Barcellona sul Montjuïc: dall'Expo del 1929 al sogno olimpico
Dalle torri veneziane di Plaça d'Espanya al castello sul mare: la collina dove Barcellona si è messa in scena due volte, tra fontane magiche, padiglioni rivoluzionari, un'Olimpiade mai disputata e i Giochi del 1992
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1. Las Arenas: l'arena diventata terrazza
Gran Via de les Corts Catalanes 373-385, 08015 Barcelona, Spain
Mettiti di fronte a questo enorme tamburo di mattoni rossi, con gli archi a ferro di cavallo e le decorazioni che sembrano uscite da un palazzo moresco. È Las Arenas, e a prima vista nessuno direbbe che dentro, oggi, ci sono negozi, un cinema e una terrazza circolare da cui vedi mezza Barcellona. Eppure fino al 1977, qui dentro, si facevano le corride.
L'arena fu inaugurata nel 1900, su progetto dell'architetto August Font i Carreras, in stile neomudéjar, quel revival ispano-moresco che allora andava di gran moda. Pensa che all'epoca questa zona era periferia vera: campi, qualche fabbrica, la strada che usciva verso l'interno... e un incrocio polveroso che solo l'Esposizione del 1929 avrebbe trasformato nella piazza monumentale che hai intorno.
Barcellona ha avuto tre arene, e il rapporto della città con la corrida è sempre stato complicato. Nel 2010 il parlamento catalano votò il divieto delle corride, entrato in vigore due anni dopo; nel 2016 il Tribunale costituzionale spagnolo lo annullò, ma le arene catalane sono rimaste chiuse. Qui, però, le porte si erano già chiuse da decenni, e per anni l'edificio restò un guscio vuoto, mezzo dimenticato, in mezzo al traffico della rotonda.
Poi arrivò Richard Rogers, l'architetto britannico che a Parigi aveva firmato il Centre Pompidou insieme a Renzo Piano. Il suo studio fece un gioco quasi da prestigiatore: conservò la facciata ottocentesca, la tenne in piedi come una conchiglia e svuotò completamente l'interno, per costruirci dentro un edificio nuovo. Il centro ha aperto nel 2011. Se sali sulla terrazza in cima, cammini letteralmente sopra il ricordo dell'arena, lungo un anello che guarda la piazza e la collina.
E da lassù capisci il trucco di tutta questa passeggiata: Plaça d'Espanya è una porta. Dall'altra parte della rotonda, due torri rosse segnano l'inizio di un viale che sale dritto verso un palazzo con la cupola. È la scenografia che Barcellona costruì per presentarsi al mondo. Attraversa la piazza con calma, che qui il traffico non perdona, e raggiungi le due torri gemelle.
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2. Le Torri Veneziane: San Marco a Barcellona
Avinguda de la Reina Maria Cristina, 08004 Barcelona, Spain
Fermati in mezzo alle due torri di mattoni rossi e alza gli occhi fino alle cuspidi: se sei italiano, avrai un piccolo déjà vu. Quella cella in cima, quella punta a piramide... sì, è proprio lui, il campanile di San Marco, solo più basso e raddoppiato.
Le chiamano Torres Venecianes, le torri veneziane, e le progettò l'architetto Ramon Reventós per l'Esposizione Internazionale del 1929. Sono alte circa quarantasette metri, poco meno della metà dell'originale, e non hanno mai avuto campane: erano una porta, l'ingresso monumentale alla fiera. Da qui parte l'Avinguda de la Reina Maria Cristina, un tempo fiancheggiata dai padiglioni, che sale dritta verso il palazzo sulla collina.
Ora, un dettaglio che a Venezia conoscono bene. Il campanile che Barcellona scelse come modello non era affatto antico: il 14 luglio 1902 era crollato su se stesso, in pochi secondi, lasciando un cumulo di macerie in piazza San Marco. I veneziani lo ricostruirono com'era e dov'era, e lo inaugurarono di nuovo nel 1912. Quindi queste torri catalane rendono omaggio a un campanile rinato da appena quindici anni... in un certo senso, il simbolo di una città che si rialza.
Anche la storia dell'Esposizione è fatta di crolli e ripartenze. Il progetto nacque prima della Grande Guerra come fiera delle industrie elettriche, con Josep Puig i Cadafalch tra i suoi ideatori. La guerra lo fece rinviare, poi nel 1923 arrivò il colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera, che diffidava del catalanismo di Puig i Cadafalch e lo mise da parte. Quando il re Alfonso XIII inaugurò l'Esposizione, nel maggio 1929, la fiera era ormai la vetrina della Spagna della dittatura.
Eppure Barcellona ne approfittò alla grande: strade nuove, illuminazione, la metropolitana fino alla piazza, mezza collina trasformata in giardino. Dietro le torri, ancora oggi, i padiglioni della Fira ospitano saloni e congressi tutto l'anno. Cammina lungo il viale verso la collina e fermati quando sentirai l'acqua: sei arrivato alla fontana più famosa della città.
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3. La Font Màgica: acqua, luce e musica
Plaça de Carles Buïgas 1, 08038 Barcelona, Spain
Siediti un momento sul bordo della grande vasca ovale e immagina che sia sera: getti d'acqua che salgono, cambiano colore, si piegano a tempo di musica. Di giorno la Font Màgica sembra quasi timida, una fontana tranquilla ai piedi della scalinata. Ma questa è una macchina teatrale, e tu sei seduto in platea.
La progettò Carles Buïgas, un ingegnere e artista ossessionato dalla luce, e la storia vuole che molti considerassero il suo progetto impossibile da finire in tempo. Invece la fontana fu costruita in meno di un anno, con un cantiere enorme, e si accese per l'apertura dell'Esposizione, nel maggio 1929, davanti a una folla incredula. Nessuno aveva mai visto l'acqua trasformata in uno spettacolo di luce in questo modo.
Il segreto è sotto i tuoi piedi. Sotto la vasca ci sono gallerie e sale macchine piene di pompe, valvole e filtri colorati, e a lungo i cambi di forma e di colore si comandarono a mano, da una cabina, quasi come si suona un organo. L'acqua, poi, non si spreca: gira in circuito chiuso, viene raccolta e rilanciata. Buïgas lavorò alle luci e alle fontane di tutto il viale, trasformandolo in un'unica scenografia notturna.
La fontana ha attraversato la guerra civile, il dopoguerra e lunghi anni di poca manutenzione. Negli anni Ottanta arrivò la musica, che oggi accompagna gli spettacoli, e in vista dei Giochi del 1992 l'impianto fu rinnovato a fondo. Di recente, durante la grande siccità che ha colpito la Catalogna, è rimasta spenta per mesi: perfino la magia, qui, dipende dalla pioggia.
Prima di andare, guarda in alto: la scalinata, le cascate a gradoni, e in cima il Palau Nacional, che di notte sembra galleggiare sopra la città. Potrai tornare qui stasera, se vuoi, per lo spettacolo. Adesso gira a destra, lungo il viale alberato: a pochi passi c'è un edificio basso, di vetro e di marmo, che ha cambiato la storia dell'architettura.
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4. Il Padiglione Mies van der Rohe e le Quattro Colonne
Avinguda de Francesc Ferrer i Guàrdia 7, 08038 Barcelona, Spain
Lascia scivolare lo sguardo su questo edificio basso e orizzontale, fatto di lastre: travertino, vetro verde, marmo, un tetto sottile che sembra appoggiato nell'aria. Non c'è un portone, non c'è una facciata. Ci sono solo pareti che scorrono una accanto all'altra, e una vasca d'acqua che riflette tutto.
Questo era il padiglione della Germania all'Esposizione del 1929, progettato da Ludwig Mies van der Rohe insieme a Lilly Reich. E la cosa sorprendente è che non esponeva niente: nessuna macchina, nessun prodotto. Il padiglione era l'oggetto in mostra, il biglietto da visita della giovane repubblica di Weimar. Dentro c'erano soltanto le poltroncine disegnate per l'occasione, quelle che il mondo oggi chiama sedie Barcelona, e una parete di onice dorato venato come una pelle di animale.
Ora il colpo di scena: quello che vedi non è l'originale. Finita l'Esposizione, nel 1930, il padiglione fu smontato e i materiali dispersi. Per mezzo secolo esistette solo in poche fotografie in bianco e nero, studiate da generazioni di architetti come reliquie. Poi, negli anni Ottanta, un gruppo di architetti catalani lo ricostruì sullo stesso sito, e nel 1986 riaprì. Nella vasca piccola, in fondo, c'è una figura di bronzo di Georg Kolbe, una donna che alza le braccia come per ripararsi dalla luce.
Poco lontano, verso la fontana, si alzano quattro colonne ioniche altissime che non sostengono niente. Le disegnò Puig i Cadafalch nel 1919, ed erano un simbolo chiarissimo: le quattro strisce della bandiera catalana. Proprio per questo, nel 1928, la dittatura di Primo de Rivera le fece abbattere. Sono tornate in piedi solo nel 2010.
E quell'edificio di mattoni pieno di torrette, dall'altra parte della strada? Sembra un castello, ma era una fabbrica tessile, la Casaramona, sempre di Puig i Cadafalch. Oggi è il CaixaForum, con un ingresso di vetro e acciaio firmato dal giapponese Arata Isozaki... tieni a mente questo nome. Ora prosegui verso ovest, leggermente in salita: ti aspetta un villaggio intero, nato per durare pochi mesi.
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5. Poble Espanyol: la Spagna che doveva sparire
Avinguda de Francesc Ferrer i Guàrdia 13, 08038 Barcelona, Spain
Davanti a te si alza una porta fortificata, due torri di pietra merlate e un arco: sembra l'ingresso di una città medievale della Castiglia. Ed è così, in un certo senso... solo che la città dietro le mura ha meno di cento anni e sta tutta su una collina di Barcellona.
Il Poble Espanyol, il paese spagnolo, nacque per l'Esposizione del 1929 da un'idea che oggi chiameremmo parco tematico. Due architetti, Francesc Folguera e Ramon Reventós, sì, quello delle torri veneziane, e due artisti, il pittore Xavier Nogués e il critico Miquel Utrillo, girarono la Spagna per mesi, disegnando, fotografando, prendendo misure di piazze, case, chiese e fontane. Poi le ricostruirono qui, una accanto all'altra, in scala reale.
La porta da cui entri, per esempio, si ispira alla Puerta de San Vicente delle mura di Ávila. Dentro trovi una piazza maggiore castigliana, vicoli andalusi imbiancati a calce, case aragonesi, angoli baschi e galiziani, un campanile mudéjar. Più di cento edifici, e il gioco è indovinare da dove viene ognuno. Una specie di Italia in Miniatura, per capirci, ma senza la miniatura: qui ci entri dentro, sali le scale, ti affacci alle finestre.
Il dettaglio che pochi raccontano è che tutto questo doveva essere demolito. Era una scenografia temporanea, costruita in fretta, destinata a sparire con la chiusura della fiera, all'inizio del 1930. Invece piacque troppo, e il villaggio restò. Oggi tra quelle facciate lavorano artigiani, e la sera le piazze si riempiono di feste e di concerti, come se fossero sempre state lì.
E c'è qualcosa di ironico, in questo posto. Fu costruito negli anni di una dittatura che amava parlare di una Spagna sola, compatta, eppure qui ogni regione conserva il suo accento di pietra: il granito della Galizia non somiglia al mattone dell'Aragona, e non ci prova nemmeno. Esci dalla porta di Ávila e torna verso est, seguendo i giardini in salita: la cupola che vedi davanti a te è il palazzo che domina tutta la collina.
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6. MNAC: il palazzo e gli affreschi strappati ai Pirenei
Palau Nacional, Parc de Montjuïc, 08038 Barcelona, Spain
Girati, adesso, con le spalle al palazzo: tutta Barcellona è ai tuoi piedi, la cascata della fontana, il viale, le torri veneziane, e lontano, nelle giornate limpide, le gru e le torri della città fino al mare. Poi voltati di nuovo verso questa facciata gigantesca, con la cupola e le torri d'angolo, che sembra una cattedrale laica.
È il Palau Nacional, il padiglione principale dell'Esposizione del 1929, progettato da Eugenio Cendoya ed Enric Catà. Doveva servire per la fiera e poco più, come mezzo Montjuïc. Invece dal 1934 ospita il museo dell'arte catalana, oggi Museu Nacional d'Art de Catalunya, il MNAC. E dentro custodisce una delle collezioni di pittura romanica più importanti al mondo.
La storia comincia nei Pirenei, all'inizio del Novecento. In valli isolate c'erano chiesette romaniche con le absidi completamente dipinte, affreschi del dodicesimo secolo come il Cristo in maestà di Sant Climent de Taüll. Antiquari e collezionisti, soprattutto americani, avevano cominciato a comprarli e a portarli oltreoceano, e le istituzioni catalane decisero di muoversi prima che sparisse tutto.
Ed ecco l'angolo italiano. Per staccare quegli affreschi dai muri senza distruggerli si affidarono a restauratori italiani, guidati da Franco Steffanoni, maestri della tecnica dello strappo: si incolla una tela sulla superficie dipinta, si lascia asciugare, poi si tira via lo strato di colore con un gesto deciso, come si toglie un cerotto. Tra il 1919 e il 1923 interi cicli di affreschi viaggiarono così fino a Barcellona, arrotolati come tappeti. Oggi li vedi rimontati su absidi ricostruite, nella penombra, quasi come nelle loro chiese.
Il paradosso è che per salvarli bisognò strapparli dal loro posto. Nelle chiesette dei Pirenei oggi ci sono copie, e in qualche caso proiezioni di luce che ridisegnano l'originale sul muro. Ora costeggia il palazzo e prendi la strada che sale verso sud: la collina cambia epoca e ti porta dritto nell'estate del 1992.
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7. L'Anella Olímpica e la torre di Calatrava
Carrer de Pierre de Coubertin, 08038 Barcelona, Spain
Eccoti sulla grande spianata dell'Anella Olímpica, l'anello olimpico: davanti a te si alza una torre bianca che sembra una lancia, o un atleta piegato all'indietro con la fiaccola in mano. Intorno, vasche d'acqua, colonne, e da un lato una cupola grigia che pare il guscio di una tartaruga gigante.
La torre è la Torre de Comunicacions di Santiago Calatrava, l'architetto valenciano dei ponti bianchi. Alta circa centotrentasei metri, fu costruita per trasmettere in tutto il mondo le immagini dei Giochi del 1992. La sua inclinazione non è un capriccio: si dice che l'asta sia orientata in modo da funzionare come una gigantesca meridiana, con l'ombra che scorre sulla piazza. E guarda la base: è rivestita di trencadís, il mosaico di cocci di ceramica, un omaggio a Gaudí.
Quella cupola grigia è il Palau Sant Jordi, il palazzetto progettato da Arata Isozaki, lo stesso dell'ingresso del CaixaForum, ricordi? Fu inaugurato nel 1990 e il suo tetto ha una storia da cantiere spettacolare: venne montato a terra e poi sollevato con martinetti idraulici fino alla sua posizione, come un ombrello che si apre piano piano. Durante i Giochi ospitò la ginnastica, e da allora ha visto concerti di quasi tutte le star del pianeta.
Ma perché proprio qui, sul Montjuïc? Perché Barcellona sognava le Olimpiadi da sessant'anni. Lo stadio che vedrai tra poco era stato costruito per l'Esposizione del 1929 anche con quel sogno in testa, e la città si candidò ai Giochi del 1936. Li perse: nel 1931 il Comitato Olimpico Internazionale scelse Berlino. Due anni dopo, in Germania, Hitler salì al potere, e quei Giochi diventarono la sua vetrina.
Barcellona dovette aspettare fino al 17 ottobre 1986, quando a Losanna il presidente del CIO, Juan Antonio Samaranch, barcellonese di nascita, pronunciò il nome della sua città. In quel momento tutta questa collina cominciò a trasformarsi. Ora attraversa la spianata verso est, lungo le vasche: lo stadio è lì, con la sua facciata del 1929.
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8. Lo Stadio Olimpico: i Giochi del '92 e quelli mai disputati
Passeig Olímpic 15-17, 08038 Barcelona, Spain
Davanti a te c'è una facciata di pietra, classica e un po' solenne, con le sculture ai lati degli ingressi, e sopra, quasi nascosto, il profilo di una copertura modernissima. Sono due stadi in uno: il guscio è del 1929, il cuore è del 1992.
Lo stadio fu costruito per l'Esposizione del 1929, su progetto di Pere Domènech i Roura. E nell'estate del 1936 doveva ospitare qualcosa di straordinario: l'Olimpiada Popular, le Olimpiadi del popolo, organizzate come risposta antifascista ai Giochi di Berlino. Migliaia di atleti, da più di venti paesi, erano già arrivati in città. L'inaugurazione era fissata per il 19 luglio.
Ma proprio all'alba di quel 19 luglio i militari ribelli uscirono dalle caserme, e a Barcellona si combatté per le strade. La guerra civile era cominciata, e l'Olimpiada non si disputò mai. Molti atleti stranieri ripartirono in fretta; alcuni decisero di restare, e qualcuno finì per arruolarsi nelle milizie. Lo stadio dei sogni olimpici entrò così nella storia dalla porta di una tragedia.
Per i Giochi del 1992 lo stadio fu svuotato e ricostruito dietro la facciata storica, e a guidare il progetto c'era un italiano: l'architetto novarese Vittorio Gregotti, insieme a colleghi catalani. Per ricavare più posti, il terreno di gioco fu abbassato di parecchi metri. Il 25 luglio 1992, durante la cerimonia d'apertura, l'arciere paralimpico Antonio Rebollo scoccò una freccia infuocata verso il braciere... e c'è chi giura ancora oggi che la freccia passò oltre, e che il gas si accese lo stesso. Poco importa: il mondo intero trattenne il fiato.
Dal 2001 lo stadio porta il nome di Lluís Companys, il presidente della Generalitat catalana durante la guerra civile. Ricordati di lui, perché lo ritroverai alla fine di questa passeggiata, al castello. Ora lascia l'anello olimpico e scendi verso nord-est, lungo l'Avinguda de l'Estadi: ti aspetta un edificio bianco pieno di luce, e un pittore che amava le stelle.
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9. Fundació Joan Miró: la luce e la fontana di mercurio
Parc de Montjuïc, 08038 Barcelona, Spain
Avvicinati ai muri bianchi della Fundació Joan Miró e lasciati abbagliare: cemento chiaro, lucernari curvi come onde che catturano la luce del Mediterraneo, terrazze che si aprono sulla città. Niente marmi, niente cupole... dopo il Palau Nacional sembra di fare un respiro profondo.
Joan Miró nacque nel 1893 nel cuore della vecchia Barcellona, figlio di un orafo e orologiaio. Diventò uno degli artisti più famosi del secolo, tra Parigi e Maiorca, ma volle che la sua città avesse un luogo aperto, vivo, dedicato all'arte contemporanea e non soltanto alle sue opere. La fondazione aprì nel 1975, pochi mesi prima della morte di Franco, quando un museo così era ancora una piccola sfida.
L'edificio lo progettò Josep Lluís Sert, amico di Miró da una vita, architetto catalano esule negli Stati Uniti, dove guidò la scuola di architettura di Harvard. E Sert ci riporta indietro di quasi quarant'anni, all'Esposizione di Parigi del 1937: fu lui a disegnare il padiglione della Repubblica spagnola, in piena guerra civile. In quel padiglione c'era Guernica di Picasso, c'era un grande murale di Miró, e c'era una fontana di Alexander Calder in cui non scorreva acqua, ma mercurio.
Quella fontana è qui, dentro la fondazione, protetta da una vetrina. Il mercurio veniva dalle miniere di Almadén, una zona contesa durante la guerra, e la fontana era un omaggio a quella resistenza. Lo guardi scivolare lento e argenteo, ipnotico, e quasi dimentichi che è un veleno... ed è proprio per questo che sta dietro il vetro.
Sulle terrazze ti aspettano le sculture di Miró: colori puri, forme che sembrano disegnate da un bambino geniale, stelle, lune, uccelli, donne. Lui diceva di voler assassinare la pittura, e qui la vedi rinascere in mille modi diversi. Quando esci, prendi l'Avinguda de Miramar verso est: dopo pochi minuti, oltre una ringhiera, la città intera ti apparirà sospesa sopra l'acqua di una piscina.
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10. Le Piscine di Montjuïc: tuffi sopra la città
Avinguda de Miramar 31, 08038 Barcelona, Spain
Affacciati e guarda giù: due vasche azzurre e, sul bordo, una torre dei tuffi che sembra sporgersi direttamente sopra Barcellona. Dietro, la città scende a perdita d'occhio verso il mare, con i tetti, i campanili e le gru del porto. È una delle immagini più famose dei Giochi del 1992, anche se in pochi sanno dove fu scattata.
Qui, nell'estate del 1992, si disputarono le gare di tuffi. Le televisioni di tutto il mondo trasmisero immagini incredibili: atleti in volo, in avvitamento, con alle spalle l'intera città e la Sagrada Família in lontananza, come se si tuffassero nel cielo sopra i tetti. Dalla piattaforma dei dieci metri vinse l'oro una ragazzina cinese di tredici anni, Fu Mingxia, una delle campionesse olimpiche più giovani di sempre.
Le piscine sono più vecchie dei Giochi: esistevano già da decenni, e per l'Olimpiade furono rinnovate e ampliate per accogliere telecamere e tribune. Ancora oggi sono piscine comunali, e d'estate ci nuotano i barcellonesi, con la stessa vista che allora fece il giro del pianeta. Quelle immagini dissero a milioni di persone, in pochi secondi, che Barcellona era una città di mare, di luce e di montagna insieme.
Eppure, per buona parte del Novecento, questi pendii non erano fatti di giardini e impianti sportivi. Sul Montjuïc sorgevano grandi quartieri di baracche, costruiti a mano da migliaia di famiglie arrivate soprattutto dal sud della Spagna in cerca di lavoro, spesso senza acqua corrente né fognature. Furono sgomberati poco a poco, soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta. La collina scintillante che vedi oggi ha anche questa storia, e vale la pena ricordarla.
Prima di andare, prova a immaginare il silenzio di un tuffatore sulla piattaforma, un attimo prima del salto, con tutta la città sotto. Poi riprendi l'Avinguda de Miramar e prosegui verso est, verso il mare: la strada scende dolcemente fino a un giardino che sembra trapiantato da un deserto.
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11. I Giardini di Mossèn Costa i Llobera: un deserto sul porto
Carretera de Miramar 38, 08038 Barcelona, Spain
Entra tra i vialetti e ritrovati in un paesaggio che non ti aspetti in Europa: cactus a colonna più alti di te, agavi enormi, piante grasse che sembrano sculture, il tutto aggrappato a un pendio che scende ripido verso il porto. Sotto, le gru, i container, le navi bianche ormeggiate. Sopra, il cielo.
Questi sono i Jardins de Mossèn Costa i Llobera, aperti nel 1970 e dedicati quasi interamente alle piante succulente. Il pendio, esposto a sud e riparato dai venti freddi, ha un microclima più caldo e asciutto del resto della città, ed è per questo che i giardinieri decisero di piantarci specie arrivate da deserti e coste aride di mezzo mondo, dalle Americhe all'Africa. Alcuni esemplari sono talmente grandi che sembrano qui da sempre.
Il nome, invece, viene da Maiorca. Miquel Costa i Llobera era un sacerdote e poeta maiorchino, una delle grandi voci della poesia catalana tra Otto e Novecento. La sua poesia più celebre è dedicata a un pino aggrappato alla roccia di Formentor, battuto dal vento e dal mare, che non si piega mai. E in fondo, guardando queste piante che vivono di niente su un pendio di pietra, il nome sembra scelto apposta.
Maiorca, però, in questa passeggiata ha anche un'ombra. Fu da quell'isola, nel marzo del 1938, che decollarono gli aerei italiani che bombardarono Barcellona. Ne parleremo lassù, al castello, perché da quelle mura la città vide arrivare la morte dal mare. Qui, per ora, l'isola è soltanto poesia: un prete che scriveva di pini e di scogliere.
Prenditi un momento sulla panchina più alta che trovi e guarda il porto: è uno dei punti più quieti di tutto il Montjuïc, e quasi nessuno ci arriva. Poi risali verso sud-ovest, lungo la strada che si arrampica sulla collina: in cima, dietro i bastioni, ti aspetta l'ultima tappa, la fortezza.
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12. Il Castell de Montjuïc: la fortezza, la guerra e il metro
Carretera de Montjuïc 66, 08038 Barcelona, Spain
Attraversa il ponte sul fossato e passa sotto il portale: sei dentro una fortezza a forma di stella, con i bastioni puntati sul mare e sulla città. Sali sulle mura e guarda i cannoni: ti ricordano una cosa scomoda, cioè che per secoli, da qui, si è sparato anche verso Barcellona.
La fortezza che vedi risale soprattutto alla seconda metà del Settecento, dopo che la città, nel 1714, era caduta in mano ai Borbone. Il castello serviva a controllare il porto, ma anche a tenere d'occhio i barcellonesi. Nel 1842, durante una rivolta, il generale Espartero fece bombardare la città proprio da queste mura. E più tardi i suoi sotterranei diventarono prigione per anarchici, sindacalisti e oppositori politici.
Il 15 ottobre 1940, nel fossato del castello, fu fucilato Lluís Companys, il presidente della Generalitat il cui nome hai letto sullo stadio. Era fuggito in Francia alla fine della guerra; la Gestapo lo arrestò nell'estate del 1940 e lo consegnò alla Spagna di Franco. Dopo un processo sommario, davanti al plotone, la tradizione racconta che si tolse le scarpe per morire toccando la terra della sua Catalogna.
E da questi bastioni, due anni prima, la città aveva visto arrivare la morte dal mare. Dal 16 al 18 marzo 1938 gli aerei dell'Aviazione Legionaria italiana, decollati da Maiorca, bombardarono Barcellona a ondate, giorno e notte, colpendo quartieri pieni di civili. Fu uno dei primi bombardamenti sistematici su una grande città europea, e i morti furono circa un migliaio. È una pagina poco raccontata in Italia, e da quassù si capisce quanto la città fosse indifesa.
Per chiudere, però, una storia di scienza. Negli anni Novanta del Settecento l'astronomo francese Pierre Méchain salì su questa collina con i suoi strumenti: stava misurando il meridiano tra Dunkerque e Barcellona per definire una nuova unità di misura, il metro. Sì, un pezzetto del metro che usi ogni giorno è nato anche qui. Oggi il castello appartiene alla città, e dalle mura vedi tutto il cammino di oggi: la piazza delle torri veneziane, il palazzo, lo stadio, il porto. La passeggiata finisce qui, sul punto più alto... prenditi tutto il tempo che vuoi per guardare.