'idea stessa di piantare un obelisco al centro di una piazza, del resto, è romana. Roma ne conserva tredici antichi, più di qualunque altra città al mondo, e i papi del Rinascimento li rialzarono proprio così, come fulcro delle loro piazze. Quando nel 1586 Sisto V fece spostare quello di San Pietro, Roma intera seguì l'impresa con il fiato sospeso; la leggenda vuole che, mentre le funi cominciavano a fumare, un marinaio ligure gridasse 'acqua alle funi!', salvando l'obelisco. Ludovico, che quelle piazze le aveva percorse tante volte, ne volle uno anche lui. La piazza porta invece il nome della regina Carolina, la moglie del primo re di Baviera: era protestante, una rarità in una corte così cattolica, e ottenne di avere a corte un proprio pastore.

    Guarda i palazzi intorno: in uno di questi ha sede l'Amerikahaus, nato nel dopoguerra per far conoscere a una città distrutta libri, musica e idee d'oltreoceano. Ora prendi Arcisstraße verso nord: passerai davanti a un massiccio edificio di pietra chiara, e lì ti racconterò perché anche l'Italia vi ha lasciato una firma.

  7. 7. Museo di Arte Egizia: un tempio sotto il prato

    Gabelsbergerstraße 35, 80333 München, Germany

    Davanti a te c'è un muro di cemento chiaro, altissimo e liscio, con un'apertura stretta e una lunga rampa che scende sotto terra. Sembra l'ingresso di una tomba della Valle dei Re, ed è esattamente l'effetto voluto.

    Ma prima di scendere, voltati verso l'edificio massiccio di pietra chiara che hai appena costeggiato su Arcisstraße. Oggi è la Hochschule für Musik, il conservatorio. Fu costruito come edificio di rappresentanza del regime, e lì dentro, nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1938, Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier firmarono l'accordo di Monaco, che consegnava alla Germania i Sudeti. La Cecoslovacchia, la diretta interessata, non era stata invitata. Ecco la firma italiana di cui ti parlavo: una firma di cui c'è poco da essere fieri.

    Torniamo all'arte. Il Museo statale di Arte Egizia si è trasferito qui nel 2013, in un edificio progettato da Peter Böhm che condivide con la scuola di cinema e televisione. Le sale sono quasi tutte sotto il livello del prato: scendi nella penombra come in una sepoltura, e le statue ti vengono incontro dal buio.

    La collezione ha radici antiche: già i duchi Wittelsbach del Cinquecento conservavano oggetti egizi nella loro camera delle meraviglie, e Ludovico I, che collezionava tutto ciò che veniva dall'antichità, volle una sala egizia nella sua Gliptoteca. Oggi ci sono statue di faraoni e di funzionari, sarcofagi, papiri, gioielli, e un'idea molto moderna di come mostrarli: poca luce, molto spazio, e ogni pezzo con il tempo di respirare. Nota il contrasto tra il cemento grezzo delle pareti e la pietra levigata delle statue: è voluto anche quello.

    C'è qualcosa di quasi ironico in questo quartiere: sopra, i templi greci di Ludovico al sole; sotto, l'Egitto nel buio; accanto, giovani registi che imparano a raccontare storie con la luce. Ora prosegui verso est lungo Gabelsbergerstraße: dopo un paio di isolati, sulla sinistra, vedrai un lungo edificio di cemento chiaro e vetro, con colonne sottilissime.

  8. 8. Pinakothek der Moderne: quattro musei sotto una cupola

    Barer Straße 40, 80333 München, Germany

    Davanti a te un edificio lungo e basso di cemento chiaro e vetro, con un portico sorretto da colonne sottilissime, quasi fili: è la Pinakothek der Moderne, inaugurata nel 2002 su progetto dell'architetto Stephan Braunfels. Dopo i templi di Ludovico, finalmente un salto nel presente.

    È un museo che contiene quattro musei: l'arte moderna e contemporanea, il design, l'architettura e la grafica, cioè disegni e stampe. Messi insieme, ne fanno uno dei più grandi musei d'Europa dedicati all'arte e al progetto del Novecento e di oggi.

    Se entri, vai dritto al centro: una grande rotonda bianca, alta come una piccola chiesa, che prende luce da una cupola di vetro. È il punto in cui tutti i percorsi si incrociano, una piazza coperta. Da lì sali verso la pittura: Picasso, Kandinskij e Klee, e una delle raccolte più ricche al mondo di Max Beckmann, il pittore dei grandi trittici inquieti. C'è una giustizia in questo. Proprio a Monaco, nel luglio del 1937, il regime aprì la mostra dell'arte 'degenerata', mettendo alla gogna Kandinskij, Klee, Marc e lo stesso Beckmann, che lasciò la Germania subito dopo il discorso di Hitler per l'inaugurazione della nuova Casa dell'arte tedesca. Oggi i suoi trittici sono qui, nel cuore della città che lo aveva respinto.

    Al piano di sotto si nasconde la Neue Sammlung, il museo del design, fondato nel 1925: tra i più antichi musei del design al mondo. Sedie, automobili, computer, macchine da caffè... e non manca il design italiano del dopoguerra. È curioso pensare che oggetti nati per stare in cucina o in ufficio siano esposti con la stessa cura dei Raffaello che vedrai fra poco.

    La storia dell'edificio non è stata facile: i lavori si trascinarono per anni tra problemi di bilancio, e a dare la spinta decisiva contribuì anche una fondazione di cittadini e mecenati. Monaco, ancora una volta, ha costruito un museo per sé quasi per ostinazione. Ora attraversa il prato verso nord-ovest: il lungo edificio di mattoni con le finestre ad arco è l'Alte Pinakothek.

  9. 9. Alte Pinakothek: Dürer, Raffaello e una cicatrice nel muro

    Barer Straße 27, 80333 München, Germany

    Davanti a te, in mezzo al prato, un edificio lunghissimo di mattoni e pietra chiara. Guarda bene la facciata sud: in un tratto i ricchi ornamenti spariscono, e restano solo mattoni nudi e pilastri semplici. Non è un errore. È una cicatrice.

    L'Alte Pinakothek, la pinacoteca antica, fu costruita da Leo von Klenze tra il 1826 e il 1836 per Ludovico I. Klenze guardò ai palazzi del Rinascimento italiano, e pensò un edificio fatto apposta per i quadri, con grandi sale illuminate dall'alto: un'idea che divenne un modello per molti musei d'Europa. Il nucleo della collezione però è più antico: nel 1528 il duca Guglielmo IV commissionò una serie di quadri di battaglie, tra cui la Battaglia di Alessandro di Albrecht Altdorfer, con il suo cielo apocalittico, che è ancora qui. E Ludovico la arricchì comprando in blocco intere raccolte, come quella dei fratelli Boisserée, piena di primitivi tedeschi e fiamminghi, acquistata nel 1827.

    Nella Seconda guerra mondiale le bombe la sventrarono. Nel dopoguerra c'era chi voleva demolirla. L'architetto Hans Döllgast invece la ricostruì, ma senza nascondere la ferita: richiuse i vuoti con mattoni semplici, recuperati dalle macerie, perché si vedesse che cosa era successo. Allora sembrò un ripiego; oggi quel restauro è studiato dagli architetti di mezzo mondo.

    Dentro, i capolavori fanno girare la testa. L'autoritratto di Albrecht Dürer del 1500: un uomo di ventotto anni che si dipinge di fronte, con i capelli lunghi e la mano sulla pelliccia, come un Cristo. E per il nostro filo italiano: la Madonna del garofano di Leonardo, una delle poche opere del maestro in Germania; le Madonne di Raffaello, tra cui la Madonna Tempi, che Ludovico comprò a Firenze; e Tiziano, con il ritratto dell'imperatore Carlo V seduto.

    E c'è una sala costruita attorno a un solo quadro: il Grande Giudizio Universale di Rubens, alto più di sei metri. Si racconta che Klenze abbia dimensionato quella sala proprio per lui. Ora esci dal lato nord e attraversa Theresienstraße: di fronte c'è un museo silenzioso, che per ora puoi guardare solo da fuori.

  10. 10. Neue Pinakothek: Italia e Germania mano nella mano

    Barer Straße 29, 80799 München, Germany

    Di fronte a te, oltre Theresienstraße, c'è un edificio basso e massiccio di pietra chiara, con archi e grandi vetrate. È la Neue Pinakothek, e con ogni probabilità la vedrai silenziosa: è chiusa per ristrutturazione dal 2019.

    Eppure merita una sosta, perché la sua idea fu rivoluzionaria. Nel 1853 Ludovico I, che non era più re ma non aveva smesso di comprare quadri, aprì qui un museo per l'arte del suo tempo: non antichi maestri, ma pittori viventi. Fu uno dei primi musei al mondo dedicati all'arte contemporanea.

    E anche qui il filo italiano tira forte. Nella collezione c'è un quadro che sembra fatto apposta per questa passeggiata: Italia e Germania, di Friedrich Overbeck, un pittore tedesco che visse quasi tutta la vita a Roma. Due giovani donne sedute vicine, mano nella mano: una bruna, l'Italia, davanti a un paesaggio mediterraneo; una bionda, la Germania, con alle spalle una città gotica. Overbeck ci lavorò per anni e lo concluse nel 1828: è il ritratto di un'amicizia sognata tra due culture. Overbeck era uno dei Nazareni, giovani pittori tedeschi che a Roma vivevano quasi come monaci nell'ex convento di Sant'Isidoro, portavano i capelli lunghi e sognavano di tornare alla purezza di Raffaello.

    L'edificio originale dell'Ottocento fu distrutto durante la guerra. Quello che vedi è degli anni Settanta e Ottanta, progettato da Alexander von Branca, e fu inaugurato nel 1981. Nel vecchio museo c'era perfino una sala intera per i paesaggi greci di Carl Rottmann, dipinti per Ludovico come un viaggio in Grecia da compiere senza lasciare Monaco. La collezione comprende anche gli impressionisti e uno dei Girasoli di Van Gogh, ed è una delle più importanti d'Europa per l'arte dell'Ottocento.

    Un museo chiuso ha qualcosa di commovente: è una promessa. Le opere sono lì, o da qualche parte al sicuro, e torneranno. Ora segui Theresienstraße verso est: all'angolo con Türkenstraße ti aspetta un edificio che sembra dipinto a righe colorate.

  11. 11. Museum Brandhorst: il Lepanto di Cy Twombly

    Theresienstraße 35a, 80333 München, Germany

    Davanti a te c'è una facciata che vibra: migliaia di bastoncini di ceramica colorata, verticali, in decine di tinte diverse. Da lontano sembra un quadro astratto; avvicinati, e a ogni passo cambia colore.

    È il Museum Brandhorst, aperto nel 2009 e progettato dallo studio berlinese Sauerbruch Hutton. Le bacchette di ceramica sono circa trentaseimila, in ventitré colori. Porta il nome di Udo e Anette Brandhorst, due collezionisti che hanno affidato allo Stato bavarese la loro raccolta: un nucleo enorme di Andy Warhol e una delle collezioni più importanti al mondo di Cy Twombly.

    E qui il filo italiano ci aspetta in una sala tutta per sé. Cy Twombly, americano della Virginia, visse per gran parte della vita in Italia, tra Roma e Gaeta. Nel 2001 presentò alla Biennale di Venezia un ciclo di dodici grandi tele dedicato alla battaglia di Lepanto, quella del 1571, quando le flotte cristiane fermarono gli ottomani. Quel ciclo è qui, a Monaco: navi che bruciano, schizzi di rosso, giallo e oro su un mare azzurro, come una battaglia vista attraverso le lacrime.

    Uscendo, guarda accanto al museo una porta solitaria: è il Türkentor, l'unico resto di una caserma ottocentesca, che oggi custodisce una gigantesca sfera di granito rosso di Walter De Maria. E il nome della strada, Türkenstraße, via dei Turchi? Si racconta che derivi da un canale scavato da prigionieri turchi catturati da Massimiliano Emanuele, il principe elettore che nel 1688 aveva conquistato Belgrado.

    È la fine del cammino: da un palazzo di vetro bruciato a una battaglia dipinta da un americano di Roma, passando per Atene, Roma, Firenze e Vulci. A pochi isolati da qui, verso nord, c'è l'Accademia di Belle Arti dove, all'inizio del Novecento, studiò un giovane di nome Giorgio de Chirico: chissà quanto di queste piazze neoclassiche gli rimase negli occhi. Ludovico I voleva un'Atene sull'Isar; ha costruito una città dove, a ogni angolo, si respira un po' d'Italia. Grazie di aver camminato con me.