Montmartre degli artisti: mulini, cabaret e pittori squattrinati nella Parigi bohémien

Da Pigalle al Bateau-Lavoir: Van Gogh, Renoir, Picasso, Modigliani, Stendhal milanese e Dalida, la ragazza calabrese del Cairo, sulla collina più amata di Parigi

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  1. 1. Place Pigalle: il mercato dei modelli italiani

    Place Pigalle, 75009 Paris, France

    Sei in Place Pigalle: al centro una fontana rotonda, tutto intorno insegne al neon, motorini e il traffico del boulevard che non dorme mai. Oggi è il quartiere della notte facile, ma un secolo e mezzo fa questa piazza era un'altra cosa... era un mercato. E la merce, credici o no, eravamo noi italiani.

    Nell'Ottocento, intorno a questa fontana, si radunavano ogni mattina uomini, donne e bambini arrivati dall'Italia, molti dalla Ciociaria e dalle montagne del Sud. Indossavano i costumi del loro paese, corpetti, fazzoletti colorati, le cioce ai piedi, e aspettavano. Aspettavano i pittori. Era il mercato dei modelli: l'artista passava, sceglieva un volto per una Madonna, un pastore, un brigante romantico, e se lo portava in studio per la giornata. Parigi voleva l'Italia sulle tele... e l'Italia arrivava a piedi fino a Pigalle.

    Alcuni di quei ragazzi e di quelle ragazze finirono in decine di quadri esposti ai Salon, ammirati da tutta la città, senza che nessuno ricordasse il loro nome. È la storia segreta di tanta pittura francese dell'Ottocento: dietro molte sante e molte pastorelle c'è una ciociara pagata a giornata, che la sera tornava a dormire in una soffitta affollata.

    Poi la piazza cambiò pubblico. Al caffè della Nouvelle Athènes, che si affacciava proprio qui, si sedevano Degas e Manet, e Degas ci ambientò il suo celebre L'assenzio, con una donna immobile e svuotata davanti al bicchiere verde. E all'inizio del Novecento arrivò un ragazzo di Cortona, Gino Severini. Nei locali notturni di Pigalle trovò il soggetto del suo quadro più rumoroso, La danza del pan-pan al Monico: ballerine, cappelli, luci, tutto spezzato in mille frammenti colorati. Il Futurismo italiano che entra in un cabaret parigino. L'originale è andato perduto, e Severini, ormai anziano, lo ridipinse da capo.

    Tieni a mente questa idea, perché ci accompagnerà per tutta la passeggiata: Montmartre l'ha costruita gente arrivata da fuori, povera, con una valigia e un talento. Ora prendi il boulevard de Clichy verso ovest, sotto gli alberi dello spartitraffico centrale: dopo qualche minuto vedrai girare le pale di un mulino rosso.

  2. 2. Moulin Rouge: il mulino che non ha mai macinato

    82 Boulevard de Clichy, 75018 Paris, France

    Eccolo, il mulino più fotografato del mondo: le pale rosse sopra il tetto, la facciata coperta di lampadine, e sotto un fiume di turisti con il telefono alzato. Fermati sul marciapiede di fronte e guardalo bene, perché questo mulino non ha mai macinato un solo chicco di grano.

    Il Moulin Rouge apre il 6 ottobre 1889, l'anno dell'Esposizione Universale e della torre Eiffel. Lo fondano due imprenditori, Joseph Oller e Charles Zidler, con un'idea geniale: portare i borghesi eleganti dei boulevard a divertirsi qui, ai piedi della collina dei pittori e dei poveri. Il mulino finto è un richiamo ai mulini veri di Montmartre, lassù in cima. Nel giardino c'era perfino un enorme elefante di stucco, e dentro la sua pancia, si racconta, uno spettacolo di danza del ventre riservato ai signori.

    Ma la vera rivoluzione è il ballo: il can-can, le gambe lanciate verso il soffitto, le sottogonne, gli strilli. La regina della sala è una ragazza che tutti chiamano La Goulue, la golosa, perché finiva i bicchieri dei clienti. E in un angolo, al tavolino, un uomo piccolo con la barba e il bastone disegna tutto quello che vede: è Henri de Toulouse-Lautrec. Nel 1891 il suo manifesto per il Moulin Rouge, con La Goulue che volteggia tra sagome nere, viene incollato sui muri di Parigi... e cambia per sempre la storia della pubblicità.

    Un dettaglio che pochi notano: Toulouse-Lautrec era alto circa un metro e mezzo, per una malattia delle ossa che gli aveva fermato la crescita delle gambe. Dalla sua altezza vedeva le ballerine dal basso, da vicino, senza filtri, come nessun pittore le aveva guardate prima. Per questo i suoi ritratti sono così crudi e così teneri insieme.

    Il locale originale bruciò nel 1915 e fu ricostruito. E in una notte di fine aprile del 2024 le famose pale sono crollate sul marciapiede, per fortuna senza ferire nessuno: pochi mesi dopo, giusto prima delle Olimpiadi, erano di nuovo al loro posto. Ora prendi avenue Rachel, la stradina che sale lì accanto, verso nord: porta in un luogo silenzioso, dove molti artisti di questa collina riposano.

  3. 3. Cimitero di Montmartre: Arrigo Beyle, milanese

    20 Avenue Rachel, 75018 Paris, France

    Varca il cancello in fondo ad avenue Rachel e il rumore del boulevard si spegne di colpo: tombe coperte di muschio, gatti che dormono sulle lapidi, e sopra la tua testa un ponte di ferro, quello di rue Caulaincourt, che passa sospeso sopra i morti.

    Questo cimitero è nato nel 1825 dentro una vecchia cava di gesso. Per secoli la collina di Montmartre è stata scavata come un formaggio, e il suo gesso era così famoso che in mezzo mondo si dice ancora gesso di Parigi. Quando le cave furono abbandonate, la città ci sistemò i suoi morti. Ed è per questo che il cimitero sta in una conca, più in basso delle strade intorno.

    E adesso una sorpresa per te, che arrivi dall'Italia. In questi viali c'è la tomba di un grande scrittore francese, Henri Beyle, che tutti conosciamo come Stendhal. Sulla sua lapide non c'è scritto in francese, ma in italiano: Arrigo Beyle, Milanese. Scrisse, amò, visse. Stendhal aveva vissuto a Milano gli anni più felici della sua vita, e volle restare milanese per sempre. Nel testamento aveva chiesto un ordine diverso, visse, scrisse, amò, e aggiungeva che la sua anima adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare.

    Qui riposano anche Edgar Degas, il ballerino Vaslav Nijinsky, il poeta Heinrich Heine, i compositori Hector Berlioz e Jacques Offenbach, il regista François Truffaut. E c'è una tomba che non resta mai senza fiori: una statua di donna a grandezza naturale, in un abito leggero, sotto un arco di marmo. È Dalida. Tra poco, in cima alla collina, la incontrerai di nuovo, in bronzo.

    Una curiosità: anche Émile Zola fu sepolto qui nel 1902, ma sei anni dopo la Repubblica lo trasferì al Panthéon, tra i grandi di Francia. Il suo monumento qui è rimasto, come una casa da cui il padrone è stato chiamato altrove. Ora torna verso place Blanche e imbocca rue Lepic, la strada più tortuosa di Montmartre, che sale a curve: ti aspetta un pittore olandese senza un soldo.

  4. 4. 54 rue Lepic: la casa di Van Gogh a Parigi

    54 Rue Lepic, 75018 Paris, France

    Fermati davanti al numero 54 di rue Lepic e alza gli occhi verso i piani alti: una facciata qualunque, persiane, una piccola targa. Eppure da una di quelle finestre, tra il 1886 e il 1888, un uomo dai capelli rossi guardava i tetti di Parigi e cercava di imparare a dipingere la luce.

    L'uomo era Vincent van Gogh. Arrivò a Parigi nel marzo del 1886, praticamente senza preavviso, con un biglietto per il fratello Theo, che lavorava come mercante d'arte. Theo lo ospitò prima in un alloggio piccolo e poi, quell'estate, in questo appartamento più grande. Vincent aveva trentatré anni, non vendeva quasi niente, e i suoi quadri olandesi erano scuri come la terra dei contadini che dipingeva.

    Parigi gli cambiò la tavolozza in due anni. Frequentò l'atelier del pittore Cormon, dove conobbe Toulouse-Lautrec ed Émile Bernard, vide gli impressionisti, scoprì i puntini di Seurat, e si innamorò delle stampe giapponesi, che collezionava insieme a Theo a centinaia. Nel periodo parigino dipinse circa duecento quadri, e lo vedi succedere tela dopo tela: i marroni spariscono, arrivano i gialli e i blu, le pennellate si fanno brevi e nervose. Il Van Gogh dei girasoli comincia qui, in rue Lepic. Da queste finestre dipinse anche la vista sui tetti della città, con i comignoli e il cielo che occupa metà della tela.

    Vivere con lui, però, non era facile. Theo confidò alla sorella che la convivenza era diventata quasi insopportabile: Vincent litigava con tutti, riempiva la casa di tele e colori, trascinava gli amici a discutere fino a notte. Eppure Theo non lo mise mai alla porta... e continuò a mantenerlo fino all'ultimo giorno.

    Nel febbraio del 1888, stanco dell'inverno grigio e della città, Vincent prese un treno per il Sud, verso Arles e il sole. Non sarebbe più tornato a vivere a Parigi. Ora continua a salire per rue Lepic, seguendo la sua grande curva: in cima, tra gli alberi, spuntano le ali di legno di un mulino vero.

  5. 5. Moulin de la Galette: gli ultimi mulini di Montmartre

    83 Rue Lepic, 75018 Paris, France

    All'angolo tra rue Lepic e rue Girardon, sopra un ristorante, gira lo sguardo verso un mulino a vento di legno scuro con le sue quattro ali. Un po' più indietro, nascosto in un giardino privato, ce n'è un altro, ancora più antico. Sono gli ultimi due sopravvissuti di una collina che un tempo ne contava decine.

    Per secoli Montmartre è stata campagna: vigne, cave di gesso e mulini che macinavano grano e spremevano l'uva per i parigini. Il più vecchio dei due superstiti, il Blute-Fin, risale al Seicento; il Radet, quello sopra di te, al Settecento. Appartenevano alla famiglia Debray, mugnai da generazioni. E la leggenda di famiglia è feroce: nel 1814, mentre gli eserciti stranieri assediano Parigi, un Debray difende il suo mulino contro i soldati russi, viene ucciso, e il suo corpo sarebbe stato inchiodato alle pale.

    Poi i Debray hanno un'idea più allegra. Trasformano il posto in una sala da ballo all'aperto e servono ai clienti una galette, una focaccina di farina scura, con un bicchiere di latte o di vino. La domenica pomeriggio qui ballano sartine, operai, modelle e pittori... ed è proprio questa festa che Pierre-Auguste Renoir dipinge nel 1876, con la luce che filtra tra le foglie e macchia i vestiti. Il Ballo al Moulin de la Galette oggi è al Musée d'Orsay, ed è uno dei quadri più amati dell'impressionismo.

    E non fu l'unico. Dopo di lui dipinsero questo mulino Van Gogh, Toulouse-Lautrec, e nel 1900 un ragazzo spagnolo appena arrivato a Parigi: Pablo Picasso. Una versione più piccola del quadro di Renoir, nel 1990, fu venduta all'asta per circa settantotto milioni di dollari, allora una delle cifre più alte mai pagate per un dipinto.

    Prima di proseguire, sali pochi passi su rue Girardon fino a una piazzetta: vedrai un uomo di bronzo che esce da un muro, con una gamba e una mano ancora dentro la pietra. È il Passe-Muraille, l'eroe di un racconto di Marcel Aymé, un impiegato timido che un giorno scopre di poter attraversare i muri. La statua l'ha scolpita l'attore Jean Marais nel 1989, e la mano lucida dice quante persone l'hanno stretta per fortuna. Stringila anche tu, poi continua a salire: poco più su ti aspetta una donna.

  6. 6. Place Dalida: Iolanda Gigliotti, da Serrastretta a Montmartre

    Place Dalida, 75018 Paris, France

    Eccola, su un piedistallo all'incrocio tra rue Girardon e rue de l'Abreuvoir: un busto di bronzo di donna, i capelli lunghi, lo sguardo lontano. Noterai subito che il bronzo, in certi punti, è lucidissimo... si dice che toccarlo porti fortuna in amore. Lei è Dalida, e la storia che sto per raccontarti parla un po' anche di casa tua.

    Dalida nasce al Cairo il 17 gennaio 1933, con il nome di Iolanda Gigliotti. I suoi genitori erano calabresi di Serrastretta, in provincia di Catanzaro, emigrati in Egitto, e il padre Pietro era primo violino all'Opera del Cairo. Iolanda cresce nel quartiere di Shubra parlando italiano in casa, arabo per strada e francese a scuola. Nel 1954 vince il titolo di Miss Egitto e, quello stesso anno, parte per Parigi con un sogno: il cinema.

    Il cinema non arriva, ma arriva la musica. Nel 1956 una canzone, Bambino, la trasforma in una stella, e da lì in poi Dalida canta in molte lingue, vende decine di milioni di dischi, attraversa la chanson, la canzone italiana e perfino la disco music. Nel 1962 compra una casa qui vicino, in rue d'Orchampt, e da Montmartre non se ne andrà più.

    La sua vita, però, è segnata dal dolore. Nel gennaio del 1967 porta a Sanremo Ciao amore ciao insieme a Luigi Tenco, il cantautore a cui era legata. La canzone viene eliminata, e quella notte Tenco viene trovato morto nella sua stanza d'albergo, con un colpo di pistola. Poche settimane dopo Dalida tenta di togliersi la vita a Parigi. Si salva, torna sul palco, ma la malinconia non la lascia più. Il 3 maggio 1987, nella sua casa di Montmartre, scrive un ultimo biglietto: la vita mi è insopportabile, perdonatemi.

    Questa piazzetta porta il suo nome dal 1997, e da qui hai una delle viste più belle della collina: guarda giù per rue de l'Abreuvoir, con la cupola bianca del Sacré-Cœur che spunta dietro i tetti. Ora prendi rue Girardon verso nord, scendi fino a rue Saint-Vincent e seguila verso destra lungo il muro di una vigna: all'angolo trovi una casetta con le persiane verdi e un coniglio dipinto.

  7. 7. Au Lapin Agile e la vigna di Montmartre

    22 Rue des Saules, 75018 Paris, France

    All'incrocio tra rue Saint-Vincent e rue des Saules trovi una casetta rosa con le persiane verdi, quasi una fattoria di campagna, e sul muro l'insegna di un coniglio che salta fuori da una pentola con una bottiglia in mano. Lì accanto, sul pendio, le file ordinate di una vigna. Sì, una vigna vera, in piena Parigi.

    Questo cabaret esiste dall'Ottocento e un tempo aveva un nome sinistro, il Cabaret degli Assassini. Poi il caricaturista André Gill dipinse per l'insegna un coniglio che scappa dalla casseruola. La gente cominciò a chiamarlo il coniglio di Gill, le lapin à Gill... e con un gioco di parole tutto francese diventò il Lapin Agile, il coniglio agile. All'inizio del Novecento il padrone era Frédé, barba lunga, chitarra, e un asino che girava libero nel locale.

    E qui comincia la beffa più famosa della storia dell'arte. Nel 1910 lo scrittore Roland Dorgelès, stufo delle avanguardie, lega un pennello alla coda di Lolo, l'asino di Frédé, e gli mette dietro una tela. L'asino dimena la coda, e ne esce un quadro. Dorgelès lo intitola E il sole si addormentò sull'Adriatico, e lo espone al Salon des Indépendants firmato da un fantomatico pittore italiano, Joachim-Raphaël Boronali, fondatore di una corrente nuova, l'eccessivismo, con tanto di manifesto pomposo che, a detta di molti, faceva il verso a quelli dei futuristi. Boronali è l'anagramma di Aliboron, l'asino delle favole. La critica ne discusse sul serio... finché Dorgelès non rivelò lo scherzo.

    Intanto, ai tavoli di legno, sedevano Picasso, Apollinaire, Max Jacob, Utrillo. Nel 1905 Picasso dipinse Al Lapin Agile, dove si ritrasse vestito da Arlecchino, con Frédé alla chitarra sullo sfondo. Lo lasciò al padrone, si dice, in cambio di qualche conto non pagato. Nel 1989 quel quadro è stato venduto all'asta per più di quaranta milioni di dollari.

    E la vigna? L'hanno piantata gli abitanti nel 1933, per salvare il terreno dai costruttori, e ogni ottobre Montmartre festeggia la vendemmia con una grande festa di quartiere. Il vino lo vendono per beneficenza, e i parigini, con affetto, ammettono che è più buono il gesto che il sapore. Ora risali rue des Saules lungo la vigna: all'angolo vedrai la famosa casetta rosa, la Maison Rose, e lì gira a sinistra in rue Cortot.

  8. 8. Rue Cortot: Valadon, Utrillo e Satie

    Rue Cortot, 75018 Paris, France

    Rue Cortot è una strada corta e tranquilla, con le facciate basse e i lampioni di ferro. Al numero 12, dietro un cancello, c'è una delle case più antiche di Montmartre, una dimora del Seicento con un giardino che scende verso la vigna: oggi è il Musée de Montmartre. Ma prima di essere un museo, è stata la casa più disordinata e geniale della collina.

    Nel 1876 Renoir affittò qui uno studio, e nel giardino dipinse L'altalena, mentre preparava il suo Ballo al Moulin de la Galette. Ma la vera padrona di questa casa è un'altra: Suzanne Valadon. Figlia di una lavandaia, nata povera, da ragazza lavorava come acrobata in un circo, finché, si racconta, una caduta dal trapezio le chiuse quella strada. Allora diventò modella: posò per Puvis de Chavannes, per Renoir, per Toulouse-Lautrec. E guardando loro dipingere, imparò di nascosto.

    Valadon diventò pittrice vera, con un segno forte e senza pietà, e nel 1894 fu la prima donna ammessa alla Société Nationale des Beaux-Arts. Dal 1912 visse qui con il figlio Maurice Utrillo e con il compagno André Utter, più giovane di lei di oltre vent'anni e amico del figlio. Il quartiere li chiamava il trio infernale: liti, bottiglie, quadri venduti per pagare i debiti. Utrillo, alcolizzato fin da ragazzo, dipingeva le strade di Montmartre anche copiandole dalle cartoline, e una delle sue immagini più celebri è la casetta rosa che hai appena superato.

    Pochi passi più in là, al numero 6, viveva in una stanzetta minuscola il compositore Erik Satie, quello delle Gymnopédies. Nel 1893 ebbe con Suzanne Valadon una storia breve e tempestosa, l'unico amore che gli si conosca. Lei gli dipinse un ritratto; lui, quando lei se ne andò dopo pochi mesi, ne rimase ferito per sempre. Due geni affacciati sulla stessa via, uno sopra l'altro, e nessuno dei due con i soldi per l'affitto.

    Il museo custodisce oggi l'atelier di Valadon ricostruito, i manifesti dei cabaret e la memoria di un villaggio che fu Comune autonomo fino al 1860, quando Parigi lo inghiottì. Ora prosegui fino in fondo a rue Cortot, gira a destra in rue du Mont-Cenis e poi lasciati guidare dalla folla: sbucherai in una piazza piena di cavalletti.

  9. 9. Place du Tertre e Saint-Pierre de Montmartre

    Place du Tertre, 75018 Paris, France

    Benvenuto in Place du Tertre: ombrelloni, tavolini all'aperto e decine di pittori con il cavalletto che ti offrono un ritratto o una veduta del Sacré-Cœur. È la piazza più turistica di Montmartre, è vero... ma prova a immaginarla vuota: era la piazza del villaggio, e qui, al numero 3, nel 1790 si insediò il primo municipio del Comune di Montmartre.

    Tertre vuol dire poggio, piccola altura. E su questo poggio c'è un ristorante, La Mère Catherine, che dice di esistere dal 1793. Gli si lega una leggenda molto amata: nel 1814 i soldati cosacchi, entrati a Parigi, avrebbero battuto i pugni sui tavoli gridando bystro, che in russo vuol dire presto. Da lì, dicono, la parola bistrot. I linguisti non ci credono affatto... ma la storia è troppo bella per non raccontarla.

    Ora guarda l'angolo est della piazza: quella chiesetta di pietra grigia, schiacciata dalla grande basilica bianca che le sta alle spalle, è Saint-Pierre de Montmartre, una delle chiese più antiche di Parigi. Fu consacrata nel 1147 da papa Eugenio III, un pisano, insieme all'abbazia voluta dalla regina Adelaide di Savoia, moglie del re Luigi VI, che qui volle essere sepolta. Dentro troverai colonne di marmo molto più antiche della chiesa: secondo la tradizione vengono da un tempio romano che sorgeva in cima alla collina.

    E c'è un'altra firma italiana: le porte di bronzo della facciata, realizzate nel 1980 dallo scultore Tommaso Gismondi, con scene dedicate a San Pietro, alla Vergine e a San Dionigi. Poi un dettaglio incredibile: durante la Rivoluzione, sulla torre di questa chiesa fu montata una stazione del telegrafo ottico dei fratelli Chappe, che con bracci di legno snodati mandava messaggi di collina in collina fino a Lille, in poche ore invece che in giorni.

    Così, in pochi metri, hai la piazza dei pittori della domenica e una chiesa che ha visto passare quasi novecento anni di storia, e che quasi nessuno dei turisti in coda per un ritratto degna di uno sguardo. Esci dalla piazza dal lato est, aggira Saint-Pierre e lascia che la basilica bianca ti si apra davanti, all'improvviso.

  10. 10. Basilica del Sacré-Cœur

    35 Rue du Chevalier de la Barre, 75018 Paris, France

    Mettiti sul sagrato, voltati e guarda giù: tutta Parigi è ai tuoi piedi, un mare di tetti grigi da cui spuntano cupole, campanili e gru. Poi girati di nuovo verso la basilica: bianchissima, con le sue cupole a forma d'uovo che sembrano arrivate da Bisanzio più che dalla Francia.

    Il Sacré-Cœur nasce da una sconfitta. Nel 1870 la Francia perde la guerra contro la Prussia, Parigi subisce l'assedio e la fame, e nel marzo del 1871 scoppia la Comune. Proprio qui, sulla collina, il 18 marzo, la folla impedisce all'esercito di portare via i cannoni della Guardia Nazionale, e due generali vengono uccisi. Nel 1873 l'Assemblea Nazionale approva la costruzione di una basilica dedicata al Sacro Cuore, come voto di penitenza della nazione. Per i cattolici era espiazione; per molti parigini di sinistra, un monumento costruito sopra il ricordo dei comunardi.

    Il progetto è dell'architetto Paul Abadie, i lavori cominciano nel 1875 e durano quasi quarant'anni, anche perché la collina, bucata dalle cave di gesso, non reggeva. Si dovettero scavare pozzi profondi decine di metri e riempirli di muratura, come gambe di pietra piantate nel terreno. La basilica fu finita nel 1914, ma consacrata solo nel 1919, dopo la Grande Guerra.

    E perché è così bianca? Per la pietra di Château-Landon, un calcare che con la pioggia rilascia una sostanza chiara e si pulisce da solo: più piove, più il Sacré-Cœur diventa candido. Nel campanile c'è la Savoyarde, una delle campane più grandi di Francia, di circa diciannove tonnellate, fusa ad Annecy e donata dalle diocesi della Savoia. Dentro, sopra l'altare, un mosaico di quasi cinquecento metri quadrati, tra i più grandi al mondo, con il Cristo a braccia aperte.

    Una curiosità: dal 1885, giorno e notte, senza interruzione, qui dentro c'è sempre qualcuno in preghiera davanti all'altare, anche durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ora scendi le scale sul lato sinistro del sagrato e prendi rue Gabrielle verso ovest, una via a mezza costa: al numero 49, nel 1900, Picasso trovò il suo primo rifugio parigino. Seguila fino a una piazzetta in pendenza con una fontana verde.

  11. 11. Bateau-Lavoir: la culla del cubismo

    13 Rue Ravignan, 75018 Paris, France

    Place Émile-Goudeau è una piazzetta in pendenza, con qualche albero, una panchina e una fontanella Wallace di ghisa verde. Guarda la vetrina al numero 13: dietro quella facciata modesta c'era il Bateau-Lavoir, forse l'indirizzo più importante dell'arte del Novecento. Sembra niente, vero? Era proprio questo il bello.

    Era un vecchio laboratorio diviso in studi d'artista: legno, vetro, corridoi scricchiolanti, un solo rubinetto per tutti. Il poeta Max Jacob lo battezzò Bateau-Lavoir, il battello lavatoio, come le chiatte delle lavandaie sulla Senna, perché ondeggiava e scricchiolava come una barca. D'inverno si gelava, d'estate si soffocava. Picasso ci visse dal 1904 al 1909, con la sua compagna Fernande Olivier, così povero che, si racconta, a volte bruciava i disegni per scaldarsi.

    Ed è qui, nel 1907, che Picasso dipinse Les Demoiselles d'Avignon: cinque donne nude, spigolose, con volti come maschere. Quando lo mostrò agli amici rimasero sconvolti; si dice che perfino Braque abbia paragonato quella tela a bere petrolio per sputare fuoco. Da quel quadro, e dalle lunghe discussioni tra Picasso e Braque, nasce il cubismo. Nel 1908 Picasso ci organizzò anche un banchetto leggendario in onore del pittore Henri Rousseau, il Doganiere, tra brindisi, poesie e lanterne.

    Per questi vicoli passava anche un giovane livornese elegantissimo, con la sciarpa rossa e la giacca di velluto: Amedeo Modigliani. Arrivato a Parigi nel 1906, visse i primi anni proprio a Montmartre, frequentando Picasso, Max Jacob e i cabaret della collina, prima di spostarsi a Montparnasse, dall'altra parte della città, intorno al 1909. E nello stesso 1906 era arrivato il cortonese Gino Severini, che hai incontrato a Pigalle: i due diventarono amici e si fecero compagnia nella miseria di quegli anni.

    Nel maggio del 1970 il Bateau-Lavoir fu distrutto da un incendio. Quello che vedi è una ricostruzione degli anni Settanta, che ancora oggi ospita studi di artisti. Ora scendi per rue Ravignan, la stradina che parte dalla piazza: in fondo c'è l'ultima tappa, una piazza con un ingresso del metrò che è un'opera d'arte.

  12. 12. Place des Abbesses e il Muro dei ti amo

    Place des Abbesses, 75018 Paris, France

    Sei arrivato in Place des Abbesses. Davanti a te c'è l'ingresso del metrò più bello di Parigi: una pensilina di vetro a ventaglio sostenuta da steli di ghisa verde, due lampade arancioni come boccioli e la scritta Métropolitain in lettere che sembrano piante. È l'Art Nouveau di Hector Guimard.

    All'inizio del Novecento Guimard disegnò gli ingressi della nuova metropolitana come fiori di metallo che spuntano dal marciapiede. Molti parigini li trovavano bizzarri, e tanti furono smontati nei decenni seguenti. Di quelli con la pensilina di vetro completa, originali, ne restano soltanto due, e questo non era nemmeno nato qui: stava alla stazione dell'Hôtel de Ville e fu trasportato a Montmartre nel 1974. Sotto i tuoi piedi c'è la stazione più profonda della rete, a circa trentasei metri, e la scala a chiocciola che ci scende è tutta dipinta di murales.

    Il nome della piazza ricorda le badesse dell'abbazia fondata dalla regina Adelaide, quella sepolta a Saint-Pierre. E a pochi passi, in rue Yvonne-Le-Tac, la tradizione colloca un luogo che pochi conoscono: lì sarebbe stato decapitato San Dionigi, il primo vescovo di Parigi, che poi, dice la leggenda, camminò con la testa tra le mani. Nella cappella dei martiri che sorgeva in quel punto, nel 1534, Ignazio di Loyola e i suoi primi compagni pronunciarono i voti da cui nacquero i Gesuiti.

    Ora entra nel piccolo Square Jehan-Rictus, accanto alla piazza. Sul muro di fondo vedrai centinaia di piastrelle blu scuro, e su ognuna, scritta a mano in bianco, la stessa frase: ti amo. È il Muro dei ti amo, creato nel 2000 da Frédéric Baron e Claire Kito: più di trecento volte, in circa duecentocinquanta lingue. Le macchie rosse sparse qua e là sono i pezzi di un cuore spezzato... che chi guarda il muro, dicono gli autori, dovrebbe aiutare a ricomporre.

    Ed eccoci alla fine. Sei partito da una piazza dove i modelli italiani aspettavano un pittore, e hai incontrato Stendhal milanese, Dalida calabrese, Modigliani livornese, Severini cortonese, e decine di artisti arrivati qui con niente. Montmartre è questo: un villaggio di vigne e mulini che per qualche decennio è stato il centro del mondo. Il metrò è proprio qui... ma prima, cerca sul muro il ti amo in italiano.