Praga, Piazza Venceslao e la Città Nuova: la passeggiata delle rivoluzioni

Dal Museo Nazionale alla cripta dei paracadutisti: balconi, roghi, teatri e finestre che hanno cambiato la storia di Praga, dal 1419 al 1989

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  1. 1. Museo Nazionale

    Václavské nám. 68, 110 00 Praha 1, Czechia

    Mettiti con le spalle al grande palazzo con la cupola e guarda giù: davanti a te scende un viale lungo quasi tre quarti di chilometro, più boulevard che piazza, con i tram che lo attraversano e le facciate liberty ai lati. È Piazza Venceslao, Václavské náměstí, e da questa scalinata la Praga del Novecento si vede tutta in una volta.

    Eppure non è nata per le rivoluzioni. Quando Carlo IV fondò la Città Nuova, nel 1348, questo era il Mercato dei Cavalli, Koňský trh: si comprava e si vendeva bestiame, e più o meno dove ora sorge il museo si apriva nelle mura la Porta dei Cavalli. Il nome del santo arrivò soltanto nel 1848, l'anno in cui mezza Europa sognava la libertà... e Praga decise di dedicare il suo vecchio mercato al patrono della nazione.

    Il palazzo alle tue spalle fu costruito tra il 1885 e il 1891 su progetto dell'architetto Josef Schulz, ed è molto più di un museo: è una dichiarazione di esistenza. In un Impero dove la lingua del potere era il tedesco, i cechi si costruirono un tempio dedicato a sé stessi, con un pantheon interno pieno di busti e statue di scrittori, scienziati e patrioti. L'istituzione era nata già nel 1818; questo fu il suo palazzo da adulta, piazzato apposta in cima alla piazza, dove nessuno potesse ignorarlo.

    Ora avvicinati alla facciata e guarda bene la pietra. Nell'agosto del 1968, quando i carri armati del Patto di Varsavia entrarono a Praga per schiacciare la Primavera, i soldati spararono contro questo edificio; c'è chi dice che lo avessero scambiato per il parlamento o per la sede della radio. I fori furono riempiti, ma durante il grande restauro si è scelto di non cancellarne del tutto il ricordo: alcune toppe più chiare, se le cerchi con pazienza, raccontano ancora quella mattina.

    Il museo ha riaperto nell'ottobre 2018, per il centenario della Cecoslovacchia, e da allora la sua scalinata è tornata il balcone preferito di chi vuole guardare la piazza dall'alto. Scendi adesso verso il cavaliere di bronzo che vedi poco più in basso, al centro del viale. Ma tieni gli occhi anche per terra: tra il museo e la statua, nel selciato, c'è qualcosa che quasi tutti calpestano senza accorgersene.

  2. 2. Statua di San Venceslao e memoriale di Jan Palach e Jan Zajíc

    Václavské nám., 110 00 Praha 1, Czechia

    Prima di guardare il cavaliere, abbassa gli occhi: tra la statua e il museo, nel lastricato, c'è una croce di bronzo che sembra gonfiare il terreno, come se qualcosa sotto spingesse per uscire. Accanto, quasi sempre, qualche lumino e un mazzo di fiori.

    È il memoriale di Jan Palach e Jan Zajíc. Il 16 gennaio 1969, cinque mesi dopo l'invasione, Palach, studente di vent'anni, si diede fuoco qui davanti al museo per scuotere un paese che stava già rassegnandosi all'occupazione. Morì tre giorni dopo. Il 25 febbraio lo seguì Jan Zajíc, diciotto anni, nell'androne di un palazzo poco più giù sulla piazza. Il funerale di Palach diventò una delle più grandi manifestazioni silenziose che Praga abbia mai visto.

    Il regime fece di tutto per cancellarne la memoria. Nel 1973 la polizia segreta arrivò a riesumare la sua salma e a farla cremare, per togliere ai giovani una tomba su cui portare fiori. Non funzionò. Nel gennaio 1989, vent'anni dopo, la gente tornò in questa piazza a ricordarlo, e la polizia rispose con idranti e manganelli. La chiamarono la Settimana di Palach, e tra gli arrestati c'era un drammaturgo di nome Václav Havel.

    Ora alza lo sguardo. Il cavaliere è San Venceslao, il duca boemo del X secolo ucciso dal fratello Boleslao, e il suo scultore, Josef Václav Myslbek, ci lavorò per più di trent'anni: il santo a cavallo fu inaugurato nel 1912, mentre i quattro patroni ai suoi piedi, Ludmila, Procopio, Agnese e Adalberto, arrivarono soltanto nel 1924. Sul basamento corre un'antica preghiera: San Venceslao, non lasciar perire né noi né i nostri posteri.

    Per i praghesi, però, questo è soprattutto pod ocasem, sotto la coda: il punto d'incontro di generazioni di appuntamenti. E una leggenda racconta che, quando la nazione sarà nel momento più buio, i cavalieri addormentati dentro il monte Blaník si sveglieranno e Venceslao li guiderà alla riscossa. Mentre aspetti, scendi lungo il viale per un paio di centinaia di metri: ti aspetta un balcone che, nel 1989, ha fatto più di un esercito.

  3. 3. Il balcone del Melantrich e l'Hotel Evropa

    Václavské nám. 36, 110 00 Praha 1, Czechia

    Fermati in mezzo al viale e guarda il palazzo al numero 36, con il suo balcone affacciato sulla piazza: niente di speciale, a prima vista. Poi girati verso il lato opposto e cerca la facciata più sfacciata di tutta Piazza Venceslao, con stucchi dorati, figure femminili e vetrate liberty: è l'Hotel Evropa.

    Cominciamo dall'albergo. Fu ricostruito nei primi anni del Novecento, in pieno Art Nouveau, quando questo viale diventava la vetrina della Praga moderna, con banche, grandi magazzini e caffè. Cambiò nome più di una volta, e quello di Evropa lo ricevette solo nel dopoguerra. Per decenni il suo caffè, con gli specchi e i lampadari d'epoca, fu per molti praghesi l'unico posto dove sentirsi, per un'ora, dentro la Belle Époque e non dentro il socialismo reale.

    Ora il balcone. Nel novembre 1989 il palazzo apparteneva alla casa editrice Melantrich, che stampava Svobodné slovo, il quotidiano di un piccolo partito alleato del regime... e che in quei giorni scelse di cambiare parte. Mise il balcone a disposizione del Forum Civico, il movimento appena nato attorno a Václav Havel, e ogni pomeriggio la piazza sottostante si riempiva fino all'orlo: centinaia di migliaia di persone, nel freddo, ad ascoltare.

    La sera del 24 novembre su quel balcone comparve un uomo che Praga non vedeva in pubblico da vent'anni: Alexander Dubček, il volto della Primavera del 1968. La folla lo accolse con un boato, e poi fece il gesto che è rimasto il simbolo della rivoluzione: agitò i mazzi di chiavi. Migliaia di chiavi tintinnanti, come una campanella che dice ai dirigenti: è ora di chiudere, potete andare. Quella stessa sera l'intera direzione del partito comunista rassegnò le dimissioni.

    Pensaci: da un balcone qualunque, con dei microfoni e dei mazzi di chiavi, finì in poche settimane un regime durato più di quarant'anni. Ora, sullo stesso lato del numero 36, cerca l'ingresso dei passaggi coperti e lasciati inghiottire dalla galleria: porta al Palazzo Lucerna, e dentro c'è un altro cavallo, molto meno solenne di quello del santo.

  4. 4. Passaggio Lucerna e il cavallo di David Černý

    Vodičkova 36, 110 00 Praha 1, Czechia

    Avanza nella galleria finché si apre uno spazio alto, sotto una cupola di vetro, e alza gli occhi: appeso al soffitto, a testa in giù, c'è un cavallo morto. Le zampe penzolano, la lingua pende di lato, e in sella, tranquillo come se nulla fosse, siede San Venceslao, a cavalcioni della pancia.

    È Kůň, il Cavallo, di David Černý, l'artista più irriverente di Praga, ed è del 1999. È la parodia esatta della statua che hai appena lasciato in piazza: stessa posa, stesso eroe, solo che il cavallo si è capovolto e non sembra stare benissimo. Ognuno ci legge ciò che vuole, una nazione appesa ai suoi miti, un potere che cavalca un paese sfinito... Černý, da parte sua, si è sempre divertito a non spiegarlo.

    Ma il palazzo è una storia a sé. Lo costruì, tra il 1907 e il 1921, un imprenditore di nome Vácslav Havel, nonno di Václav Havel, il drammaturgo dissidente che sarebbe diventato presidente. Fu uno dei primi edifici di Praga in cemento armato, una città nella città, con negozi, uffici, un cinema, una sala da ballo, caffè e cabaret. Il cinema Lucerna è tra i più antichi d'Europa ancora in funzione, e la sua sala è una scatola di velluti e luci d'altri tempi.

    Nella grande sala sotterranea si è ballato per un secolo, e nel 1965, in piena Cecoslovacchia comunista, su quel palco salì nientemeno che Louis Armstrong. Per i ragazzi di Praga, che il jazz lo ascoltavano di nascosto alla radio, fu come se l'America avesse scavalcato per una sera la cortina di ferro.

    Nel 1948 i comunisti nazionalizzarono il palazzo, e la famiglia Havel lo perse; tornò agli eredi solo dopo il 1989, dopo che il nipote aveva guidato la rivoluzione. La storia, a Praga, ha un senso dell'umorismo tutto suo. Ora esci dalla galleria sul lato di Vodičkova, gira a destra e cammina fino in fondo alla strada: dietro le case di Jungmannovo náměstí si nasconde un giardino dove la città, di colpo, smette di fare rumore.

  5. 5. Giardino dei Francescani e Santa Maria della Neve

    Jungmannovo nám. 18, 110 00 Praha 1, Czechia

    Il rumore della città si spegne di colpo: aiuole di rose, panchine, un pergolato, un orto di erbe aromatiche, e sopra le siepi un muro altissimo di pietra, senza torre e senza facciata, come il fianco di una cattedrale tagliata a metà. È esattamente così. Quella è la chiesa di Santa Maria della Neve, e la stai guardando dal giardino dei suoi frati francescani.

    Carlo IV la fondò nel 1347, subito dopo la sua incoronazione a re di Boemia, e la volle gigantesca, più grande perfino della cattedrale di San Vito al Castello. Poi arrivarono le guerre hussite, e con loro la fine dei soldi e della pace: si riuscì a costruire soltanto il presbiterio. Ma quel solo presbiterio ha la volta più alta di Praga, oltre trenta metri. Prova a immaginare la navata che non è mai nata.

    In questa chiesa, nell'estate del 1419, predicava Jan Želivský, un ex monaco dalle parole infuocate, uno dei capi più radicali del movimento hussita. La mattina del 30 luglio guidò da qui un corteo armato fino al municipio della Città Nuova. Quello che accadde là lo vedrai con i tuoi occhi alla fine di questa passeggiata... per ora ti basti sapere che finì con alcuni consiglieri gettati dalla finestra.

    I francescani arrivarono soltanto all'inizio del Seicento, trovarono la chiesa malridotta e la rimisero in piedi, coltivando qui il loro orto e le loro erbe medicinali. Per secoli il giardino restò chiuso dietro le mura del convento; il pubblico lo ha ricevuto in regalo solo nel Novecento. Oggi è uno dei rari posti in pieno centro dove i praghesi vengono a leggere un libro in pausa pranzo, a due passi dalla folla dei negozi.

    Uscendo, passa dall'angolo di Jungmannovo náměstí e cerca un lampione strano, fatto di spigoli e prismi come un cristallo di quarzo: è un lampione cubista costruito attorno al 1913, considerato un pezzo unico al mondo. Solo a Praga il cubismo è sceso dai quadri ed è finito sulle facciate, sulle sedie e perfino sui lampioni. Poi imbocca Národní, il viale che scende verso il fiume, e cammina sul lato sinistro, sotto i portici.

  6. 6. Národní třída, 17 novembre 1989

    Národní 16, 110 00 Praha 1, Czechia

    Cammina sotto i portici del palazzo al numero 16 e guarda il muro: una lastra di bronzo con tante mani tese, alcune con due dita alzate nel segno della vittoria, e una data, 17. 11. 1989. Quasi sempre, sotto, c'è qualche candela accesa. Non è un monumento da cartolina: sembra appoggiato lì quasi di nascosto, all'altezza degli occhi.

    Quel venerdì sera di novembre, decine di migliaia di studenti avevano sfilato per ricordare un'altra data: il 17 novembre 1939, quando i nazisti chiusero le università ceche, fucilarono nove studenti e ne deportarono più di mille nei campi di concentramento. Il corteo autorizzato partiva da Albertov e saliva a Vyšehrad; poi una parte decise di proseguire verso il centro, verso Piazza Venceslao, e lungo questo viale scandiva parole che a Praga non si sentivano da vent'anni.

    Arrivati qui, si trovarono chiusi tra cordoni di polizia antisommossa, davanti e dietro. I ragazzi si sedettero per terra, accesero candele, offrirono fiori agli agenti, cantarono l'inno. La risposta furono i manganelli: molti feriti, intrappolati in un corridoio da cui si poteva uscire soltanto passando attraverso le file degli agenti, che colpivano chiunque passasse.

    Quella notte si sparse anche una voce: uno studente era stato ucciso. Non era vero, e ancora oggi si discute su chi l'abbia messa in giro e perché, ma la notizia fece infuriare il paese. Gli studenti proclamarono lo sciopero, gli attori fermarono gli spettacoli e trasformarono i teatri in sale di discussione, e in pochi giorni la folla riempiva Piazza Venceslao. La chiamarono Rivoluzione di Velluto perché non sparò un colpo: cominciò qui, con della gente seduta sull'asfalto.

    Oggi il 17 novembre è festa nazionale nella Repubblica Ceca, la Giornata della lotta per la libertà e la democrazia, e ogni anno questo marciapiede si copre di candele e di bandierine. Prosegui lungo Národní verso il fiume: in fondo al viale vedrai un tetto blu cosparso di stelle d'oro... e anche lì c'è una storia di collette, incendi e testardaggine.

  7. 7. Teatro Nazionale e Caffè Slavia

    Národní 2, 110 00 Praha 1, Czechia

    Davanti a te, sulla riva della Moldava, sta il Teatro Nazionale: un palazzo neorinascimentale con il tetto blu cosparso di stelle d'oro, carri di bronzo trainati da cavalli sulle balaustre... e la netta sensazione, guardandolo, che qualcuno ci tenesse moltissimo.

    Ci tenevano tutti, infatti. Nell'Ottocento i cechi non avevano un grande teatro dove recitare e cantare nella propria lingua, e decisero di costruirselo con una colletta nazionale. Sopra il boccascena c'è scritto Národ sobě, la nazione a sé stessa. Nel 1868 la prima pietra fu posata con una festa enorme, e altre pietre furono portate in processione dai monti e dai luoghi simbolo della Boemia e della Moravia, come reliquie.

    Nel giugno del 1881 il teatro aprì... e ad agosto bruciò. Un incendio scoppiato sul tetto durante gli ultimi lavori divorò la cupola e la sala. Sembrava la fine, e invece in poche settimane la gente raccolse di nuovo un milione di fiorini: operai, contadini, studenti, nobili. Ricostruito, riaprì nel 1883 con Libuše di Bedřich Smetana, l'opera sulla principessa che, secondo la leggenda, profetizzò la gloria di Praga.

    Il teatro ha visto anche giornate meno gloriose. Nel gennaio del 1977, proprio qui, attori, cantanti e musicisti furono convocati per approvare l'Anticharta, il documento con cui il regime condannava i dissidenti di Charta 77; molti firmarono per non perdere il lavoro. Dodici anni dopo, nel novembre 1989, furono proprio i teatri di Praga a fermarsi per primi e a diventare il cuore della rivoluzione.

    Ora guarda l'angolo di fronte: è il Caffè Slavia, aperto nel 1884. Dalle sue grandi vetrate si vedono il teatro, il fiume e il Castello. Qui sedevano gli attori dopo lo spettacolo, poi il poeta Jaroslav Seifert, premio Nobel, e negli anni del regime Havel e i suoi amici, con qualche agente della polizia segreta seduto pochi tavoli più in là. Quando sei pronto, scendi lungo il fiume verso sud: dopo poche decine di metri un ponticello ti porta su un'isola.

  8. 8. Žofín e l'Isola Slava

    Slovanský ostrov 226, 110 00 Praha 1, Czechia

    Attraversa il ponticello e sei su un'isola: viali alberati, panchine sull'acqua, barche a remi e pedalò legati al pontile, e in mezzo un palazzo chiaro ed elegante, con l'aria di aspettare ancora l'orchestra della sera. È Žofín, sull'Isola Slava, Slovanský ostrov.

    Per secoli qui c'era soltanto un lembo di terra fatto dalla Moldava, dove lavoravano i tintori di stoffe, tanto che lo chiamavano l'isola dei Tintori. Nell'Ottocento fu sistemata, vi si costruì una sala per feste e prese il nome di Žofín in onore dell'arciduchessa Sofia, la madre del futuro imperatore Francesco Giuseppe. Divenne il salotto di Praga: concerti, balli, conferenze, il posto dove la nuova borghesia ceca andava a farsi vedere.

    Ma il momento che ha dato all'isola il suo nome attuale arrivò nel giugno 1848. Mentre l'Europa era in rivolta, qui si riunì il Congresso Slavo, guidato dallo storico František Palacký: delegati cechi, slovacchi, polacchi, croati, serbi, ruteni, decisi a chiedere all'Impero dignità e diritti per i popoli slavi. Il congresso non arrivò alla fine: fu interrotto dall'insurrezione di Pentecoste, e il generale Windischgrätz fece bombardare la città.

    L'isola prese il nome di Isola Slava solo nel 1925, nella Cecoslovacchia indipendente, quasi ottant'anni dopo quel sogno interrotto. E alla sua punta meridionale c'è un contrasto bellissimo: la vecchia torre dell'acqua di Šítek, con il suo tetto a cipolla, e attaccato a lei il palazzo Mánes, bianco, funzionalista, tutto vetro e linee dritte, costruito negli anni Trenta per l'associazione di artisti che porta lo stesso nome. Quasi cinque secoli di differenza, a un passo di distanza.

    Siediti un momento sulla riva e guarda il fiume: le anatre, i cigni, i tram che scorrono sul lungofiume. Poi torna sulla terraferma e cammina verso sud lungo Masarykovo nábřeží: all'angolo con il ponte successivo ti aspetta un palazzo che sembra essersi messo a ballare.

  9. 9. Casa Danzante

    Jiráskovo nám. 1981/6, 120 00 Praha 2, Czechia

    Eccola, all'angolo del lungofiume: due torri che si abbracciano. Una è di vetro, stretta in vita, e sembra ondeggiare; l'altra è di cemento e pietra, solida, con le finestre che saltellano fuori asse. Tutti a Praga la chiamano Casa Danzante, Tančící dům, ma il suo soprannome originale è Ginger e Fred.

    Lui, la torre dritta, è Fred Astaire; lei, il vetro che gira come una gonna, è Ginger Rogers. L'hanno progettata Vlado Milunić, architetto praghese nato a Zagabria, e l'americano Frank Gehry, ed è stata terminata nel 1996. In una città di guglie gotiche e cupole barocche fece scandalo: c'era chi la trovava un insulto alla riva e chi la considerava la prima boccata d'aria libera dopo decenni di architettura di regime.

    Il motivo per cui c'era un terreno vuoto in un punto così prezioso è amaro. Il 14 febbraio 1945 alcuni bombardieri americani, per un errore di navigazione, sganciarono le bombe su Praga invece che su Dresda. Morirono centinaia di persone, e la casa che sorgeva su questo angolo fu distrutta. Per quasi mezzo secolo l'angolo rimase vuoto, come un dente mancante nella fila dei palazzi.

    E c'è un vicino illustre. Proprio accanto, nel palazzo sul lungofiume costruito dalla sua famiglia, abitava Václav Havel, e fu lui, da presidente, a sostenere l'idea di un edificio audace su quella ferita. Sognava un luogo di cultura e di incontro. Non è andata del tutto così, oggi dentro ci sono soprattutto uffici e un albergo, ma il dialogo con la casa di Havel resta, muro contro muro.

    Guarda la cima: quella struttura di metallo intrecciato i praghesi la chiamano Medusa. E osserva le finestre della torre di pietra: non sono allineate, sporgono e rientrano, perché i progettisti volevano spezzare il ritmo ordinato dei palazzi accanto. Ora lascia il fiume e risali Resslova, la strada in salita che si allontana dall'acqua: dopo un paio di minuti, sul lato destro, una chiesa barocca all'apparenza tranquilla custodisce una delle storie più drammatiche di Praga.

  10. 10. Chiesa dei Santi Cirillo e Metodio e l'Operazione Antropoide

    Resslova 9a, 120 00 Praha 2, Czechia

    Fermati sul marciapiede di Resslova, sotto il fianco della chiesa, e guarda in basso: c'è una finestrella stretta, quasi una feritoia, che dà nella cripta. Tutt'intorno la pietra è butterata da decine di colpi di proiettile. Sotto, spesso, fiori freschi, piccole bandiere ceche e slovacche, una targa con sette nomi.

    Il 27 maggio 1942 due paracadutisti addestrati in Gran Bretagna, lo slovacco Jozef Gabčík e il ceco Jan Kubiš, tesero un agguato a Reinhard Heydrich, il governatore nazista del Protettorato di Boemia e Moravia e uno degli organizzatori dello sterminio degli ebrei d'Europa. Il mitra di Gabčík si inceppò, ma la bomba di Kubiš ferì Heydrich, che morì il 4 giugno. Era l'Operazione Antropoide.

    I sette paracadutisti trovarono rifugio qui, nella cripta di questa chiesa ortodossa, nascosti dai sacerdoti. Fuori, il terrore colpiva l'intero paese: migliaia di arresti, esecuzioni ogni giorno, e il 10 giugno il villaggio di Lidice fu raso al suolo, gli uomini fucilati, le donne e i bambini deportati. Poi un paracadutista di un altro gruppo, Karel Čurda, si presentò alla Gestapo e fece i nomi.

    All'alba del 18 giugno centinaia di uomini delle SS circondarono la chiesa. Tre paracadutisti combatterono per ore dalla galleria del coro; gli altri quattro, nella cripta, resistettero mentre i tedeschi cercavano di stanarli con i lacrimogeni e facevano pompare dai vigili del fuoco acqua dentro questa finestrella. Nessuno fu preso vivo: chi non cadde in combattimento tenne l'ultimo proiettile per sé. Anche il vescovo ortodosso Gorazd, che si assunse la responsabilità, fu fucilato.

    Oggi la cripta è un memoriale nazionale, e dentro si vedono ancora i segni dei colpi e il cunicolo che i ragazzi stavano scavando verso le fogne, nella speranza di una via d'uscita. Prenditi il tempo che ti serve. Poi risali Resslova fino in cima, alla grande piazza alberata di Karlovo náměstí, e attraversala verso nord: l'ultima tappa è un municipio gotico con una torre massiccia... e con finestre dalla storia molto particolare.

  11. 11. Municipio della Città Nuova e Karlovo náměstí

    Karlovo nám. 1/23, 120 00 Praha 2, Czechia

    Davanti a te, all'angolo della piazza più grande di Praga, si alza un municipio gotico con una torre squadrata e massiccia. Guarda le finestre dei piani alti e prova a immaginarle spalancate, una mattina d'estate, con una folla urlante qui sotto.

    È il 30 luglio 1419. Il corteo hussita guidato da Jan Želivský, partito da Santa Maria della Neve, si ferma sotto il municipio e chiede la liberazione di alcuni compagni arrestati. I consiglieri rifiutano; secondo le cronache, da una finestra qualcuno lancia una pietra contro il sacerdote che porta l'ostensorio. La folla sfonda la porta, sale le scale e getta dalla finestra il borgomastro e diversi consiglieri. Chi sopravvive alla caduta viene finito a terra.

    È la prima defenestrazione di Praga, e apre le guerre hussite, che per quindici anni avrebbero sconvolto l'Europa centrale. Il re Venceslao IV, alla notizia, andò su tutte le furie; morì poco più di due settimane dopo, e c'è chi dice che il colpo lo abbia ucciso. Praga, del resto, ha preso gusto alle finestre: nel 1618, al Castello, ci sarà una seconda defenestrazione, e da lì partirà la Guerra dei Trent'anni.

    La piazza intorno a te nacque nel 1348 insieme alla Città Nuova, come mercato del bestiame, e Carlo IV la pensò enorme: circa otto ettari. Qui il re faceva mostrare ai pellegrini, una volta l'anno, le reliquie e i gioielli della corona imperiale. Un intero quartiere progettato in un colpo solo, con piazze larghe come campi e strade dritte: nel Trecento era un'idea quasi visionaria, e il viale da cui sei partito ne è la prova.

    Ripensa alla strada fatta: i colpi del 1968 sulla facciata del museo, le chiavi del 1989, le candele di Národní, i proiettili del 1942 attorno a una finestrella, e ora queste finestre del 1419. La Città Nuova di Praga non tiene la sua storia nei libri: la porta addosso, nella pietra. Il parco di Karlovo náměstí è qui davanti, con le sue panchine all'ombra... siediti, te lo sei meritato.