Bernini contro Borromini: la grande rivalità del Barocco a Roma

Da Piazza Navona al Quirinale, due geni nati a un anno di distanza che si sono sfidati a colpi di fontane, cupole e campanili: il trionfatore e il tormentato, nella Roma dei papi

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  1. 1. Piazza Navona: la fontana contro la facciata

    Piazza Navona, 00186 Roma RM, Italy

    Mettiti davanti alla Fontana dei Quattro Fiumi, con l'obelisco che svetta sopra una montagna di travertino traforata, e alle spalle della fontana guarda la facciata concava di Sant'Agnese in Agone. In un solo colpo d'occhio hai davanti i due protagonisti di questa passeggiata: la fontana è di Gian Lorenzo Bernini, la facciata di Francesco Borromini.

    Erano quasi coetanei. Bernini, nato a Napoli nel 1598, era brillante, mondano, il favorito dei papi. Borromini, nato nel 1599 sul lago di Lugano, era arrivato a Roma come scalpellino: cupo, geniale, ossessionato dalla perfezione. Avevano lavorato insieme, all'inizio. Poi si sono detestati per tutta la vita.

    Questa piazza era il salotto di papa Innocenzo X Pamphilj, il cui palazzo di famiglia è proprio qui. Bernini era caduto in disgrazia, perché uno dei campanili che aveva costruito sulla facciata di San Pietro si era crepato ed era stato demolito nel 1646. Ma per la fontana fece preparare un modellino e, si racconta, fece in modo che il papa se lo trovasse davanti. Innocenzo lo vide e cedette. Tra il 1648 e il 1651 nacquero i quattro giganti: il Danubio, il Nilo, il Gange e il Rio della Plata, quattro fiumi per quattro continenti.

    E qui nasce la leggenda più famosa di Roma: il Rio della Plata alza il braccio per paura che la facciata di Borromini gli crolli addosso, e il Nilo si copre il volto per non vederla. La statua di Sant'Agnese, dall'altra parte, si porterebbe la mano al petto come per dire: tranquilli, sto in piedi. Peccato che sia impossibile. La fontana era finita nel 1651, e Borromini cominciò a lavorare alla facciata solo nel 1653. Il Nilo è velato perché allora nessuno sapeva dove fossero le sue sorgenti.

    Ma le leggende sopravvivono quando dicono una verità più grande dei fatti, e qui la verità è la rivalità. Borromini, del resto, fu allontanato dal cantiere di Sant'Agnese pochi anni dopo, tra liti con i committenti. Ora attraversa la piazza verso est, prendi uno dei vicoli che sbucano su Corso del Rinascimento e cerca un cortile con una cupola bianca a spirale.

  2. 2. Sant'Ivo alla Sapienza: la spirale di Borromini

    Corso del Rinascimento 40, 00186 Roma RM, Italy

    Entra nel cortile del palazzo della Sapienza, se il portone è aperto, oppure alza gli occhi da Corso del Rinascimento: in fondo, sopra i loggiati, vedrai una cosa che non somiglia a nessun'altra cupola di Roma. Un tamburo che ondeggia, e sopra una lanterna che sale avvitandosi su sé stessa, come un cavatappi di pietra, fino a una corona di fiamme di ferro.

    Questa è Sant'Ivo alla Sapienza, la chiesa dell'antica università di Roma, e per molti è il capolavoro di Borromini. La costruì a partire dal 1642, e il cantiere attraversò tre papi diversi. Guarda bene le decorazioni: troverai le api dei Barberini, la colomba con il ramoscello d'ulivo dei Pamphilj e i monti con la stella dei Chigi. Ogni pontefice volle lasciare la sua firma.

    Il segreto è la pianta. Borromini parte da due triangoli intrecciati, una stella a sei punte, e alterna le punte concave a quelle convesse. Dentro, la chiesa è tutta bianca, senza quadri né oro, e le pareti sembrano muoversi e salire verso la cupola come una fiamma. C'è chi in quella pianta vede addirittura la forma di un'ape, omaggio ai Barberini: forse è una suggestione, ma è una bella suggestione.

    Bernini lavorava con il marmo colorato, il bronzo, la luce teatrale, le statue che ti parlano. Borromini lavorava con la geometria, con il compasso, con materiali poveri come il mattone e lo stucco. Era un architetto puro, e non sopportava i compromessi. Per questo i suoi committenti lo stimavano... e lo temevano.

    La lanterna a spirale ha fatto discutere per secoli. Torre di Babele, faro di Alessandria, simbolo della sapienza che sale verso Dio? Borromini non lo ha mai spiegato. Sant'Ivo, poi, è il patrono degli avvocati, e qui si laureavano i giuristi del papa. Adesso esci verso Piazza di Sant'Eustachio, prosegui verso est e lasciati guidare verso la cupola antica più famosa del mondo.

  3. 3. Pantheon: le orecchie d'asino di Bernini

    Piazza della Rotonda, 00186 Roma RM, Italy

    Siediti un attimo sul bordo della fontana di Piazza della Rotonda e guarda il Pantheon: il portico di colonne di granito, il frontone, e dietro la massa grigia della cupola. Adesso, con la fantasia, aggiungi due campanili, uno per lato, sopra il frontone. Brutto, vero? Ecco, i romani la pensavano esattamente così.

    Negli anni Venti e Trenta del Seicento papa Urbano VIII Barberini, il grande protettore di Bernini, volle dare al Pantheon, ormai chiesa da un millennio, due campanili. Il progetto è tradizionalmente attribuito a Bernini, anche se gli studiosi ne discutono. Due torrette strette e appuntite che spuntavano ai lati del tempio più perfetto dell'antichità.

    La risposta di Roma fu immediata e spietata: le orecchie d'asino. Per più di due secoli il Pantheon se le è tenute, e con loro il soprannome, finché nel 1883 il Regno d'Italia le fece abbattere per restituire all'edificio il suo aspetto antico. Le fotografie dell'Ottocento le mostrano ancora, e fanno davvero un certo effetto.

    E non è tutto. Nel 1625 lo stesso Urbano VIII fece togliere il bronzo antico che rivestiva le travi del portico. La tradizione dice che finì nel baldacchino di Bernini in San Pietro; in realtà gran parte servì per fondere cannoni per Castel Sant'Angelo. Comunque sia, Pasquino commentò con una frase rimasta immortale: quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini.

    C'è un'ironia in tutto questo. Bernini era l'artista che sapeva dare a ogni papa ciò che desiderava, e a volte ha pagato quella disponibilità. Borromini, invece, ammirava l'antico in silenzio, studiava le rovine, ne smontava la geometria. E dentro, tra l'altro, riposa Raffaello, morto nel 1520, che aveva chiesto di essere sepolto proprio qui. Ora gira attorno al Pantheon sul lato sinistro e raggiungi la piazzetta alle sue spalle: ti aspetta un piccolo elefante con un obelisco sulla schiena.

  4. 4. L'Elefantino della Minerva

    Piazza della Minerva, 00186 Roma RM, Italy

    Eccolo, il più simpatico abitante di Roma: un elefantino di marmo, con una gualdrappa ricamata sulla schiena e un obelisco egizio piantato sopra, che gira la proboscide e ti guarda di sbieco. I romani lo hanno ribattezzato subito, con affetto, il Pulcin della Minerva.

    L'obelisco venne fuori nel 1665 nel giardino del convento dei domenicani qui accanto, dove nell'antichità sorgeva un tempio di Iside. Papa Alessandro VII Chigi volle innalzarlo davanti alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, e chiese il progetto a Bernini. Bernini disegnò un elefante, simbolo di forza e saggezza, che porta il peso senza fatica. Lo scolpì il suo allievo Ercole Ferrata, e il monumento fu inaugurato nel 1667. Non era la prima volta che Bernini faceva poggiare un obelisco su qualcosa di sorprendente: a Piazza Navona lo aveva piantato sopra una montagna traforata.

    Ma un frate domenicano, che si dilettava di architettura, si mise in testa che un elefante con la pancia vuota non avrebbe retto l'obelisco. Insistette tanto che alla fine sotto il ventre fu messo un blocco di pietra, mascherato dalla gualdrappa, che toglie leggerezza all'insieme. E la leggenda dice che Bernini si vendicò così: girò il posteriore dell'elefante verso il convento, con la coda spostata di lato, come per dire ai frati quello che pensava di loro.

    Sulla base, un'iscrizione latina spiega il senso: ci vuole una mente robusta per sostenere una solida sapienza. E la parola sapienza, in questa piazza, pesa. Nel convento dietro di te, nel 1633, Galileo Galilei fu costretto ad abiurare le sue idee sul movimento della Terra.

    C'è anche un'altra coincidenza. L'elefantino fu inaugurato nel 1667, lo stesso anno in cui, a meno di due chilometri da qui, Francesco Borromini mise fine alla sua vita. Uno dei due rivali scherzava con i frati, l'altro stava affondando nel buio. Ma ci arriveremo. Adesso prendi verso nord, passa per Piazza di Pietra con le colonne del tempio di Adriano, e raggiungi la piazza del Parlamento.

  5. 5. Palazzo Montecitorio: gli scogli di Bernini

    Piazza di Monte Citorio, 00186 Roma RM, Italy

    Mettiti di fronte al palazzo della Camera dei Deputati, con l'obelisco davanti, e guarda la facciata. Non è piatta: è spezzata in cinque piani che si piegano leggermente, come le pagine di un libro socchiuso. E ora abbassa lo sguardo sotto le finestre del piano terra. Vedi quei blocchi ruvidi, grezzi, come rocce appena cavate?

    È un'idea di Bernini. Intorno al 1653 il principe Niccolò Ludovisi, imparentato con papa Innocenzo X, gli commissionò il suo palazzo, e Bernini volle che l'edificio sembrasse nascere dalla montagna. La pietra grezza, gli scogli, si trasforma a poco a poco in architettura levigata. È la stessa idea della Fontana dei Quattro Fiumi, la roccia che diventa arte, applicata a un palazzo.

    Bernini, a quel punto, era tornato in pieno favore. Dopo la fontana di Piazza Navona, Innocenzo X non poteva più fare a meno di lui. Ma il papa morì nel 1655, i Ludovisi si fermarono e il palazzo rimase a metà per quasi quarant'anni. Lo completò Carlo Fontana, alla fine del Seicento, per papa Innocenzo XII, che ci trasferì i tribunali pontifici.

    Dal 1871, con Roma capitale del Regno d'Italia, qui siede la Camera dei Deputati. E l'obelisco davanti a te ha una storia ancora più lunga: viene dall'Egitto del faraone Psammetico II, e fu portato a Roma dall'imperatore Augusto per fare da gnomone a una gigantesca meridiana nel Campo Marzio. Ogni giorno, dunque, i deputati passano accanto a un orologio solare di duemila anni.

    Mentre Bernini disegnava palazzi per i parenti del papa, Borromini lavorava allo stesso tempo per lo stesso pontefice, rinnovando l'interno della basilica di San Giovanni in Laterano per il Giubileo del 1650. Stessi committenti, stessa città, due mondi che non si toccavano mai. Ora prendi Via del Corso verso nord e gira a destra in Via dei Condotti: in fondo, ai piedi della scalinata, c'è una barca che affonda.

  6. 6. La Barcaccia: padre e figlio in Piazza di Spagna

    Piazza di Spagna, 00187 Roma RM, Italy

    Avvicinati alla fontana ai piedi della scalinata e guarda dentro la vasca: c'è una barca di travertino mezza sommersa, con l'acqua che le entra dentro e trabocca dai lati. I romani l'hanno chiamata, con il solito affetto ruvido, la Barcaccia. Una barca vecchia, malandata, che sta affondando.

    La commissionò papa Urbano VIII, e fu realizzata tra il 1627 e il 1629 da Pietro Bernini, scultore toscano, il padre di Gian Lorenzo. Quanto ci abbia messo le mani il figlio, allora sui trent'anni e già star, è un dibattito antico tra gli storici dell'arte. Di sicuro Pietro morì nel 1629, e la fontana è stata in un certo senso il passaggio di testimone tra padre e figlio.

    La leggenda racconta che l'idea venne da una vera barca: durante la terribile piena del Tevere del Natale 1598, l'acqua arrivò fin qui e, ritirandosi, lasciò una barca arenata in mezzo alla piazza. Bella storia, forse vera, forse no.

    Il motivo tecnico, invece, è geniale. L'acqua qui arriva dall'Acquedotto Vergine, e in questo punto ha pochissima pressione. Niente zampilli spettacolari, dunque. Allora i Bernini abbassano la fontana sotto il livello della strada e inventano una barca che affonda: l'acqua non deve salire, deve solo traboccare. Un limite trasformato in un'idea. E guarda le prue: ci sono i soli e le api dei Barberini, e le bocche da cui esce l'acqua sembrano piccoli cannoni.

    Nel febbraio del 2015 un gruppo di tifosi olandesi la danneggiò durante una notte di follia, e Roma intera si sentì ferita, come se avessero colpito una persona di famiglia. Oggi è restaurata, e la gente ci beve ancora, come si è sempre fatto. La scalinata alle sue spalle, del resto, arriverà solo un secolo dopo, negli anni Venti del Settecento. Ora guarda sul lato sud della piazza, verso la colonna dell'Immacolata: quel grande palazzo è il terreno dello scontro più diretto tra i nostri due rivali.

  7. 7. Palazzo di Propaganda Fide: un palazzo, due architetti

    Piazza di Spagna 48, 00187 Roma RM, Italy

    Mettiti davanti a questo grande palazzo all'estremità di Piazza di Spagna, accanto alla colonna con la statua della Madonna. È il Collegio di Propaganda Fide, la congregazione fondata nel 1622 per diffondere la fede cattolica nel mondo, dalle Americhe alla Cina. La piazza si chiamava già di Spagna per l'ambasciata spagnola presso il papa, che sta proprio di fronte. E dentro queste mura si è combattuto il round più diretto tra Bernini e Borromini.

    Il primo a lavorarci fu Bernini. Negli anni Trenta e Quaranta del Seicento, sotto il suo protettore Urbano VIII, costruì una piccola cappella ovale e disegnò la facciata che hai davanti, sul lato della piazza. Poi il vento cambiò. Morto Urbano, il nuovo papa Innocenzo X e i padri del collegio affidarono il cantiere a Borromini.

    E Borromini fece una cosa che a Roma nessuno dimenticò: demolì la cappella di Bernini. Al suo posto costruì la sua, la Cappella dei Re Magi, con le nervature che si intrecciano sulla volta. Pensa a cosa significava: cancellare l'opera del rivale, nello stesso palazzo, e mettere al suo posto la propria.

    Ora fai il giro del palazzo, a sinistra, lungo Via di Propaganda. Lì c'è la facciata di Borromini, una delle sue ultime: il muro si piega verso l'interno, le cornici delle finestre si gonfiano e si ritraggono come se il palazzo respirasse. È architettura che mette quasi a disagio, tesa, nervosa, bellissima.

    E il colmo? Bernini abitava a due passi da qui, in Via della Mercede, dove morirà nel 1680. Ogni volta che usciva di casa, poteva vedere il cantiere del rivale crescere sulle rovine della sua cappella. Le guide romane si divertono a inventare scherzi e dispetti tra le due case; la verità è già abbastanza feroce. Segui Via di Propaganda fino in fondo: all'incrocio ti aspetta una chiesa con un campanile che sembra una torta nuziale.

  8. 8. Sant'Andrea delle Fratte: gli angeli sotto il campanile

    Via di Sant'Andrea delle Fratte 1, 00187 Roma RM, Italy

    Alza la testa all'incrocio e cerca il campanile: è uno dei più bizzarri di Roma, fatto a piani sovrapposti, ognuno diverso dall'altro, con angeli che fanno da colonne e volute che si arricciano verso il cielo. Qualcuno lo ha paragonato a una torta nuziale, qualcun altro a un candelabro. È di Borromini, che ci lavorò negli ultimi anni della sua vita.

    Anche la cupola, o meglio il tamburo che la avvolge, è sua, e non fu mai finito del tutto: è rimasto in mattoni, grezzo, come un cantiere interrotto. Da certi angoli delle strade intorno sembra quasi una scultura astratta. Borromini lavorò qui dal 1653 in poi, ma i soldi del committente non bastavano mai.

    Ora entra in chiesa e cammina verso l'altare. Ai lati del presbiterio ci sono due angeli di marmo bianco, giovani, leggerissimi, con le vesti che sembrano mosse dal vento: uno regge la corona di spine, l'altro il cartiglio con la scritta della croce. Sono di Bernini. Li scolpì intorno al 1668 per Ponte Sant'Angelo, ma papa Clemente IX li trovò troppo belli per lasciarli alla pioggia, e sul ponte furono messe delle copie.

    Gli originali rimasero alla famiglia Bernini, e nel 1729 un suo discendente li donò a questa chiesa. Ed eccolo, il paradosso: i due angeli più belli di Bernini sono finiti a vegliare sotto il campanile di Borromini. Il destino, a Roma, ha un senso dell'umorismo tutto suo.

    In questa chiesa, nel gennaio del 1842, accadde anche un fatto che fece rumore in tutta Europa: un giovane banchiere ebreo di Strasburgo, Alphonse Ratisbonne, raccontò di aver visto qui la Madonna, e si convertì. C'è ancora una cappella che lo ricorda. Ora esci e prendi verso est, lungo Via Capo le Case e poi Via del Tritone, fino a una grande piazza piena di traffico. Al centro, un tritone soffia in una conchiglia.

  9. 9. Fontana del Tritone: il trionfo dei Barberini

    Piazza Barberini, 00187 Roma RM, Italy

    Fermati sul marciapiede, che il traffico qui non perdona, e guarda al centro della piazza: quattro delfini con la coda all'aria reggono una grande conchiglia aperta, e sopra, inginocchiato, un tritone muscoloso soffia in una conchiglia più piccola. Ne esce un getto d'acqua che ricade su di lui e sulle sue gambe a squame.

    È la Fontana del Tritone, scolpita da Bernini tra il 1642 e il 1643 per papa Urbano VIII. Questa piazza era, di fatto, il cortile di casa dei Barberini: il loro palazzo è proprio lì, sulla collina. E guarda tra le code dei delfini: lo stemma con le tre api, le tiare, le chiavi. Il papa voleva che si sapesse di chi era l'acqua.

    È una fontana di travertino, non di marmo, e questo la rende più ruvida, più viva, quasi marina. L'acqua arriva dall'Acqua Felice, l'acquedotto riportato in vita da papa Sisto V. Bernini qui fa una cosa nuova per Roma: non una vasca decorata, ma una scultura vera, che si guarda da ogni lato. Lì all'angolo con Via Veneto c'è anche la sua piccola Fontana delle Api, rimontata nel Novecento, con tre api che bevono da una conchiglia.

    Si racconta che proprio l'iscrizione di quella fontanella portasse sfortuna. Indicava un anno di pontificato che Urbano VIII non aveva ancora compiuto, e i romani lo presero come un cattivo presagio. Il papa morì nel luglio del 1644, pochi giorni prima che quell'anno cominciasse davvero. Superstizione, certo. Ma per Bernini fu davvero la fine di un'epoca.

    Il nuovo papa, Innocenzo X Pamphilj, odiava i Barberini, che fuggirono in Francia. E nel 1646 arrivò l'umiliazione dei campanili di San Pietro demoliti. Per la prima volta Bernini era in ombra, e Borromini al centro della scena. Sali ora lungo Via delle Quattro Fontane e fermati davanti al cancello del grande palazzo a sinistra: è lì che i due avevano lavorato fianco a fianco.

  10. 10. Palazzo Barberini: le due scale

    Via delle Quattro Fontane 13, 00184 Roma RM, Italy

    Supera il cancello e fermati nel piazzale davanti al palazzo: un grande corpo centrale con le arcate aperte come un teatro e due ali che ti vengono incontro. Qui, tra il 1625 e il 1633, Bernini e Borromini hanno lavorato fianco a fianco. È il punto in cui la loro storia comincia, e si rompe.

    Borromini aveva cominciato a Roma come scalpellino nel cantiere di San Pietro, intagliando decorazioni di marmo. Il progetto del palazzo era di Carlo Maderno, il grande architetto della facciata di San Pietro, che si portava dietro un aiutante giovane e bravissimo, un suo parente lontano del Canton Ticino: Francesco Borromini. Quando Maderno morì, nel 1629, papa Urbano VIII affidò il cantiere al suo pupillo, Bernini. E Borromini si ritrovò a fare il secondo.

    Guarda ai due lati dell'atrio, e vedrai le loro firme. A sinistra c'è lo scalone di Bernini: quadrato, maestoso, con le rampe larghe fatte per i cortei dei cardinali. A destra c'è la scala di Borromini: ovale, elicoidale, con colonne binate che salgono girando su sé stesse. Una scala che sembra una conchiglia, e che salendo ti fa girare la testa.

    La tradizione racconta che qui Borromini maturò il suo rancore. Bernini prendeva i compensi e la gloria, lui faceva i disegni e risolveva i problemi. Lo stesso era successo con il baldacchino di San Pietro. Da quel momento i due non lavoreranno mai più insieme, e Roma diventerà il campo della loro partita a distanza.

    Oggi il palazzo ospita la Galleria Nazionale d'Arte Antica: la Fornarina di Raffaello, Giuditta che decapita Oloferne di Caravaggio, e nel salone il soffitto di Pietro da Cortona, con la Divina Provvidenza che trionfa sopra le api giganti dei Barberini. Ora torna su Via delle Quattro Fontane e sali verso l'incrocio con i quattro angoli scolpiti. Lì c'è la chiesa più piccola, e forse più geniale, di Roma.

  11. 11. San Carlino alle Quattro Fontane

    Via del Quirinale 23, 00187 Roma RM, Italy

    Fermati all'incrocio delle Quattro Fontane, con una fontana scolpita in ognuno dei quattro angoli, e guarda la facciata della chiesetta all'angolo: ondeggia. Concava, convessa, poi di nuovo concava, come se la pietra fosse un tessuto mosso dal vento. Questa è San Carlo alle Quattro Fontane, per i romani San Carlino.

    La chiamano così perché è minuscola. Si dice che l'intera chiesa entrerebbe dentro uno dei pilastri che reggono la cupola di San Pietro. Eppure, quando entri, lo spazio sembra respirare. La cupola ovale è coperta di cassettoni a forma di croci, ottagoni ed esagoni, sempre più piccoli verso l'alto, così che sembra molto più alta di quanto sia. Tutto è bianco, tutto è geometria, tutto è luce.

    Fu il primo incarico importante di Borromini da solo, per un piccolo ordine spagnolo, i Trinitari scalzi, che avevano pochissimi soldi. La chiesa fu costruita negli anni Trenta del Seicento. La facciata, invece, venne trent'anni dopo, e fu l'ultima cosa a cui lavorò. Il primo e l'ultimo pensiero della sua vita d'architetto stanno sullo stesso angolo di strada. E accanto c'è un chiostro minuscolo, anche questo suo, con gli angoli smussati e colonne ritmate come una danza.

    Borromini invecchiava solo, malato, sempre più cupo. Si racconta che negli ultimi tempi bruciò molti dei suoi disegni. Nell'estate del 1667, dopo una notte di febbre e d'insonnia, si gettò sulla propria spada. Sopravvisse il tempo per raccontare cosa era successo e per ricevere i sacramenti, e morì all'inizio di agosto. Fu sepolto in San Giovanni dei Fiorentini, accanto al suo maestro Carlo Maderno.

    Aveva sessantasette anni. Bernini ne visse altri tredici, ricco e onorato. Ma oggi, quando gli architetti di tutto il mondo vengono a Roma, molti cercano prima di tutto questa chiesetta. Ora cammina lungo Via del Quirinale per un paio di minuti, con il muro del palazzo del Presidente sulla destra: l'ultima parola spetta a Bernini.

  12. 12. Sant'Andrea al Quirinale: la perla di Bernini

    Via del Quirinale 30, 00187 Roma RM, Italy

    Fermati davanti alla facciata: un grande portale incorniciato da due colonne, e davanti una scalinata semicircolare che si allarga sulla strada come un'onda. Pochi passi alle tue spalle c'è San Carlino. Le due chiese sono sulla stessa via, una di Borromini, l'altra di Bernini, quasi a guardarsi.

    Bernini costruì Sant'Andrea al Quirinale dal 1658 per il noviziato dei gesuiti, pagato dal principe Camillo Pamphilj, nipote di Innocenzo X. E anche lui scelse l'ovale, come Borromini. Ma lo mise di traverso: entri dal lato lungo, e l'altare è proprio davanti a te, vicinissimo, così che lo spazio ti abbraccia subito, invece di allontanarti.

    Entra, se è aperto, e alza gli occhi. Sopra l'altare il martirio di Sant'Andrea è dipinto in una pala sostenuta da angeli in volo, e sopra il frontone la statua del santo, scolpita dall'allievo Antonio Raggi, si alza su una nuvola verso la cupola dorata. Pittura, scultura, architettura e luce raccontano insieme un'unica scena: è il teatro sacro di Bernini, il contrario esatto del bianco e della geometria di Borromini.

    Suo figlio Domenico racconta che negli ultimi anni Bernini veniva qui da solo, si sedeva in un angolo e restava a guardare. Diceva che era l'unica sua opera che gli desse davvero un po' di soddisfazione. Lui, che aveva riempito Roma di capolavori.

    Bernini morì nel 1680, a ottantun anni, e riposa sotto una semplice lastra in Santa Maria Maggiore. Borromini era morto tredici anni prima, solo, e il suo capolavoro sta a cento passi da qui, sulla stessa strada. Il trionfatore e il tormentato, la scena e la geometria: Roma non ha mai scelto tra i due, e ha fatto bene. Oggi ti è bastata una passeggiata per vederli uno accanto all'altro... e la prossima volta che sentirai qualcuno raccontare la storia del Nilo che non vuole guardare, saprai che è falsa, ma anche perché è vera.